Biglietto lasciato prima di non andar via – Giorgio Caproni

Foto di Henri Cartier-Bresson

 

          Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

                Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni

1975

da “Il franco cacciatore”, Garzanti, 1982

La musica ascoltata con te – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Music I heard with you was more than music…
CONRAD AIKEN

La musica ascoltata con te
resterà sempre con noi.

Il grave Brahms e l’elegiaco Schubert,
alcuni canti, la terza sonata di Chopin,

quartetti dal suono
che lacera il cuore (Beethoven, gli adagi)

e la tristezza di Šostakovic, che
non voleva morire.

I grandi cori nelle passioni di Bach
– come se qualcuno ci chiamasse

ed esigesse da noi la gioia,
pura e disinteressata,
la gioia in cui la fede
è qualcosa di ovvio.

Certi frammenti di Lutosławski
fuggitivi come i nostri pensieri.

I blues di una cantante di colore
ci trafiggevano come acciaio lucente –

anche se ci avevano raggiunto in strada,
in una brutta città polverosa.

Le marce di Mahler che non hanno fine,
la voce della tromba che apre la Quinta sinfonia

e la prima parte della Nona
(talvolta tu la chiami « malheur »!).

La disperazione di Mozart nel Requiem,
i suoi concerti per pianoforte sereni,

che meglio di me cantarellavi
– ma ciò lo sappiamo bene.

La musica ascoltata con te
tacerà insieme a noi.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

∗∗∗

Muzyka słuchania z tobą

Muzyka słuchania z tobą
zostanie na zawsze z nami.

Poważny Brahms i elegijny Schubert,
niektóre piosenki, czwarta ballada Chopina,

kilka kwartetów o rozdzierającym
serce brzmieniu (Beethoven, adagia)

i smutek Szostakowicza, który
nie chciał umierać.

Wielkie chóry w pasjach Bacha –
jakby ktoś nas wołał

i żądał od nas radości,
czystej i bezinteresownej,

radości, w której wiara
jest czymś oczywistym.

Pewne fragmenty Lutosławskiego
ulotne tak jak nasze myśli.

Śpiew czarnej śpiewaczki bluesa
przeszywał nas jak lśniąca stal –

choćby dobiegał nas gdzieś na ulicy,
w zakurzonym, brzydkim mieście.

Niekończące się marsze Mahlera,
głos trąbki otwierającej piątą symfonię

i pierwsza część dziewiątej
(ty go czasem nazywasz “malheur”!).

Rozpacz Mozarta w Requiem,
jego pogodne koncerty fortepianowe,

które nuciłaś lepiej niż ja –
ale o tym dobrze wiemy.

Muzyka słuchania z tobą
zamilknie razem z nami.

Adam Zagajewski

da “Anteny”, Krakow: Wydawnictwo a5, 2005

Vòltess – Franco Loi

Foto di Leopoldo Pomés

 

Vòltati, senza dar peso, come si fa
quando i pensieri nell’aria scivolano via,
voltati per abitudine, lenta, senza senso
come quelle donne che per strada girano
la testa per un uomo, in casa, o sulla porta,
voltati per simpatia d’un rumore lontano,
o d’una rondine su nel cielo stravolta,
voltati senza sapere, per volontà
d’un qualche pensiero bizzarro, o per bugia,
voltati per ritornare, che dimenticato
ci son io dietro le spalle per rubarti
quel niente del camminare, quel tuo andare via.

Franco Loi

da “Lünn”, Firenze, Il Ponte, 1982

***

Vòltess, sensa dagh pés, cume se fa 
quand ch’i penser ne l’aria slisen via,
vòltess per abitüden lenta, sensa sâ,
cume quj donn che per la strada i gira
la testa per un òmm, in câ, o sü la porta,
vòltess per simpatia d’un rümur luntan,
o d’una runden sü nel ciel stravolta,
vòltess sensa savè, per vuluntâ
d’un quaj penser bislacch, o per busia,
vòltess per returnà, che smentegâ
sun mì che dré di spall te rubaria
quel nient del camenà, quel tò ’ndà via.

Color degli occhi e domande – Tadeusz Różewicz

Dirk Wüstenhagen

 

Ha la mia amata
azzurri gli occhi
con una scheggia d’argento
No

Ha la mia diletta
castani gli occhi
con una scintilla d’oro
No

Ha la mia amata
neri gli occhi
senza luce
No

La mia diletta ha gli occhi
che cadono sopra di me
come una pioggia
grigia autunnale

Tadeusz Różewicz

1954

(Traduzione di Carlo Verdiani)

da “Sorrisi (1945-1956)”, in “Il guanto rosso e altre poesie”, Libri Scheiwiller, 2003

∗∗∗

Kolor oczu i pytania

Czy moja ukochana
ma modre oczy
ze srebrną drzazgą
Nie

Czy moja miła
ma piwne oczy
ze złotą iskrą
Nie

Czy moja ukochana
ma czarne oczy
bez światła
Nie

Moja miła ma oczy
które opadają na mnie
jak jesienny
szary deszcz

Tadeusz Różewicz

da “Poezje żebrane” (Poesie raccolte), Wrocław, Ossolineum, 1971

Diario bizantino – Cristina Campo

I

Due mondi – e io vengo dall’altro.

Dietro e dentro
le strade inzuppate
dietro e dentro
nebbia e lacerazione
oltre caos e ragione
porte minuscole e dure tende di cuoio,
mondo celato al mondo, compenetrato nel mondo,
inenarrabilmente ignoto al mondo,
dal soffio divino
un attimo suscitato,
dal soffio divino
subito cancellato,
attende il Lume coperto, il sepolto Sole,
il portentoso Fiore.

Due mondi – e io vengo dall’altro.

La soglia, qui, non è tra mondo e mondo
né tra anima e corpo,
è il taglio vivente ed efficace
più affilato della duplice lama
che affonda
sino alla separazione
dell’anima veemente dallo spirito delicato
– finché il nocciolo ben spiccato ruoti dentro la polpa –
e delle giunture dagli ossi
e dei tendini dalle midolla:
la lama che discerne del cuore
le tremende intenzioni
le rapinose esitazioni.

Due mondi – e io vengo dall’altro.

O chiave che apri e non chiudi,
chiudi e non apri e conduci
teneramente il vinto fuor della casa del carcere
e fuor dell’ombra della morte
e il senzatetto negli atrî luminosi
dei mille occhi impassibili
di chi ha compiutamente patito
e delle mani contro la notte levate
nel santo ideogramma della benedizione –
disegnati
ridisegnati
secondo gli otto toni che separano gli otto cieli
con l’erotico incenso e il ferale myron,
al centro del petto, al centro del Sole, là dove il Nome
myron effuso è il Tuo Nome!
rapisce in vortice immoto alla vita del mondo,
zampilla nuovi sensi dal mondo della morte.

II

Uno a uno vengono accesi i volti
alle radici millenarie
della selva d’icone,
per fare di giorno notte,
neve e stelle,
per far della tenebra rose
– più che rugiada trasparenti rose.
E la fiamma sboccia come il bacio all’icona
e il bacio sboccia come la rosa all’icona,
culmini della linfa della terra,
culmini del respiro dell’amore.
Ma la Luna qui
sboccia nel Sole,
la Luna partorisce il Sole.

Alla pesante pioggia
dell’altro mondo s’intesse
il soave scrosciare delle dalmatiche di questo mondo,
l’altero volo dei veli di questo mondo
inenarrabilmente ignoto al mondo.
Estatici allarmi ed appelli
d’angeli ministranti:
Le porte! Le porte!
escano i catecumeni!
Tre volte beato l’inno,
tre volte divina la folgore
teologica dei Cherubini,
ingiunge di deporre, disperdere dimenticare
ogni sollecitudine mondana.
Nessun catecumeno rimanga!

O imperiale fragranza,
olio di rosa bulgara che misteriosamente dischiudi
tra ciglia umettate l’occhio
della fronte, l’occhio del cuore, l’occhio del Nome
myron effuso è il Tuo Nome!
Macerato con sessanta aromi
su un fuoco di vecchie icone
estinte da baci da fiamme e da lacrime
per gli eoni degli eoni
ruotate tre notti
tre giorni
sulle spirali del Verbo,
stilli ora luminosa intorno al trono
del Basileo morto
dell’immortale Archiereo:
che tragicamente s’arma, aquila librata
sopra la gnostica aquila della città inviolata
dal capo alla mano alla gamba
per la terrificante operazione.
Tempo è di cominciare, Despota santo…
Nessun catecumeno rimanga!
Ruota
lentissima intorno e folgorante
siderale e selvaggia
danza d’angeli e di ghepardi…

Pànico centrifugo
e centripeto rapimento
dei cinque sensi nel turbine incandescente:
spezzato, aperto di forza l’orecchio dell’intendimento
dalla ritmata percossa delle catene d’argento;
poi, nel cosmico manto
dei tre fiumi e dei quattro quadranti
dalla lenta inaudibile benedizione:
poiché qui Dio non parla nel vento,
Dio non parla nel tuono:
parla in un piccolo alito
e ci si vela il capo per il terrore.

III

O despota ferito
che col bisturi d’oro
ad ogni sole tagli nel tondo Sole
l’Agnello immedicabile,
tagli la Luna sovrana, tagli le Stelle fisse
e le opposte galassie
(cibo di salute, cibo di pace!)
dei vivi sui due versanti della morte!
Tremendo è che nei nostri sguardi affondi
l’impassibile sguardo
di Chi ha compiutamente patito,
di Chi con la stessa mano imparte ed è impartito,
e spezzando è spezzato,
immolando immolato,
mangiato e mai consumato

(con desiderio ho desiderato…)
Tremendo che a ciascuno
sia di nuovo irrevocabilmente assegnato
per gli eoni degli eoni
come nell’Eden il suo nome e il suo cibo.

Faccia a terra le incorporee Legioni,
gli Arcistrateghi di luce,
i nostri denti affondano nelle carni dei cieli…
Ma le nostre bocche mai svezzate,
in eterno grondanti la purpurea
gloria ciecamente donata
e ciecamente ricevuta,
si ostinano a impetrare
(con desiderio ho desiderato)
per te, per te, signore,
la pace che sovrasta ogni ragione,
ogni intendimento, ogni tradimento: la pace
che non ti possiamo dare…

Lungo l’intero giorno,
lungo l’intera via che porta a questo mondo
e cancella ogni via che porti a questo mondo,
lungo la dura tenda
di pioggia e lacerazione
di caos e di ragione,
lungo i due fili della duplice lama
di intenzioni e di esitazioni
come te, come te, signore,
noi siamo consegnati a quella morte
che con più denti dell’amore morde
e separa la rosa
dal bacio e dalla fiamma e dalle stelle le nevi
e l’emozione dall’intellezione
e il mondo ricompone
ma atrocemente, ma come attraverso il fuoco,
per chi, Despota puro, dal puro Nome sarà salvato
e dal sepolto Sole e
dal tremendo
Dono.

IV

Nell’oro e nell’azzurro
di questo minimo cosmo
loculo d’antichissimo colombario,
gyrum coeli circuisti sola,
neonata parola
du kleine, waffenlose Dichterin! Per un’ora
nei padiglioni del tuo Creatore
gyrum coeli giocando ti fu ridato
l’anello bianco di San Vitale
la costellazione sovranamente immota,
sovranamente ordinata
intorno al sole del temporale signore
e del signore spirituale:
i cento occhi cherubinici non fissi su di te
ma sugli augusti deserti che dovrai traversare
che ti dovranno traversare.
Dai cigli sconfinati
sopra il latteo pallio di Massimiliano
alla stola color foglia del fanciullo di frange nere
che, rosa
– più che neve trasparente rosa –
lascia tremar sul cero la fiamma come un bacio,
lascia tremar l’aër, neve leggera,
e lo sciàmito purpureo sul Calice che non è dato
durante cinquanta giorni
nemmeno contemplare…

O Coppa dei Misteri che bolle e non trabocca,
come il tuo sangue, specchio del tuo Sole!
o tacere dei canti, polverizzato il cuore!
Cocente, celestiale,
cadenzato dolore
che, neonata, giocando dinanzi al tuo Creatore,
circuisti sola.

Cristina Campo

da “La Tigre Assenza”, Adelphi Edizioni, 1991