«Un giorno, meravigliosa creatura» – Marina Ivanovna Cvetaeva

Marina Cvetaeva con la figlia Alja S. Efron, 1925, Repubblica Ceca

 

Dal ciclo «versi per la figlia»

Un giorno, meravigliosa creatura,
io per te diventerò un ricordo,

là, nella tua memoria occhi-turchina
sperduto – così lontano-lontano.

Tu dimenticherai il mio profilo col naso a gobba,
e la fronte nell’apoteosi della sigaretta,

e il mio eterno riso, che tutti intriga,
e il centinaio – sulla mia mano operaia –

di anelli d’argento – la soffitta-cabina,
la divina sedizione delle mie carte…

e come, in un anno tremendo, innalzate dalla sventura,
tu piccola eri ed io – giovane.

Marina Ivanovna Cvetaeva

Novembre 1919

(Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich)

da “Marina Ivanovna Cvetaeva, Poesie”, Feltrinelli Editore, Milano, 1979

∗∗∗

«Когда-нибудь, прелестное созданье»

Когда-нибудь, прелестное созданье,
Я стану для тебя воспоминаньем.

Там, в памяти твоей глубокой,
Затерянным – так далеко – далеко.

Забудешь ты мой профиль горбоносый,
И лоб в апофеозе папиросы,

И вечный смех мой, коим всех морочу,
И сотню – на руке моей рабочей –

Серебряных перстней, – чердак – каюту,
Моих бумаг божественную смуту…

Как в страшный год, возвышены Бедою,
Ты – маленькой была, я – молодою.

Мари́на Ива́новна Цвета́ева

da “Цветаева Марина. Собрание сочинений в семи томах. Том 1. Стихотворения 1906-1920”, Терра, 1997

«Svegliami, ti prego, succede ancora» – Giovanni Raboni

Foto di Pedro Luis Raota

 

Svegliami, ti prego, succede ancora
d’implorare in un sogno a questa tenera
età, aiutami, fa’ che non sia vera
l’oscena materia del buio. Sfiora

allora davvero una mano il mio
corpo assiderato e di colpo so
d’averti chiamata e che non saprò
piú niente.

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998

«Mi sfugge la parola che avrei voluto dire» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Boris Smelov

 

Mi sfugge la parola che avrei voluto dire.
Per giocare con esse, le diafane, alla reggia
delle ombre, su ali mozze, torna la cieca rondine.
E nel deliquio, a notte, echeggia una canzone.

Piú non s’odono uccelli, né sboccia il semprevivo.
Ha diafane criniere un branco di cavalli nella notte.
Va una barca sul fiume arido – vuota.
Fra i grilli la parola sta in deliquio.

E a mo’ di tenda o tempio, cresce adagio;
ora, Antigone folle, di colpo si risveglia,
e ora, morta rondine, si abbatte ai nostri piedi,
con tenerezza stigia e un verde ramoscello.

Oh, rendere il pudore del tatto che si fa occhio
e la tumida gioia del riconoscimento.
Il singhiozzo delle Aònidi, la nebbia,
i rintocchi, l’abisso mi sgomentano.

Di amare e riconoscere è concesso ai mortali,
in loro dalle dita anche il suono può erompere;
ma ciò che volevo dire, mi sfugge, e immateriale
il pensiero ritorna alla reggia delle ombre.

Sempre d’altro la diafana ci parla,
lei, rondine ed amica, lei, Antigone…
E le arde – nero ghiaccio – sulle labbra
una memoria di rintocchi stigi.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Novembre 1920

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia ed esapodia giambica, con due versi ipòmetri, di quattro giambi; quartine a rime alterne (aBaB…)
La lirica appartiene al cosiddetto “ciclo greco” dei componimenti di Mandel´štam, dedicato all’attrice del Teatro Aleksandrinskij Ol´ga Arbenina-Gil´derbrandt (1897/98-1980), che il poeta frequentò per alcuni mesi durante l’autunno-inverno del 1920-21. Essa “racconta” il «processo creativo» del proprio nascere e formarsi (NBP, p. 556) – e prende avvío da una metaforica discesa del poeta nell’oltretomba «alla ricerca della parola» (MG, p. 636), del “canto”, della poesia.
v. 1: «Mi sfugge»; lett.: ‘Ho dimenticato’.
vv. 2-3: «diafane» (prozračnye), aggettivo sostantivato che qui è sinonimo di “ombre”, e che per affinità paronomastica rinvia a prizračnye (‘spettrali’); «reggia» corrisponde al vocabolo desueto e poetico čertog, che designa un palazzo, una dimora sfarzosa; la «rondine» fa da mediatrice tra il regno dei vivi e quello dei morti, sulla scorta d’una poesia di G. Deržavin del 1792-94, in cui s’immagina che la rondine trascorra l’inverno «nascosta negli abissi sotterranei», «esanime», per poi «levarsi dal suo sonno di morte» e «cantare il nuovo sole». La rondine dalle ali mozze è, secondo Gasparov, un simbolo della «parola irrecuperabile» (cfr. MG, p. 636), avviata – potremmo aggiungere – al letargo e al silenzio.
I vv. 4-8 contengono una descrizione degli Inferi; tra l’altro, il motivo dell’aridità, della secchezza in Mandel´štam evoca la morte.
v. 9: «cresce adagio»; la crescita della parola è di una lentezza quasi “mortale” (come certe chiese “mai finite” del Medioevo?); e di fatto la parola, carcerata nel «tenero», avvolgente buio dello Stige, si riduce a fugaci soprassalti, a residui di vita: i risvegli di Antigone (l’Antigone della tragedia di Sofocle, murata viva per ordine dello zio Creonte), il ramoscello nel becco della rondine.
v. 10: «si risveglia»; nel testo originale – prokinetsja, forma che Mandel´štam deriva, secondo Gasparov, dall’ucraino prokynutysja (‘destarsi’). C’è chi ritiene che a prokinetsja si debba sostituire il russo prikinetsja; e dunque il v. 10 significherebbe: «ora a un tratto si finge Antigone impazzita». Ma è una tesi chiaramente debole.
v. 13: «pudore del tatto che si fa occhio»; lett.: ‘ritegno, impaccio delle dita che vedono, che hanno il dono della vista’ – o paiono averlo («zrjačich pal´cev styd»). Il poeta, disceso agli Inferi, si smemora, «dimentica la parola, non è in grado di riconoscere a tasto» (MG, p. 636) ciò che un poeta vorrebbe/dovrebbe riconoscere. Cfr. nell’articolo Slovo i kul´tura [La parola e la cultura]: «Un cieco riconosce il volto amato non appena lo sfiori con le sue dita veggenti, e lacrime di gioia – l’autentica gioia del riconoscimento – gli sgorgano dagli occhi dopo la lunga separazione».
v. 15: «Aònidi» (o “sorelle Aonie”); come si sa, è uno dei nomi con cui, nell’antichità classica, venivano designate le Muse. (Remo Faccani)

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«Я слово позабыл, что я хотел сказать.»

Я слово позабыл, что я хотел сказать.
Слепая ласточка в чертог теней вернется,
На крыльях срезанных, с прозрачными играть.
B беспамятстве ночная песнь поется.

Не слышно птиц. Бессмертник не цветет.
Прозрачны гривы табуна ночного.
B сухой реке пустой челнок плывет.
Среди кузнечиков беспамятствует слово.

И медленно растет, как бы шатер иль храм,
То вдруг прoкинется безумной Антигоной,
То мертвой ласточкой бросается к ногам,
С стигийской нежностью и веткою зеленой.

О, если бы вернуть и зрячих пальцев стыд,
И выпуклую радость узнаванья.
Я так боюсь рыданья Аонид,
Тумана, звона и зиянья!

А смертным власть дана любить и узнавать,
Для них и звук в персты прольется,
Но я забыл, что я хочу сказать,
И мысль бесплотная в чертог теней вернется.

Bсе не о том прозрачная твердит,
Все ласточка, подружка, Антигона…
И на губах, как черный лед, горит
Стигийского воспоминанье звона.

Осип Эмильевич Мандельштам

Ноябрь 1920

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«Bambina mia» – Mariangela Gualtieri

Giovanni Boldini, Bambina con gatto nero in braccio, 1885

 

Bambina mia,
per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.

Ti lascio invece baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno. Ira
nelle periferie della specie. E al centro
ira.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
di sangue. Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
Siamo ancora capaci di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.

C’è splendore
in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di piú.
C’è splendore. Non avere paura.

Ciao faccia bella, gioia piú grande.
Il tuo destino è l’amore.
Sempre. Nient’altro.
Nient’altro nient’altro.

Mariangela Gualtieri

da “Divinità domestiche”, in “Quando non morivo”, Einaudi, Torino, 2019

«Scrivi, scrivi» – Giorgio Manganelli

Minor White, Twisted Cypress and Sea, 1950 

I

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

II

Usa le allucinazioni: un
ectoplasma serve ad illuminare
un cerchio del tavolo di legno
quanto basta per scrivere una cosa egregia –
usa le elettriche fulgurazioni
di una mente malata
cuoci il tuo cibo sul fuoco del tuo cuore
insaporisci della tua anima piagata
l’insalata, il tuo vino
rosso come sangue, o bianco
come la linfa d’una pianta tagliata e moribonda.

III

Usa la tua morte: la gentilezza
grafica gotica dei tuoi vermi,
le pause elette del nulla
che scandiscono le tue parole
rantolanti e cerimoniose;
usa il sudario, usa i candelabri,
e delle litanie puoi fare
un bordone alla melodia – improbabile –
delle sfere.

IV

Usa il tuo inferno totale:
scalda i moncherini del tuo nulla;
gela i tuoi ardori genitali;
con l’unghia scrivi sul tuo nulla:
a capo.

Giorgio Manganelli

23 /1 /’61

da “Poesie”, Crocetti Editore, 2006