Negli alberi – Adam Zagajewski

Michael Kenna, Windy Trees, Les Tuileries, Paris, France

 

Negli alberi, nelle loro chiome, sotto sontuose
vesti di foglie e sottane di luce,
sotto i sensi, sotto le ali, sotto gli scettri,
negli alberi si cela, respira, palpita
una vita quieta, sonnolenta, un abbozzo d’eterno.
Prosperi reami crescono nell’ambone
delle querce. Gli scoiattoli corrono, immobili
come piccoli tramonti rossi nascosti
sotto le palpebre. Ostaggi invisibili
formicolano sotto i gusci delle ghiande,
gli schiavi portano cesti con frutta e argento,
i cammelli oscillano come studiosi
arabi sopra i loro manoscritti, i pozzi
bevono acqua e aceto, l’acerba Europa
stilla come resina dal legno, Vermeer dipinge
vesti e una luce che non va scemando.
Sotto la cupola del circo danzano i tordi.
Slowacki già abita a Parigi e gioca
perseverante in borsa. Un ricco
si infila nella cruna d’un ago
e geme, ah, che tortura, Socrate
spiega ai cercatori d’oro che cos’è
la menzogna, che cosa il bene e la virtù.
I rematori remano lenti. E lente navigano
le barche a vela. I fuggitivi dell’Insurrezione
di Varsavia bevono un tè dolce,
sui rami asciuga la biancheria,
qualcuno nel sonno chiede «dov’è
la mia patria». Un veliero verde è fissato
a un’ancora arrugginita. Un coro di anime immortali
prova una cantata di Bach, in silenzio.
Accanto, su un angusto divano, dorme, stanco,
capitan Nemo. Un picchio trasmette un telegramma
urgente con la notizia della conquista
di Cartagine e del Boston Tea Party.
La donnola non si tramuta affatto
in lady Macbeth, nelle chiome degli alberi
non esistono rimorsi. Icaro serenamente affoga.
Dio riavvolge il nastro. Le spedizioni punitive
rientrano in caserma. Vivremo a lungo
negli intrecci di un arabesco, nel balbettio
dell’allocco, nel desiderio, nell’eco
senza casa, sotto sontuose vesti di foglie,
nelle chiome degli alberi, nell’altrui respiro.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Andare a Leopoli e altre poesie”, 1985, in “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

∗∗∗

W drzewach

W drzewach, w koronach drzew, pod sutymi
sukniami liści, pod sutannami blasku,
pod zmysłami, pod skrzydłami, pod berłami,
w drzewach kryje się, oddycha, kołuje
ciche, senne życie, szkic wieczności.
Syte królestwa rosną w ambonach
dębów. Wiewiórki biegną nieruchomo
jak małe rude zachody słońca, schowane
pod powieką. Niewidoczni zakładnicy
mrowią się pod łuskami żołędzi,
niewolnicy znoszą kosze owoców i srebra,
wielbłądy kołyszą się jak arabski
uczony nad manuskryptem, studnie piją
wodę i ocet, cierpka Europa sączy się
jak żywica z drewna. Vermeer maluje
szaty i światło, którego nie ubywa.
Pod kopułą cyrku tańczą drozdy.
Słowacki już mieszka w Paryżu
i gra wytrwale na giełdzie. Bogacz
przeciska się przez ucho igielne
i stęka ach jaka męka, Sokrates
wyjaśnia poszukiwaczom złota, czym
jest kłamstwo, czym dobro, czym cnota.
Wioślarze powoli wiosłują. Żeglarze
powoli żeglują. Uciekinierzy z Powstania
Warszawskiego piją słodką herbatę,
na gałęziach suszy się bielizna,
ktoś pyta przez sen gdzie jest moja
ojczyzna. Zielony żaglowiec stoi na
rdzawej kotwicy. Chór dusz nieśmiertelnych
ćwiczy kantatę Bacha, całkiem niemo.
Obok na wąskiej kozetce śpi zmęczony
kapitan Nemo. Dzięcioł nadaje pilny
telegram z wiadomością o zdobyciu
Kartaginy i o herbatce w Bostonie.
Łasica wcale się w lady Makbet nie
przemienia, w koronach drzew nie ma
wyrzutów sumienia. Ikar spokojnie tonie.
Bóg cofa taśmę. Ekspedycje karne
wracają do koszar. Będziemy żyli
długo w liniach arabeski, w bełkocie
puszczyka, w pożądaniu, w echu, które
jest bezdomne, pod sutymi sukniami liści,
w koronach drzew, w czyimś oddechu.

Adam Zagajewski

da “Jechać do Lwowa”, London: Aneks, 1985

Oltre il tempo, oltre un angolo – Cristina Campo

 

What sorrow
beside your sadness
and what beauty
W.C. Williams

Troppe cose hanno accolto le tue palpebre
l’attenzione t’ha consumato le ciglia.
Troppe vie t’hanno ripetuta,
stretta, inseguita.

La città da secoli ti divora
ma per te travede, sogno e sfacelo,
di luci e piogge, lacrime senili
sulla ragazza che passa
febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo.

Ritorna! Gridano i vecchi di Santa Maria del Pianto,
la ronda della piscina di Siloè
con i cani, gl’ibridi, gli spettri
che non si sanno e tu sai
radicati con te
nel glutine blu dell’asfalto
e credono al tuo fiore che avvampa, bianco −

poiché tutti viviamo di stelle spente.

Cristina Campo

da “Poesie Sparse”, in “Cristina Campo, La Tigre Assenza”, Adelphi, 1991

Un tempo gli alberi avevano occhi – Ana Blandiana

Foto di Anka Zhuravleva

 

Un tempo gli alberi avevano occhi,
posso giurarlo,
so di certo
che vedevo quando ero albero,
ricordo che mi stupivano
le strane ali degli uccelli
che mi sfrecciavano davanti,
ma se gli uccelli sospettassero
i miei occhi,
questo non lo ricordo più.
Invano ora cerco gli occhi degli alberi.
Forse non li vedo
perché albero non sono più,
o forse sono scivolati lungo le radici
nella terra,
o forse,
chissà,
solo a me m’era parso
e gli alberi sono ciechi da sempre…
Ma allora perché
quando mi avvicino
sento che
mi seguono con gli sguardi,
in un modo che conosco,
perché, quando stormiscono e occhieggiano
con le loro mille palpebre,
ho voglia di gridare −­
Cosa avete visto?…

Ana Blandiana

(Traduzione di Biancamaria Frabotta e Bruno Mazzoni)

da “Ottobre, Novembre, Dicembre”, in “Un tempo gli alberi avevano occhi”, Donzelli Poesia, 2004

***

Cândva arborii aveau ochi

Cândva arborii aveau ochi,
Pot să jur,
Ştiu sigur
Că vedeam când eram arbore,
Îmi amintesc că mă mirau
Ciudatele aripi ale păsărilor
Care-mi treceau pe dinainte,
Dar dacă păsările bănuiau
Ochii mei,
Asta nu îmi mai aduc aminte.
Caut zadarnic ochii arborilor acum.
Poate nu-i văd
Pentru că arbore nu mai sunt,
Sau poate-au coborât pe rădăcini
În pământ,
Sau poate,
Cine ştie,
Mi s-a părut numai mie
Şi arborii sunt orbi dintru-nceput…
Dar atunci de ce
Când trec de ci aproape
Simt cum
Mă urmăresc cu privirile,
Într-un fel cunoscut,
De ce, când foşnesc şi clipesc
Din miile lor de pleoape,
Îmi vine să strig –
Ce-aţi văzut?…

Ana Blandiana

da “Octombrie-Noiembrie-Decembrie”, Cartea Româneascà, 1972

Lettera – Franco Fortini

 

Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno
     Come vincerà me, che ti somiglio.

Padre di magre risa, padre di cuore bruciato,
     Padre, il piú triste dei miei fratelli, padre,

Il tuo figliuolo ancora trema del tuo tremore
     Come quel giorno d’infanzia di pioggia e paura

Pallido tra le urla buie del rabbino contorto
     Perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.

Ma quello che tu non dici devo io dirlo per te
     Al trono della luce che consuma i miei giorni.

Per questo è partito tuo figlio; e ora insieme ai compagni
     Cerca le strade bianche di Galilea.

Franco Fortini

1944

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946

Il confine – Ana Blandiana

Foto di Frank Paulin

 

Cerco il principio del male
come da bambina cercavo i margini della pioggia.
Con tutte le forze correvo per trovare
il luogo dove
sedermi a terra e contemplare
da una parte pioggia, da una parte niente pioggia.
Ma sempre la pioggia smetteva prima
che ne scoprissi i confini
e ricominciava prima
di capire fin dove è sereno.
Invano sono cresciuta.
Con tutte le forze
corro ancora per trovare il luogo
dove sedermi a terra e contemplare
la linea che separa il male dal bene.
Ma sempre il male smette prima
che ne scopra il confine
e ricomincia prima
di capire fin dove è bene.
Io cerco il principio del male
su questa terra
volta per volta
grigia e assolata.

Ana Blandiana

(Traduzione di Biancamaria Fabrotta e Bruno Mazzoni)

da “Il terzo sacramento”, 1969, in “Ana Blandiana, Un tempo gli alberi avevano occhi”, Donzelli Poesia, 2004

 ∗∗∗

Hotarul

Caut începutul răului
Cum căutam în copilărie marginile ploii.
Alergam din toate puterile să găsesc
Locul în care
Să mă aşez pe pământ să contemplu
De-o parte ploaia, de-o parte neploaia.
Dar întotdeauna ploaia-nceta înainte
De a-i descoperi hotarele
Şi reîncepea înainte
De-a şti până unde-i seninul.
Degeaba am crescut.
Din toate puterile
Alerg şi acum să găsesc locul unde
Să mă aşez pe pământ să contemplu
Linia care desparte răul de bine.
Dar întotdeauna răul încetează-nainte
De a-i descoperi hotarul
Şi reîncepe-nainte
De-a şti până unde e binele.
Eu caut începutul răului
Pe acest pământ înnorat şi-nsorit
Rând pe rând.

Ana Blandiana

da “A treia taină”, București, Editura Tineretului, 1969