Hai premura di scrivere… – René Char

 

Hai premura di scrivere
Come tu fossi in ritardo sulla vita
Se cosí è segui le tue sorgenti
Affréttati
Affréttati a trasmettere
La tua parte di meraviglioso di ribellione di bene
Effettivamente sei in ritardo sulla vita
La vita inesprimibile
La sola in fin dei conti alla quale accetti d’unirti
Quella che ti vien negata ogni giorno dalle persone e dalle cose
Di cui ottieni a fatica qua e là qualche scarno frammento
A capo di lotte senza pietà
Fuor di lei tutto è sottomessa agonia fine plateale
Se incontri la morte durante il tuo travaglio
Accoglila come la nuca sudata trova buono l’arido fazzoletto
Abbassando il capo
Se vuoi ridere
Offri la tua sottomissione
Mai le armi
Sei stato creato per momenti poco comuni
Modíficati sparisci senza rimpianto
Alla mercé del soave rigore
Quartiere per quartiere la liquidazione del mondo continua
Senza interruzione
Senza smarrimento

Fa’ sciamar la polvere
Nessuno scoprirà la vostra unione.

René Char

1935

(Traduzione di Giorgio Caproni)

da “René Char, Poesie”, a cura di Elisa Donzelli, Einaudi, Torino, 2018

∗∗∗

Tu es pressé d’écrire… 

Tu es pressé d’écrire
Comme si tu étais en retard sur la vie
S’il en est ainsi fais cortège à tes sources
Hâte-toi
Hâte-toi de transmettre
Ta part de merveilleux de rébellion de bienfaisance
Effectivement tu es en retard sur la vie
La vie inexprimable
La seule en fin de compte à laquelle tu acceptes de t’unir
Celle qui t’est refusée chaque jour par les êtres et par les choses
Dont tu obtiens péniblement de-ci de-là quelques fragments décharnés
Au bout de combats sans merci
Hors d’elle tout n’est qu’agonie soumise fin grossière
Si tu rencontres la mort durant ton labeur
Reçois-là comme la nuque en sueur trouve bon le mouchoir aride
En t’inclinant
Si tu veux rire
Offre ta soumission
Jamais tes armes
Tu as été créé pour des moments peu communs
Modifie-toi disparais sans regret
Au gré de la rigueur suave
Quartier suivant quartier la liquidation du monde se poursuit
Sans interruption
Sans égarement

Essaime la poussière
Nul ne décèlera votre union.

René Char

1935

da “Poèmes et prose choisis”, Éditions Gallimard, Paris, 1957

Natura – Mario Luzi

Foto di Brett Weston

 

La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l’amore.

Mario Luzi

da “La barca”, Guanda, Modena, 1935

Errore – Mark Strand

Foto di Timothy Greenfield

 

Scendevamo a valle lungo la corrente sotto un pulviscolo di stelle,
dormendo fino al sorgere del sole. Quando giungemmo alla capitale,
ridotta in macerie, facemmo un enorme falò con le sedie
e i tavoli che riuscimmo a rimediare. Il calore era tanto intenso che gli uccelli
in volo prendevano fuoco e precipitavano in fiamme.
Li mangiammo, poi a piedi ci addentrammo in regioni
dove il mare è di ghiaccio e il terreno è cosparso
di macigni come lune. Se solo ci fossimo fermati,
voltati, e fossimo tornati al giardino da cui eravamo partiti,
con la sua urna spaccata, il mucchio di foglie che imputridiscono, e ci fossimo seduti
a contemplare la casa e avessimo visto solo il trascorrere
del sole sulle finestre, quello sarebbe
bastato, nonostante l’ululare del vento che sospingeva le nubi verso il mare
come pagine di un libro su cui niente era scritto.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan)

da “Uomo e cammello”, 2006, in “Mark Strand, Tutte le poesie”, Mondadori, 2019

∗∗∗

Error

We drifted downstream under a scattering of stars
and slept until the sun rose. When we got to the capital,
which lay in ruins, we built a large fire out of what chairs
and tables we could find. The heat was so fierce that birds
overhead caught fire and fell flaming to earth.
These we ate, then continued on foot into regions
where the sea is frozen and the ground is strewn
with moonlike boulders. If only we had stopped,
turned, and gone back to the garden we started from,
with its broken urn, its pile of rotting leaves, and sat
gazing up at the house and seen only the passing
of sunlight over its windows, that would have been
enough, even if the wind cried and clouds scudded seaward
like the pages of a book on which nothing was written.

Mark Strand

da “Man and Camel”, Knopf Doubleday Publishing Group, 2008

Hotel Artaud – Milo De Angelis

Foto di Paul Apal’kin

 

Mi saluti, ti rimetti il reggiseno, senti
che puoi smarrire il codice terrestre, demolire
il nucleo, precipitare nel buio. Vai verso la doccia.
Ricordi un nove e ottanta a corpo libero,
una primavera della pelle, una diagonale perfetta.
Dall’incubo estrai una forcina, ti aggiusti
i capelli, indossi la cuffia, chiedi soltanto
di essere risparmiata.

*

Noi qui, separati dai nostri gesti. Tu blocchi
il flusso dei secondi con un gemito. Componiamo
l’antica rima e subito cadiamo. Le pareti
restano lì, macchiate di rimmel.
L’angelus dell’alba ti guarda, nuda e taciturna.
Oscilla nel respiro la chiave. Ogni porta,
ogni lampadina, ogni spruzzo della doccia dicono
che si è rotta l’alleanza.

*

Ti alzi e ti tuffi, vuoi inghiottire la vita
e invochi il fiore della luna, il grande
osanna oscuro che dà tutto il piacere
agli amanti. Invochi l’unisono dei corpi
e la scintilla risorta, il sangue in tumulto,
le spalle nell’assoluto. Fuori, macchie di gasolio,
cavi sospesi, pezzi di requiem. Ne senti la minaccia
fino allo stridere delle lenzuola. Mi chiedi
se giungeranno qui, se noi potremo ancora salvarci.

*

Negli estremi atti di forza, nelle labbra sensitive,
nell’impeto che non si fa parola, ti cerchi
e ti consumi, affiori, graffi, ti aggrappi
urlando che questo è il bene eterno, che le stelle
s’incendiano sulla fronte, che rimarremo
qui per sempre. Ti rispondo che ogni dimora
si allontana da chi l’abita, che è la nostra
ultima recita.

*

Divina e distratta, sospinta da una lieve brezza,
ti sdrai, giochi con le lenzuola, ti atteggi,
sussurri, imiti movenze, ripeti che la notte
è incantevole a Brera. Ogni silenzio è dissolto,
tutto parla una lingua di merletti e sceneggiati,
un astuto sortilegio, un assolo che finisce
sul bordo degli hot pants.

*

Ci siamo presi, volti affannati e circospetti,
sopra una piastrella, misurando il respiro,
controllando le impronte digitali, baciando
la gola che si arrende, le ginocchiere
di una gara, il kimono, le spalle vinte, suono
dell’attimo scordato, la certezza di avere
sbagliato la traduzione.

*

Quando su un volto desiderato si scorge il segno
di troppe stagioni e una vena troppo scura
si prolunga nella stanza, quando le incisioni
della vita giungono in folla e il sangue rallenta
dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba,
allora non è solo lì che la grande corrente
si ferma, allora è notte, è notte su ogni volto
che abbiamo amato.

Milo De Angelis

da “Tema dell’Addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005

Oh, fatemi una maschera – Dylan Thomas

Dylan Thomas

 

Oh, fatemi una maschera  e un muro per nascondere alle spie
Dei vostri occhi aguzzi e laccati e degli artigli occhialuti
Lo stupro e la rivolta degli asili infantili del mio volto,
Mordacchia d’albero ammutito per bloccare contro i nemici scoperti
La lingua baionetta in questo indifeso pezzo da preghiera
(Questa bocca) e la tromba delle bugie soavemente sonata,
Espressione di tonto scolpita in quercia e in antica armatura
Per proteggere il cervello corrusco e smussare gli ispettori,
E un vedovile dolore unto di lacrime languente dal ciglio
Per velare la belladonna e lasciare che gli occhi asciutti
Scorgano gli altri tradire le lagnose bugie delle loro sconfitte
Con la curva della bocca nuda e il sorriso sopra i baffi.

Dylan Thomas

(Traduzione di Ariodante Marianni)

da “Dylan Thomas, Poesie”, “I Supercoralli” Einaudi, 1965

∗∗∗

O make me a mask

O make me a mask and a wall to shut from your spies
Of the sharp, enamelled eyes and the spectacled claws
Rape and rebellion in the nurseries of my face,
Gag of a dumbstruck tree to block from bare enemies
The bayonet tongue in this undefended prayerpiece,
The present mouth, and the sweetly blown trumpet of lies,
Shaped in old armour and oak the countenance of a dunce
To shield the glistening brain and blunt the examiners,
And a tear-stained widower grief drooped from the lashes
To veil belladonna and let the dry eyes perceive
Others betray the lamenting lies of their losses
By the curve of the nude mouth or the laugh up the sleeve.

Dylan Thomas

da “Collected poems”, J. M. Dent & Sons Ltd, London, 1952