Siamo esseri antichi – Carlo Villa

Amani Willett, From Street Work

 

Oh certo s’intende, capirai,
figurarsi se non amo
l’Italia, questa piccola lingua

di carta collinosa, ignorante e con tane
abitate, un paese di servi perbene,
ma ricordarsi di chiudere gli occhi

sulle amministrazioni cosí affrante
e basta non lo sappiano all’estero
dato che ognuno, è naturale, non lavora

bene e schietto nel tratto che ha scelto
pretendendo d’averci giustizia,
giacché questo sarebbe sufficiente:

la propria vita impiegarla seriamente
senza star tanto a sentire
gli inamovibili al governo

sfiniti dalle cure riabilitanti e depositari
oramai per concessione divina
dei pubblici interessi,

con noi tutti quanti, d’accordo o
per pigrizia, ancora a farli venire-andare.
Pure non voglio rimettermi passivo

alla consapevolezza che pare
non ci sia piú niente da fare
per via del demone atomico, insomma

siamo esseri antichi
e se non c’è piú riguardo
per i nostri fantastici trascorsi,

perlomeno il piacere di possedere gambe
e germogli di labbra, ci spinga
a proseguire ogni mattina nonostante

la sparuta giornata precedente,
al cospetto della vita ancora possibile,
senza programmi, scoppiando

in un certo modo di salute,
perché solo cosí ci andrà bene:
gli occhi nelle vetrine ricolme

e la febbre nell’immaginazione
che tutto è per l’uomo,
questa di vivere unica realtà,

liberi e con idee nella testa
che scottino, tamponi dischiusi
di sassofono e bicchieri

con dentro il sorriso. Non c’è
buio peggiore dell’uomo che inganna
i propri organi, tiroide, cardiovascoli

e, della vita a prenderne dosi
liberamente, la morte è serena
anche se resta importante.

Oppure fra poco perire
umiliati perfino dal mezzo
e le specie si estingueranno

e chi ne saprà piú qualcosa
per esempio della rosa,
il tipo di seme; insomma

bisogna finirla con l’angoscia,
altrimenti la previdenza sociale
e i testi gratuiti alle elementari

son giochi di parole, truffe, falsità,
titoli fittizi di merito
per un inesistente aldilà.

Carlo Villa

da “Siamo esseri antichi”, Einaudi, Torino, 1964

Magnificat – Fernando Pessoa

 

Quando passerà questa notte interna, l’universo,
e io, l’anima mia, avrò il mio giorno?
Quando mi desterò dall’essere desto?
Non so. Il sole brilla alto:
impossibile guardarlo.
Le stelle ammiccano fredde:
impossibile contarle.
Il cuore batte estraneo:
impossibile ascoltarlo.
Quando finirà questo dramma senza teatro,
o questo teatro senza dramma,
e potrò tornare a casa?
Dove? Come? Quando?
Gatto che mi fissi con occhi di vita, chi hai là in fondo?
Sì, sì, è lui!
Lui, come Giosuè, farà fermare il sole e io mi sveglierò;
e allora sarà giorno.
Sorridi nel sonno, anima mia!
Sorridi anima mia: sarà giorno!

7 novembre 1933

Fernando Pessoa

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Poesie di Álvaro de Campos”, Adelphi Edizioni, 1993

∗∗∗

Magnificat

Quando é que passará esta noite interna, o universo,
E eu, a minha alma, terei o meu dia?
Quando é que despertarei de estar acordado?
Não sei. O sol brilha alto,
Impossível de fitar.
As estrelas pestanejam frio,
Impossíveis de contar.
O coração pulsa alheio,
Impossível de escutar.
Quando é que passará este drama sem teatro,
Ou este teatro sem drama,
E recolherei a casa?
Onde? Como? Quando?
Gato que me fitas com olhos de vida, quem tens lá no fundo?
É esse! É esse!
Esse mandará como Josué parar o sol e eu acordarei;
E então será dia.
Sorri, dormindo, minha alma!
Sorri, minha alma, será dia!

Fernando Pessoa

da “Álvaro de Campos, Poesia”, Assírio & Alvim, Lisboa, 2002

«Esistono libri che servono» – Valerio Magrelli

Foto di André Kertész

 

Esistono libri che servono
a svelare altri libri,
ma scrivere in genere è nascondere,
sottrarre alla realtà qualcosa
di cui sentirà la mancanza.
Questa maieutica del segno
indicando le cose con il loro dolore
insegna a riconoscerle.

Valerio Magrelli

da “Aequator lentis”, in “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1980

La rosa – Jorge Luis Borges

Robert Mapplethorpe, Untitled, 1986

A Judith Machado

La rosa,
l’immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza,
quella del buio giardino a notte alta,
quella d’ogni giardino e d’ogni sera,
la rosa che per arte d’alchimia
nasce di nuovo dalla tenue cenere,
la rosa dei persiani e dell’Ariosto,
quella ch’è sempre sola,
quella che è sempre la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l’ardente e cieca rosa che non canto,
la rosa irraggiungibile.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “Fervore di Buenos Aires”, Adelphi, 2010

∗∗∗

La rosa 

A Judith Machado

La rosa,
la inmarcesible rosa que no canto,
la que es peso y fragancia,
la del negro jardín en la alta noche,
la de cualquier jardín y cualquier tarde,
la rosa que resurge de la tenue
ceniza por el arte de la alquimia,
la rosa de los persas y de Ariosto,
la que siempre está sola,
la que siempre es la rosa de las rosas,
la joven flor platónica,
la ardiente y ciega rosa que no canto,
la rosa inalcanzable.

Jorge Luis Borges

da “Fervor de Buenos Aires”, Serrantes, Buenos Aires, 1923

Sui vetri appannati dal freddo… – Antonella Anedda

Foto di Josef Sudek

II

Sui vetri appannati dal freddo passavano ombre confuse.
Nel cielo, oltre le case salivano fuochi d’artificio. Quando le
lancette degli orologi raggiunsero le dodici da uno dei letti
vicino alla finestra venne una breve risata infelice.

È scesa una notte orientale, si è incollata sui tetti
di colpo come nei presepi
da una fessura del cielo è precipitata la neve.
Davanti alla sponda dei letti sfilavano silenziose le renne
contro il legno degli armadi ardevano i fuochi dei Lapponi
fuori crepitavano rami e bottiglie
bruciavano alberi di Natale
legno e vetro segreto scintillío di carte.

È arrivato il Capodanno.
Noi abbiamo vegliato senza fatica,
semplicemente
la luna spezzava le travi
l’ombra di una calza velava il cortile
ogni lume era spento.

Gennaio lascia nelle isole
gusci di riccio sugli scogli
e tesa luce
sulle secche invernali.
Come una desolata corona di pietre
in un naufragio polare
lastre di granito e chiuse lapidi
nell’acqua e in terra
oltre il promontorio della Trinità
dentro il recinto del cimitero.

Vi chiedo coraggio, sognate
con la dignità degli esuli
e non con il rancore dei malati
cancellando la visione dei muri e della neve
trasformando l’ombra dei fiocchi
e la sagoma scura dei gabbiani
con l’animo teso dei marinai
che ammutoliscono al sollevarsi dell’onda
e pregano
raccolti nel cesto del vento.

Un filo d’acqua scende nel lavabo
il ghiaccio riga le finestre
ed è difficile pensare al soffio marino
e l’urtare dei carrelli
e il fischio di sirena mattutino
non contemplano nessun eroismo.
Eppure, distesi sulla misteriosa rotta dei letti
noi siamo nello stesso splendore
della marea che si placa
vicinissimi al nodo che l’acqua finalmente distende.

La nave salpa e cammina
ed è un quieto santuario.

Antonella Anedda

da “Residenze invernali”, Crocetti Editore, 1992