L’imperfezione è la cima – Yves Bonnefoy

Man Ray, Venus

 

È vero che occorreva distruggere e distruggere e distruggere,
È vero che la salvezza era a quel prezzo.

Devastare il volto nudo che affiora nel marmo,
Martellare ogni forma di bellezza.

Amare la perfezione in quanto soglia,
Ma conosciuta negarla, dimenticarla morta,

L’imperfezione è la cima.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Ieri deserto regnante”, in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

***

L’imperfection est la cime

Il y avait qu’il fallait détruire et détruire et détruire,
Il y avait que le salut n’est qu’à ce prix.

Ruiner la face nue qui monte dans le marbre,
Marteler toute forme toute beauté.

Aimer la perfection parce qu’elle est le seuil,
Mais la nier sitôt connue, l’oublier morte,

L’imperfection est la cime.

Yves Bonnefoy

da “Pierre Écrite” (1965), in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1977

«Mi ricorderò di questo autunno» – Leonardo Sinisgalli

Vincent van Gogh, The Red Vineyard, 1888, Pushkin Museum

 

Mi ricorderò di questo autunno
Splendido e fuggitivo dalla luce migrante,
Curva al vento sul dorso delle canne.
La piena dei canali è salita alla cintura,
E mi ci sono immerso disseccato dalla siccità.
Quando sarò con gli amici nelle notti di città
Farò la storia di questi giorni di ventura,
Di mio padre che a pestar l’uva
S’era fatti i piedi rossi,
Di mia madre timorosa
Che porta un uovo caldo nella mano
Ed è più felice d’una sposa.
Mio padre parlava di quel ciliegio
Piantato il giorno delle nozze, mi diceva,
Quest’anno non ha avuto fioritura,
E sognava di farne il letto nuziale a me primogenito.
Il vento di tramontana apriva il cielo
Al quarto di luna. La luna coi corni
Rosei, appena spuntati, di una vitella!
Domani si potrà seminare, diceva mio padre.
Sul palmo aperto della mano guardavo
I solchi chiari contro il fuoco, io sentivo
Scoppiare il seme nel suo cuore,
Io vedevo nei suoi occhi fiammeggiare
La conca spigata.

Leonardo Sinisgalli

da “Vidi le Muse”, “Lo Specchio” Mondadori, 1943

Durante una passeggiata – Adam Zagajewski

Foto di Renate von Mangoldt

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A volte passeggiando, su una strada per i campi,
o in un verde, solitario bosco,
odi lacerti di voci, forse invocazioni;
non vuoi sentire e affretti il passo,
e loro per un attimo ti seguono
come addomesticati animali.

Non vuoi creder loro, ma dopo
su una chiassosa strada metropolitana
rimpiangi di non avere ascoltato
e cerchi di ricordare
sillabe, suoni e pause.

Ma ormai è troppo tardi
e non potrai mai sapere
chi cantava, quale musica
e quale fosse il suo appello.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Terra del fuoco, 1994”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Na spacerze

Niekiedy na spacerze, na polnej drodze
albo w zielonym, samotnym lesie
słyszysz strzępy głosów, może wołania;
Nie chcesz im wierzyć i przyspieszasz kroku,
a one przez chwilę idą za tobą
jak oswojone zwierzęta.

Nie chcesz im wierzyć, lecz potem
na ruchliwej, wielkomiejskiej ulicy
żałujesz, że byłeś nieposłuszny
i próbujesz sobie przypomnieć
sylaby, dźwięki i przerwy między nimi.

Jednak jest już za późno
i nigdy się nie dowiesz,
kto śpiewał, jaką muzykę
i jakie w niej było wezwanie.

Adam Zagajewski 

da “Ziemia ognista”, in “Adam Zagajewski, Wiersze wybrane”, Wydawnictwo a5, Kraków, 2010

Per le cantate che si svolgevano nell’aria… – Amelia Rosselli

Amelia Rosselli, foto di Dino Ignani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per le cantate che si svolgevano nell’aria io rimavo
ancora pienamente. Per l’avvoltoio che era la tua sinistra
figura io ero decisa a combattere. Per i poveri ed i malati
di mente che avvolgevano le loro sinistre figure di tra
le strade malate io cantavo ancora tarantella la tua camicia
è la più bella canzone della strada. Per le strade odoranti
di benzina cercavamo nell’occhio del vicino la canzone
preferita. Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
ad ogni altra burrasca io vado cantando amenamente delle
canzoni che non sono per il tuo orecchio casto da cantante
a divieto. Per il divieto che ci impedisce di continuare
forse io perderò te ancora ed ancora – sinché le maree del
bene e del male e di tutte le fandonie di cui è ricoperto
questo vasto mondo avranno terminato il loro fischiare.

Amelia Rosselli

da “Variazioni Belliche”, 1960-1961, in “Amelia Rosselli, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2002

Senza fine – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski, foto di
Krzysztof Dubiel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E nella morte vivremo,
solo diversamente, con delicata dolcezza,
dissolti nella musica;
chiamati a uno a uno in corridoio,
soli, seppure in schiere,
come compagni di una stessa classe
che si estende sin oltre gli Urali
e arriva fino al Quaternario. Affrancati
dalle eterne discussioni politiche,
aperti e sinceri, liberi, anche se proprio allora
si chiuderanno sbattendo le persiane
e la grandine suonerà sul davanzale
la sua marcia turca, spavalda come sempre.
Il mondo delle apparenze non svanirà
d’un tratto, a lungo farà ancora
i capricci accartocciandosi come un foglio
umido gettato dentro il fuoco.
La sete di perfezione si avvererà
quasi contro voglia, eviterà tutti
gli ostacoli, come i Teutoni impartirono
a eludere la linea Maginot. Cose
minime e dimenticate, aquiloni fatti
con la cartavelina più sottile, fragili foglie
degli autunni passati ritroveranno la loro
dignità immortale, e i grandi
sistemi vittoriosi si contrarranno
come il sesso di un gigante. Non ci sarà più
la nostalgia, perché raggiungerà se stessa, stupita
per aver così a lungo cacciato la propria
artica ombra. Neppure noi ci saremo,
poiché ancora non sappiamo
vivere a una simile altitudine.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

∗∗∗

Bez końca

I w śmierci będziemy żyli,
tylko inaczej, delikatnie miękko,
rozpuszczeni w muzyce;
pojedynczo wywołani na korytarz,
samotni a mimo to w gromadzie,
jak koledzy z jednej klasy,
która ciągnie się za Ural
i sięga czwartorzędu. Uwolnieni
od niekończących się rozmów o polityce,
otwarci i szczerzy, swobodni, chociaż
właśnie będą trzaskały zamykane
okiennice a grad zagra na parapecie
marsza tureckiego, buńczucznie
jak zawsze. Świat pozorów nie zniknie
od razu, długo jeszcze będzie
kaprysił i zwijał się jak mokra
kartka rzucona do ogniska.
Pragnienie doskonałości spełni się
jak od niechcenia, ominie wszystkie
przeszkody tak jak Germanie nauczyli się
obchodzić linię Maginota. Rzeczy
drobne i zapomniane, latawce zrobione
z najcieńszej bibułki, kruche liście
minionych jesieni, odzyskają swą
nieśmiertelną godność a wielkie
zwycięskie systemy będą się kurczyły
jak płeć olbrzyma. Tęsknoty już nie
będzie, bo doścignie siebie, zdumiona
ze tak długo polowała na swój
arktyczny cień. I nas nie będzie
ponieważ nie potrafimy
jeszcze żyć tak wysoko.

Adam Zagajewski

da “Płótno, 1990”, in “Adam Zagajewski, Wiersze wybrane”, Wydawnictwo a5, 2010