I vostri nomi – Pierluigi Cappello

Foto di Danilo De Marco

 

Ieri sono passato a trovarti, papà,
la luce in questi giorni non è tagliata dall’ombra
negli alberi senza vento c’è l’odore secco dell’aria
per come posso, ti ho portato il racconto dei temporali,
l’odore di inverno sulle tempie
a Chiusaforte è nevicato, nevica sempre
e le fontane sono ghiacciate
penso, per qualche momento, che tu sia ancora lassú
ad accatastare legna con cura
e non in luoghi come questi
la casa di riposo con la pista per le bocce
dove state raccolti come le foglie nel parco
uniti nell’attesa, lontani dalle città assediate.

Dicevate domani, dicevate questo è il figlio
e con il silenzio del fischio nella bufera
i vostri nomi sono andati via
voi che siete stati popolo e ombra
remissione e forza
il tuo nome, papà, e quello di Bruno, che non era un’antilope
e tirava sassate al pettirosso sul ramo piú alto
o quello di Giordano, o quello di Cesare, o quello di Alfredo, l’artigliere
o quello di quelli che, come te, sono stati bambini
che hanno detto domani.

E adesso non è troppo dire
quanto poche sono le foglie cadute
sui giorni di novembre
per dire cos’è l’inverno negli occhi mentre viene
tutto il poco possibile è qui,
nei vostri corpi piegati come l’ulivo
sulle vostre facce di monete graffiate
in questo spazio, in questo tempo confusi
come il cielo e la terra quando nevica,
e se c’è un’uscita, papà, anche se non posso dire domani,
la sua luce sulla soglia
è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei
questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
le tasche piene di sassi, la memoria di voi
che trema in noi
come una stella incoronata di buio.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

Incontro – Giorgio Caproni

Foto di Ferdinando Scianna

     

      Nell’aria fresca d’odore
di calce per nuove case,
un attimo: e più non resta
del tuo transito breve
in me che quella fiamma
di lino – quell’istantaneo
battito delle ciglia,
e il pànico del tuo sorpreso
– nero, lucido – sguardo.

Giorgio Caproni

da “Ballo a Fontanigorda” (1935-1937), in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

«I cieli sono uguali» – Pedro Salinas

Jerry N. Uelsmann, Untitled, 2008

[XXXV]

I cieli sono uguali.
Azzurri, grigi, neri,
si ripetono sopra
l’arancio o la pietra:
guardarli ci avvicina.
Annullano le stelle,
tanto sono lontane,
le distanze del mondo.
Se noi vogliamo unirci,
non guardare mai avanti:
tutto pieno di abissi,
di date e di leghe.
Abbandonati e galleggia
sopra il mare o sull’erba,
immobile, il viso al cielo.
Ti sentirai calare
lenta, verso l’alto,
nella vita dell’aria.
E ci incontreremo
oltre le differenze
invincibili, sabbie,
rocce, anni, ormai soli,
nuotatori celesti,
naufraghi dei cieli.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

 da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[XXXV]

Los cielos son iguales.
Azules, grises, negros,
se repiten encima
del naranjo o la piedra:
nos acerca mirarlos.
Las estrellas suprimen,
de lejanas que son,
las distancias del mundo.
Si queremos juntarnos,
nunca mires delante:
todo lleno de abismos,
de fechas y de leguas.
Déjate bien flotar
sobre el mar o la hierba,
inmóvil, cara al cielo.
Te sentirás hundir
despacio, hacia lo alto,
en la vida del aire.
Y nos encontraremos
sobre las diferencias
invencibles, arenas,
rocas, años, ya solos,
nadadores celestes,
náufragos de los cielos.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Ripenso il tuo sorriso… – Eugenio Montale

Edward Steichen, Miriam Hopkins, 1930

a K.

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma…

Eugenio Montale

da “Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925

Del silenzio – Ghiannis Ritsos

Foto di Gerard Laurenceau

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le cose che non dicevi mai, proprio quelle
davano sangue alle parole che dicevi e che restavano in aria
sospese, ambigue, come note inspiegabili
di una futura musica notturna. Ora
non hai più niente da dire, giacché non hai niente da nascondere. Il silenzio
ti chiude completamente fuori dagli eventi
a sentire le motociclette dei giovani giù sulla litoranea
a sentire i fischi delle navi “Sàmena”, “Ikaros”, “Egeo”,
che navigano giorno e notte tra alterne bonacce e tempeste
con destinazione finale il grande Ormeggio oscuro.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 7.VIII.87

da “L’albero nudo”, 1987, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

Τῆς σιωπῆς

Ἐ ϰεῖνα πού δέν ἔλεγες ποτέ, ἀϰριβῶς ἐϰεῖνα,
ἔδιν αἷμα στά λόγια πού ἔλεγες ϰι ἔμιναν στόν ἀέρα
μετέωρα, διφορούμενα, σάν ἀνεξήγητοι ἦχοι
νυχτερινῆς μελλοντιϰῆς μουσιϰῆς. Τώρα
δέν ἔχεις τίποτα νά πιῖς, ἀφοῦ δέν ἔχεις τίποτα νά ϰρύψεις. Ἡ σιωπή
σέ ϰλείνει ὁλόσωμον ἔξω ἀπ’ τά γεγονότα
ν’ ἀϰοῦς τίς νεανιϰίς μοτοσιϰλέτες ϰάτω στόν παραθαλάσσιο δρόμο,
ν’ ἀϰοῦς ϰαί τά σφυρίγματα τῶν πλοίων «Σάμαινα», «Ἴϰαρος», «Αἰγαῖο»,
πού ἀρμενίζουν νυχτόημιρα α’ ἐναλλασσόμινες μπουνάτσες ϰαί φουρτοῦνες
μέ τελιϰό τους προορισμό τό μέγα, σϰοτεινό Αγϰυροβολεῖο.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 7.VIII.87

da “Το γυμνό δέντρο”, 1987, in “Ἀργά, πολύ ἀργά μέσα στή νύχτα”, Κέδρος, 1991