Rosa venuta tardi… – Rainer Maria Rilke

Emma Barton, The Soul of the Rose, c. 1905

XXIII

Rosa venuta tardi, nella notte dolente
dove ti afferra la luce delle stelle,
conosci la gioia che dolcemente
dona l’estate alle tue sorelle?

Per giorni e giorni ti vedo esitare
nella guaina chiusa troppo forte.
A ritroso, nascente, ti vedo imitare
la lenta cadenza della morte.

Il tuo mutevole stato ti rende cosciente
di quanto ci resta inafferrato,
l’ineffabile accordo di essere e niente
nel tutto confuso e mescolato.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Roberto Carifi)

da “Rainer Maria Rilke, Poesie francesi”, Crocetti Editore, 1999

∗∗∗

XXIII

Rose, venue très tard que les nuits amères arrêtent
par leur trop sidérale clarté,
rose, devines-tu les faciles délices complètes
de tes soeurs d’été?

Pendant des jours et des jours je te vois qui hésites
dans ta gaine serrée trop fort.
Rose qui, en naissant, à rebours imites
les lenteurs de la mort.

Ton innombrable état te fait-il connaître
dans un mélange où tout se confond,
cet ineffable accord du néant et de l’être
que nous ignorons?

Rainer Maria Rilke

da “Rainer Maria Rilke, Poèmes français”, H. Kaeser, 1944

L’intimo delle rose – Rainer Maria Rilke

René Magritte, Le tombeau des lutteurs

 

Dov’è, per quest’intima delizia,
l’involucro che, fuori, le si adegui?
Su qual ferita mai
noi deporremo queste dolci bende?
E quali cieli mai si specchieranno
dentro lo specchio d’acque,
tutto beata espansa intimità,
di questi aperti calici?
Rimira come fluide si giacciono
in un immenso fluido;
né mai tremar di mano
giungerebbe a versarle!
È prodigo incredibile, quel loro
contenersi a fatica entro una forma…
E si paventa quasi
che trabocchino alcune — riempite
d’intimo spazio come sono — in giorni,
traboccanti anche loro
di quello spazio a poco a poco accolto,
fin che l’estate intiera 
divenuta non sia tutta una stanza
piena di rose,
al vaporar di un sogno.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Nuove Poesie, 1907-1908”, (Serie seconda), in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Das Rosen-Innere

Wo ist zu diesem Innen
ein Außen? Auf welches Weh
legt man solches Linnen?
Welche Himmel spiegeln sich drinnen
in dem Binnensee
dieser offenen Rosen,
dieser sorglosen, sieh:
wie sie lose im Losen
liegen, als könnte nie
eine zitternde Hand sie verschütten.
Sie können sich selber kaum
halten; viele ließen
sich überfüllen und fließen
über von Innenraum
in die Tage, die immer
voller und voller sich schließen,
bis der ganze Sommer ein Zimmer
wird, ein Zimmer in einem Traum.

Rainer Maria Rilke

da “­Neue Gedichte”, (Anderer Teil), Insel-Verlag, Leipzig, 1907

«Ch’io fossi allora» – Rainer Maria Rilke

Mikko Lagerstedt

42.

Ch’io fossi allora – o sia: tu muovi sopra
di me, infinita tenebra di luce.
E il Sublime che nello spazio appresti, io irriconoscibile
sul mio volto che veglia lo accolgo.

Notte, sapessi come io ti guardo,
come il mio essere nella rincorsa arretra
per osare slanciarsi fino a te;
e come potrò credere che bastino due cigli a contenere
questi fiumi di sguardi che s’incalzano?

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

Dalle poesie alla notte

da “Poesie sparse (1907-1926)”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

∗∗∗

42.

Ob ich damals war – oder bin: du schreitest
über mich hin, du unendliches Dunkel aus Licht.
Und das Erhabene, das du im Raume bereitest,
nehm ich, Unerkenntlicher, an mein waches Gesicht.

Nacht, o erführest du, wie ich dich schaue,
wie mein Wesen zurück im Anlauf weicht,
daß es sich dicht bis zu dir zu werfen getraue;
faß ich es denn, dass die zweimal genommene Braue
über solche Ströme von Aufblick reicht?

Rainer Maria Rilke

Aus den Gedichten an die Nacht

da “Verstreuten und nachgelassenen Gedichte”, in “Sämtliche Werke”, Wiesbaden, 1955-1966, II Vol.

da «I quaderni di Malte Laurids Brigge» – Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke a Mosca in un disegno di Léonid Pasternak. Collezione privata.

 

[…]

Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

[…]

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Furio Jesi)

da “I quaderni di Malte Laurids Brigge”, Garzanti, 1974

Canto d’amore – Rainer Maria Rilke

Arnold Genthe, Julia Marlowe, ca. 1911

 

   E come tratterrò l’anima mia,
perché la tua non sfiori?
Come la leverò verso altre sfere,
dove tu piú non sia?

   Oh, celarla vorrei presso qualcosa
che si smarrisse in buia solitudine,
in un angolo ignoto e silenzioso
che non vibrasse piú quando rivibrano
gli abissi tuoi!…

   Ma tutto ciò che appena ne disfiora,
ci prende insieme al pari dell’archetto
che da due corde trae solo una voce.

   Su qual strumento, ahimè, siamo noi tesi?
E chi lo regge e suona?… Oh melodia!

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Liebes – Lied

Wie soll ich meine Seele halten, daß
sie nicht an deine rührt? Wie soll ich sie
hinheben über dich zu andern Dingen?
Ach gerne möcht ich sie bei irgendwas
Verlorenem im Dunkel unterbringen
an einer fremden stillen Stelle, die
nicht weiterschwingt, wenn deine Tiefen schwingen.
Doch alles, was uns anrührt, dich und mich,
nimmt uns zusammen wie ein Bogenstrich,
der aus zwei Saiten eine Stimme zieht.
Auf welches Instrument sind wir gespannt?
Und welcher Spieler hat uns in der Hand?
O süßes Lied.

Rainer Maria Rilke

da “­Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907