Vite – Kostas G. Kariotakis

Foto di Jonas Hafner

E cosi vanno e nell’andare muoiono

Dico le vite donate alla luce
d’un amore sereno – mentre scorrono
come ruscelli, la chiudono in sé
per sempre e indivisibilmente, quasi
come il cielo risplende dentro i fiumi,
o come i soli dentro i cieli scorrono.
Dico le vite donate alla luce…

Dico le vite piccole sospese
alle labbra vermiglie d’una donna,
come appesi, da fuori, alle iconòstasi
stanno gli ex voto e i cuori inargentati:
vite cosí umili, cosí fedeli
alle dilette labbra d’una donna.
Dico le vite piccole sospese…

Che nessuno mai nota né sospetta
mentre seguono senza dire verbo
ed oscure e straniere e tristi, il passo,
l’idea di una bellissima (ma lei
non le ha notate); poi, distese a terra,
si spegneranno, senza dire verbo.
Che nessuno mai nota né sospetta…

Passate via fra dubbi e opacità,
come stelle di un’ora mattutina,
di tra i pensieri d’una passeggera
che, per correre allegra, non ha visto
le vite che si spengono in silenzio
come anima di lume mattutino.
Passate via fra dubbi e opacità…

Kostas G. Kariotakis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Il dolore dell’uomo e delle cose, 1919: Il dolore dell’uomo)

da “L’ombra delle ore”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Ζωές

Κι ἒ τσι πᾶνε ϰαί σβήνουνε ὅπως πᾶν

Λέω τίς ζωές πού δόθηϰαν στό φῶς
ἀγάπης γαλήνης, ϰι ἐνῶ ϰυλοῦν
σάν ποταμάϰια, ἐντός τους τό σφαλοῦν
αἰώνια Κι ἀζεχώριστα, Καθώς
μές στά ποτάμια φέγγει ὁ οὐρανός,
ϰαθώς σῖούς οὐρανούς ἣλιοι ϰυλωῦν.
Λέω τις ζωές πού δόθηϰαν στό φῶς…

Λέω τίς ζωοῦλες πού ’ναι ϰρεμαστές,
ἀπ’ τά ρουμπίνιυια χείλη γυναιϰός
ὡς ϰρέμανται στά εἰϰονοστάσια ἐμπρός
τά τάματα, οἱ ϰαρδιές ἀσημωτές,
ϰι εἶναι ὅμοια ταπεινές, ὃμοια πιστές
στ’ ἀγαπημένα χείλη γυναιϰός.
Λέω τίς ζωοῡλες πού ‘ναι ϰρεμαστέςι…

Πού δέν τίς ὑποψιάζεται ϰανείς,
ἒτσι ὅπως ἀϰλουθᾶνε σιωπηλές
ϰαί σϰοτεινές ϰαί ξένες ϰαί θλιβές
τό βῆμα, τήν ἰδέα μιᾶς λυγερῆς
(ϰι αὐτή δέν ὑποψιάστη), πού στή γῆς
θά γείρουνε, θά σβήσουν σιωπηλές.
Παύ δέν τίς ὑποψιύιζεται ϰανείς…

Πού ὃιάβηϰαν ἀμφίβολα, θαμπά
σάν ἄστρα ϰάποιας ὥρας αὐγινῆς,
ἀπό τή σϰέψη μιᾶς περαστιϰῆς
πού, γιά νά τρέχει τόσο χαρωπά,
δέν εἶδε τίς ζωές πού σβηοῦν σιγά
σάν τήν ψυχή ϰαντήλας αὐγινῆς.
Πού διάβηϰαν ἀμφίβολα, θαμπά…

Κώστας Καρυωτάϰης

Ὁ πóνoς τoῦ ἀνθρώπου ϰαί τῶν πραμάτων”, 1919: ‘Ὁ πóνoς τoῦ ἀνθρώπου’

da “Τά ποιήματα (1913-1928)”, a cura di G. Savvidis, Νεφέλη, Athens, 1992

Cornovaglia – Louise Glück

Immagine dal web

 

Una parola scende nella nebbia
come la palla di un bambino nell’erba alta
dove rimane seducente
lampeggiante e scintillante fino a quando
le esplosioni d’oro si rivelano essere
semplicemente ranuncoli di campo.

Parola/nebbia, parola/nebbia: così è stato per me.
Eppure, il mio silenzio non è mai stato totale —

Come un sipario che si alza su un panorama
a volte la nebbia si schiariva: ahimè, il gioco era finito.
Il gioco era finito e la parola era stata
un po’ appiattita dagli elementi
quindi adesso era ritrovata e inutile.

A quel tempo avevo affittato una casa in campagna.
Campi e montagne avevano sostituito gli edifici alti.
Campi, mucche, tramonti sul prato umido.
Notte e giorno segnati da richiami e volteggi di uccelli,
gli intensi mormorii e fruscii che si fondono
in qualcosa simile al silenzio.

Mi sono seduta, ho camminato. Quando giunse la notte
sono tornata a casa. Ho cucinato cene modeste per me stessa
alla luce delle candele.
La sera, quando potevo, scrivevo nel mio diario.

Lontano, molto lontano ho sentito campanacci
attraversare il prato.
La notte si fece tranquilla a suo modo.
Ho percepito le parole scomparse
che giacevano con le loro compagne,
come frammenti di una biografia non richiesta.

È stato tutto, ovviamente, un grande equivoco.
Ero, credevo, di fronte alla fine:
come una fenditura in una strada sterrata,
la fine è apparsa davanti a me –

come se l’albero che stava di fronte ai miei genitori
era diventato un abisso a forma di albero, un buco nero
che si espandeva nella terra, dove di giorno
avrebbe fatto semplicemente ombra.

È stato finalmente un sollievo tornare a casa.

Quando sono arrivata, lo studio era pieno di scatole.
Scatole di tubetti, scatole dei vari
oggetti che erano le mie nature morte,
vasi e specchi, la ciotola blu
l’ho riempita con uova di legno.

Per quanto riguarda il diario:
Provai. Ho insistito.
Ho spostato la mia sedia sul balcone –

I lampioni si stavano accendendo,
foderando le rive del fiume.
Gli uffici si stavano oscurando.
In riva al fiume,
la nebbia circondava le luci;
dopo un po’ non si potevano vedere
ma uno strano splendore pervadeva la nebbia,
la sua fonte un mistero.

La notte incalzava. Nebbia
turbinò sulle lampade accese.
Suppongo che accadesse dove era visibile;
altrove, era semplicemente come stavano le cose,
sfocate dove erano state nitide.

Ho chiuso il mio diario.
Era tutto alle mie spalle, tutto nel passato.

Davanti, come ho detto, c’era il silenzio.

Non ho parlato con nessuno.
A volte il telefono squillava.

Il giorno si alternava alla notte, la terra e il cielo
si illuminavano a turno.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Corwall

A word drops into the mist
like a child’s ball into high grass
where it remains seductively
flashing and glinting until
the gold bursts are revealed to be
simply field buttercups.

Word/mist, word/mist: thus it was with me.
And yet, my silence was never total—

Like a curtain rising on a vista,
sometimes the mist cleared: alas, the game was over.
The game was over and the word had been
somewhat flattened by the elements
so it was now both recovered and useless.

I was renting, at the time, a house in the country.
Fields and mountains had replaced tall buildings.
Fields, cows, sunsets over the damp meadow.
Night and day distinguished by rotating birdcalls,
the busy murmurs and rustlings merging into
something akin to silence.

I sat, I walked about. When night came,
I went indoors. I cooked modest dinners for myself
by the light of candles.
Evenings, when I could,I wrote in my journal.

Far, far away I heard cowbells
crossing the meadow.
The night grew quiet in its way.
I sensed the vanished words
lying with their companions,
like fragments of an unclaimed biography.

It was all, of course, a great mistake.
I was, I believed, facing the end:
like a fissure in a dirt road,
the end appeared before me—
as though the tree that confronted my parents
had become an abyss shaped like a tree, a black hole
expanding in the dirt, where by day
a simple shadow would have done.

It was, finally, a relief to go home.
When I arrived, the studio was filled with boxes.
Cartons of tubes, boxes of the various
objects that were my still lives,
the vases and mirrors, the blue bowl
I filled with wooden eggs.

As to the journal:
I tried. I persisted.
I moved my chair onto the balcony—

The streetlights were coming on,
lining the sides of the river.
The offices were going dark.
At the river’s edge,
fog encircled the lights;
one could not, after a while, see the lights
but a strange radiance suffused the fog,
its source a mystery.

The night progressed. Fog
swirled over the lit bulbs.
I suppose that is where it was visible;
elsewhere, it was simply the way things were,
blurred where they had been sharp.

I shut my book.
It was all behind me, all in the past.

Ahead, as I have said, was silence.

I spoke to no one.
Sometimes the phone rang.

Day alternated with night, the earth and sky
taking turns being illuminated.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Colle Oppio – Maria Luisa Spaziani

Edward Steichen, Heavy roses, 1914

 

È una rosa disfatta, stanotte, il Colosseo
e la vita si disfa con lui sotto la luna.

Io cerco il verso unico, lo stelo, il sortilegio
che ogni franta immagine ricostruisce in una.

Dammi il tuo crisma, baciami, cuore della parola,
amami come solo tu m’hai saputo amare.

Abito un regno impervio che ha un nome di ragazzo,
né c’è altro ponte al mondo che qui possa approdare.

Maria Luisa Spaziani

da “Utilità della memoria”, “Lo Specchio” Mondadori, 1966

Notte d’amore – Ingeborg Bachmann

Ho ritrovato
in una notte d’amore
ritrovato

In una notte d’amore dopo una lunga notte
ho di nuovo imparato a parlare e piangevo
perché mi è uscita di bocca una parola. Ho imparato di nuovo a camminare,
sono andata alla finestra e ho detto fame e luce
e notte mi stava bene per luce.

Dopo una notte troppo lunga,
dormito di nuovo bene,
confidando,

nel buio parlavo più facilmente.
continuavo a farlo di giorno.
Muovevo le dita sul mio viso,
Non sono più morta.
Un cespuglio incendiato nella notte.
Il mio vendicatore si è fatto avanti e si chiamava vita.
Ho detto addirittura: lasciatemi morire e pensavo
senza timore alla morte più amata

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Silvia Bortoli)

da “Non conosco mondo migliore”, Guanda, Parma, 2004

∗∗∗

Wiedergefunden hab ich
in einer Nacht der Liebe
wiedergefunden

Nacht der Liebe

In einer Nacht der Liebe nach einer langen Nacht
habe ich wieder sprechen gelernt und ich weinte,
weil ein Wort aus mir kam. Ich habe wieder gehen gelernt,
ging bis ans Fenster und sagte Hunger und Licht
und Nacht war mir recht für Licht.

Nach einer zu langen Nacht,
wieder ruhig geschlafen,
im Vertrauen darauf,

Ich sprach leichter im Dunkeln.
sprach weiter am Tag.
Bewegte meine Finger in meinem Gesicht,
Ich bin nicht mehr tot.
Ein Busch, aus dem Feuer schlug in der Nacht.
Mein Rächer trat hervor und nannte sich Leben.
Ich sagte sogar: laß mich sterben, und meinte
furchtlos meinen lieberen Tod

Ingeborg Bachmann

da “Ich weiß keine bessere Welt: Unveröffentlichte Gedichte”, Gebundene Ausgabe, 2000

Mi piaci quando taci – Pablo Neruda

Donata Wenders, Contemplation, 2006

15.

Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.

Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell’anima mia.
Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,
e rassomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante.
E stai come lamentandoti, farfalla tubante.
E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge:
lascia che io taccia col tuo silenzio.

Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e costellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

15. Me gustas cuando callas

Me gustas cuando callas porque estás como ausente,
y me oyes desde lejos, y mi voz no te toca.
Parece que los ojos se te hubieran
volado y parece que un beso te cerrara la boca.

Como todas las cosas están llenas de mi alma
emerges de las cosas, llena del alma mía.
Mariposa de sueño, te pareces a mi
alma, y te pareces a la palabra melancolía.

Me gustas cuando callas y estás como distante.
Y estás como quejándote, mariposa en arrullo.
Y me oyes desde lejos, y mi voz no te alcanza:
Déjame que me calle con el silencio tuyo.

Déjame que te hable también con tu silencio
claro como una lámpara, simple como un anillo.
Eres como la noche, callada y constelada.
Tu silencio es de estrella, tan lejano y sencillo.

Me gustas cuando callas porque estás como ausente.
Distante y dolorosa como si hubieras muerto.
Una palabra entonces, una sonrisa bastan.
Y estoy alegre, alegre de que no sea cierto.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, Editorial Nascimento, 1924