«Terra rossa terra nera» – Cesare Pavese

Cesare Pavese – Foto Roberto Merlo

 

Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi –
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che è ricordo e stagione –
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d’agosto,
le olive del tuo sguardo
addolciscono il mare,
e tu vivi rivivi
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.

Cesare Pavese

[27 ottobre 1945]

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Ego dominus tuus – William Butler Yeats

George Charles Beresford, William Butler Yeats, 1911

Hic

Sulla sabbia grigia, lungo il ruscello,
sotto la tua vecchia torre battuta dai venti
dove ancora arde un lume accanto al libro
che lasciò aperto Michael Robartes,
tu cammini sotto la luna e pure se i tuoi anni migliori
sono trascorsi, ancora cedi al fascino
di invincibili illusioni e tracci forme magiche.

Ille

Con l’aiuto di un’immagine
evoco il mio opposto, invoco tutto ciò
che meno ho guardato, ciò che meno ho curato.

Hic

Me stesso, non un’immagine io vorrei trovare.

Ille

È questa la speranza dei moderni, e alla sua luce
abbiam trovato la mente mite, sensibile
perdendo l’antica scioltezza della mano;
e non conta che usi scalpello, penna o pennello.
Siamo solo critici, creatori solo a metà,
timidi, confusi, vuoti e imbarazzati,
senza il sostegno dei nostri compagni.

Hic

Eppure Dante Alighieri, la mente
più immaginativa della Cristianità,
trovò se stesso, tanto che all’occhio della mente
il suo volto scavato è più espressivo
di ogni altro volto, tranne quello di Cristo.

Ille

Ma trovò se stesso,
o fu la bramosia a scavargli il volto,
il desiderio della mela che è sul ramo
più alto? E quell’immagine spettrale
fu l’uomo a Lapo e Guido amico?
Credo che lui l’abbia plasmata sul suo opposto,
forse l’immagine di un volto di pietra
che da una casa scavata nella roccia
fissa lo sguardo su un tetto beduino di crine di cavallo,
o è mezzo rovesciato fra sterco di cammello ed erba incolta.
Col suo scalpello lavorò alla pietra più dura.
Deriso da Guido per la sua vita lasciva,
beffardo e beffato, esiliato e costretto
a salir le scale altrui a mangiare pane amaro,
egli trovò una giustizia incorruttibile, e la più nobile
fra le donne che mai furono amate.

Hic

Eppure c’è di certo un’arte
che non nasce da tragici conflitti ma da uomini
amanti della vita, che si gettano a cercare la felicità
e cantano quando l’hanno trovata.

Ille

                                                               No, non cantano,
perché chi ama il mondo lo serve con l’azione,
diventa ricco, celebre, influente
e se scrive o dipinge sempre agisce:
la lotta della mosca nella marmellata.
Il retore vuole ingannare che gli è accanto,
il sentimentale se stesso; l’arte invece
non è che una visione del reale.
Qual è la parte nel mondo per l’artista
una volta desto dal sogno comune?
Solo disperazione e dispersione.

Hic

                                                             Eppure
nessuno nega che Keats amasse il mondo;
rammenta la sua deliberata felicità.

Ille

La sua arte è felice, ma chi può scrutargli la mente?
Io vedo uno scolaro quando penso a lui,
il viso e il naso schiacciati contro una vetrina
di dolciumi; di certo egli scese nel sepolcro
con il cuore e i sensi insoddisfatti
e compose − povero, afflitto e incolto,
escluso dalle ricchezze del mondo,
rude figlio di un custode di cavalli −
ricchi canti.

Hic

                        Perché lasci che il lume
arda da solo accanto al libro aperto
e tracci questi segni sulla sabbia?
Lo stile va cercato con un duro lavoro
sedentario e imitando i grandi del passato.

Ille

Perché è un’immagine che cerco, non un libro.
Gli uomini che nei loro scritti son più saggi
possiedono solo cuori ciechi, intorpiditi.
Evoco la creatura misteriosa che verrà lungo il ruscello
sulla sabbia umida; sarà simile a me,
poiché è il mio doppio,
e di tutte le cose immaginabili la più dissimile
si rivelerà, perché è il mio anti-sé;
eretto in mezzo a questi segni svelerà
ciò che io cerco. E lo sussurrerà,
come se timoroso che gli uccelli, prima dell’alba
lanciano in cielo i loro brevi gridi,
lo portino ai blasfemi.

William Butler Yeats

Dicembre 1915

 (Traduzione di Gino Scatasta)

da “Per amica silentia lunae”, Il cavaliere azzurro, Bologna, 1986 

Scritta nel 1915, questa poesia fu pubblicata nel 1917 sulla rivista «Poetry » e in seguito, nel 1919, nella raccolta The Wild Swans at Coole. Il titolo è tratto dalla Vita Nova dantesca. Per un esauriente commento alla poesia, si vedano le note di Anthony L. Johnson in W.B. Yeats, L’opera poetica, Mondadori, Milano 2008, pp. 1199-1205.
Michael Robartes compare per la prima volta nel racconto Rosa Alchemica, scritto nel 1897. È un occultista, fondatore di un ordine esoterico, e simboleggia per Yeats una personalità soggettiva, antitetica. Robartes riappare nelle poesie di The Wind among the Reeds (1899), in The Double Vision of Michael Robartes (1919) e nel titolo della raccolta di poesie del 1921 Michael Robartes and the Dancer. In A Vision (I ed. 1925, II ed. 1937), Robartes compare nella poesia introduttiva, The Phases of the Moon, dove insieme ad Aherne (altra maschera di Yeats, il sé oggettivo) passa sotto la torre del poeta e spiega all’amico le fasi della luna, le ventotto possibili personalità umane, che non potranno essere mai comprese dal poeta che studia libri e manoscritti alla luce di una lampada.
Sempre in A Vision, in Le storie di Michael Robartes e dei suoi amici, Michael Robartes riappare come un uomo «magro, bruno, muscoloso, perfettamente sbarbato, con lo sguardo vivo e ironico ». È a capo di una setta mistica, della quale fa parte anche il suo amico Aherne, che ha come scopo la rigenerazione del mondo. (Cfr. W.B. Yeats, Una visione, trad. it. di Adriana Motti, Adelphi, Milano 1973.)

∗∗∗

Ego dominus tuus

Hic

On the grey sand beside the shallow stream,
Under your old wind-beaten tower, where still
A lamp burns on above the open book
That Michael Robartes left, you walk in the moon,
And, though you have passed the best of life, still trace,
Enthralled by the unconquerable delusion,
Magical shapes.

Ille

                             By the help of an image
I call to my own opposite, summon all
That I have handled least, least looked upon.

Hic

And I would find myself and not an image.

Ille

That is our modern hope, and by its light
We have lit upon the gentle, sensitive mind
And lost the old nonchalance of the hand;
Whether we have chosen chisel, pen, or brush,
We are but critics, or but half create,
Timid, entangled, empty, and abashed,
Lacking the countenance of our friends.

Hic

                                                                       And yet,
The chief imagination of Christendom,
Dante Alighieri, so utterly found himself,
That he has made that hollow face of his
More plain to the mind’s eye than any face
But that of Christ.

Ille

                                  And did he find himself,
Or was the hunger that had made it hollow
A hunger for the apple on the bough
Most out of reach? And is that spectral image
The man that Lapo and that Guido knew?
I think he fashioned from his opposite
An image that might have been a stony face,
Staring upon a Beduin’s horse-hair roof,
From doored and windowed cliff, or half upturned
Among the coarse grass and the camel dung.
He set his chisel to the hardest stone;
Being mocked by Guido for his lecherous life,
Derided and deriding, driven out
To climb that stair and eat that bitter bread,
He found the unpersuadable justice, he found
The most exalted lady loved by a man.

Hic

Yet surely there are men who have made their art
Out of no tragic war; lovers of life,
Impulsive men, that look for happiness,
And sing when they have found it.

Ille

                                                               No, not sing,
For those that love the world serve it in action,
Grow rich, popular, and full of influence;
And should they paint or write still is it action,
The struggle of the fly in marmalade.
The rhetorician would deceive his neighbours,
The sentimentalist himself; while art
Is but a vision of reality.
What portion in the world can the artist have,
Who has awakened from the common dream,
But dissipation and despair?

Hic

                                                    And yet,
No one denies to Keats love of the world,
Remember his deliberate happiness.

Ille

His art is happy, but who knows his mind?
I see a schoolboy, when I think of him,
With face and nose pressed to a sweetshop window,
For certainly he sank into his grave,
His senses and his heart unsatisfied;
And made − being poor, ailing and ignorant,
Shut out from all the luxury of the world,
The ill-bred son of a livery stable keeper −
Luxuriant song.

Hic

                              Why should you leave the lamp
Burning alone beside an open book,
And trace these characters upon the sand?
A style is found by sedentary toil,
And by the imitation of great masters.

Ille

Because I seek an image, not a book;
Those men that in their writings are most wise
Own nothing but their blind, stupefied hearts.
I call to the mysterious one who yet
Shall walk the wet sand by the water’s edge,
And look most like me, being indeed my double,
And prove of all imaginable things
The most unlike, being my anti-self,
And, standing by these characters, disclose
All that I seek; and whisper it as though
He were afraid the birds, who cry aloud
Their momentary cries before it is dawn,
Would carry it away to blasphemous men.

William Butler Yeats

December 1915.

da “Per Amica Silentia Lunae”, Macmillan, 1918

Trovare la vena – Milo De Angelis

Foto di Jeanloup Sieff

 

Cresce l’ansia nei bicchieri
dal tuo turbine segreto alla luce
verde del reparto, ai corridoi,
al vetro sbarrato, all’addio
con le ciglia asciutte, questa morte
che non ha più tempo.

*

È follia di tutti, l’estate, traffico
di cantieri nella città lasciata. Ognuno
è lo stadio terminale, ognuno è l’estate, questa
estate vissuta in una sillaba, in un tremito
della sostanza, in una scala mobile,
in un filo di mani. Ognuno chiede dov’è
la vena, presto, la vena.

*

Nessuna gloria in excelsis, ma un groviglio
nervoso, un raschiare di suoni e occhi
fissi all’ingiù, quel niente
che tiene freddo il pensiero, quel tremito
di lampadine e aghi, qualcosa
che s’incarcera dove grida. Il viso
toccava già la sua terra, vedeva lo scorrere
pallido dei fenomeni
                                       oh dormi, dissi, dormi
eppure io ero con te
e tu non eri con me.

*

Poi ci fu l’esplorazione atterrita del tuo
seno, il rifiuto delle cose consegnate
al tempo, la richiesta di antiche
concordanze: ogni istante della mano
sulla pelle, ogni respiro, era quell’assoluto
fragile, quello scandalo
che una frazione imprime al tutto
e la tavolozza delle cellule si spargeva
sui vestiti, sulle lenzuola, sulle lampadine
e sul quaderno, sulle dita
di chi ha già varcato la sua immagine.

*

Sei un lontano passo di danza
mentre saluti tra i corridoi,
un ventaglio di grazia che il male
non ha ucciso, diagonale
tra i quattro cantoni, silenzio
di fate e di foglie, finché il giallo
si fa scuro, si fa minaccia nel cielo,
il sorriso fragile e la gola
resta lì, sospesa e selvaggia.

*

Un suono di ninna nanna chiama la morte
per sentirla più viva, chiama il seno
che si spezzò in un agosto, l’intero creato
di una poesia. In ogni stanza un appello.
L’ora non è paga di se stessa, domanda l’età vera,
un altro sangue che morbido si accese, una parola
una parola che fu intera assedia la testa,
fruga tra le macerie, fissa incredula
quella luce sovrumana.

*

Potenza del minuto contato, culmine
della sete nelle visite serali:
ogni parola era battuta dal vento, ogni
gesto sulle rive di un oceano, tutto
era immenso e smarrito tra i corridoi, tutto
cedeva di schianto, centimetro
in cui non si entra, preciso mistero
della febbre alta.

*

I battiti carnali si stringono a una doccia,
chiedono una tregua, una posizione
per il sangue, a strappi, a morsi, gli aghi
entrano in te che cerchi
di stare con le cose.
                                    Ci dev’essere un’alba
terrena, dicevi, un seme intatto,
una fiammella, un preludio che esce
dagli ospedali, suonato da una piccola mano,
una corona di spighe regalata al guaritore.

*

Come un fiore che non ha prodigio, come un passo
che si arresta nel suo globulo,
ossa che il male restringe, nodi
che strozzano l’anima, finché una creazione
comincia e le finestre di Roserio
cantano l’assoluto stretto a un momento
solo, a un’alba di tram e di ciminiere.
Non andartene, abisso, dal mio fianco.

*

Toccandoti la fronte sentivi il mare,
parlavi di un mattino aperto come in guerra
nel buio dell’ora smarrita parlavi
senza domani e senza libri, parlavi
alla presenza assoluta di una lacrima,
una rapida memoria di ulivi e di luce,
una gloria dell’uno e di ogni altro, ma
non si trova la via per la sorgente, ma
non si trova la vena, dio mio, non si trova.

Milo De Angelis

da “Tema dell’addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005

«Creature di nebbia» – Nelly Sachs

Foto di Anja Buehrer

 

Creature di nebbia
andiamo di sogno in sogno
sprofondiamo attraverso mura di luce
dai sette colori –

Ma infine scoloriti, muti,
elemento di morte
nella conca cristallina dell’eternità
spogliati dalle ali notturne
di ogni mistero…

Nelly Sachs

(Traduzione di Ida Porena)

da “Le stelle si oscurano”, in “Al di là della polvere”, Einaudi, Torino, 1966

∗∗∗

«Wie Nebelwesen»

Wie Nebelwesen
gehen wir durch Träume und Träume
Mauern von siebenfarbigem Licht
durchsinken wir –

Aber endlich farblos, wortlos
des Todes Element
im Kristallbecken der Ewigkeit
abgestreift aller Geheimnisse Nachtflügel…

Nelly Sachs

da “Sternverdunkelung: Gedichte”, Frankfurt am Main: Suhrkamp, 1949

Gente sul ponte – Wisława Szymborska

 

Strano pianeta e strana la gente che lo abita.
Sottostanno al tempo, ma non vogliono accettarlo.
Hanno modi per esprimere la loro protesta.
Fanno quadretti, ad esempio questo:

A un primo sguardo nulla di particolare.
Si vede uno specchio d’acqua.
Si vede una delle sue sponde.
Si vede una barchetta che s’affatica.
Si vede un ponte sull’acqua e gente sul ponte.
La gente affretta visibilmente il passo
perché da una nuvola scura la pioggia
ha appena cominciato a scrosciare.

Il fatto è che poi non accade nulla.
La nuvola non muta colore né forma.
La pioggia né aumenta né smette.
La barchetta naviga immobile.
La gente sul ponte corre proprio
là dov’era un attimo prima.

È difficile esimersi qui da un commento.
Il quadretto non è affatto innocente.
Qui il tempo è stato fermato.
Non si è più tenuto conto delle sue leggi.
Lo si è privato dell’influsso sul corso degli eventi.
Lo si è ignorato e offeso.

A causa d’un ribelle,
un tale Hiroshige Utagawa
(un essere che del resto
da un pezzo, e come è giusto, è scomparso),
il tempo è inciampato e caduto.

Forse non è che una burla innocua,
uno scherzo della portata di solo qualche galassia,
tuttavia a ogni buon conto
aggiungiamo quanto segue:

Qui è bon ton
apprezzare molto questo quadretto,
ammirarlo e commuoversene da generazioni.

Per alcuni non basta neanche questo.
Sentono perfino il fruscio della pioggia,
sentono il freddo delle gocce sul collo e sul dorso,
guardano il ponte e la gente
come se là vedessero se stessi,
in quella stessa corsa che non finisce mai
per una strada senza fine, sempre da percorrere,
e credono nella loro arroganza
che sia davvero così.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Gente sul ponte”, Libri Scheiwiller, 1996

∗∗∗

Ludzie na moście

Dziwna planeta i dziwni na niej ci ludzie.
Ulegają czasowi, ale nie chcą go uznać.
Mają sposoby, żeby swój sprzeciw wyrazić.
Robią obrazki jak na przykład ten:

Nic szczególnego na pierwszy rzut oka.
Widać wodę.
Widać jeden z jej brzegów.
Widać czółno mozolnie płynące pod prąd.
Widać nad wodą most i widać ludzi na moście.
Ludzie wyraźnie przyspieszają kroku,
bo właśnie z ciemnej chmury
zaczął deszcz ostro zacinać.

Cała rzecz w tym, że nic nie dzieje się dalej.
Chmura nie zmienia barwy ani kształtu.
Deszcz ani się nie wzmaga, ani nie ustaje.
Czółno płynie bez ruchu.
Ludzie na moście biegną
ściśle tam, co przed chwilą.

Trudno tu obejść się bez komentarza:
To nie jest wcale obrazek niewinny.
Zatrzymano tu czas.
Przestano liczyć się z prawami jego.
Pozbawiono go wpływu na rozwój wypadków.
Zlekceważono go i znieważono.

Za sprawą buntownika,
jakiegoś Hiroshige Utagawy,
(istoty, która zresztą
dawno i jak należy minęła),
czas potknął się i upadł.

Może to tylko psota bez znaczenia,
wybryk na skalę paru zaledwie galaktyk,
na wszelki jednak wypadek
dodajmy, co następuje:

Bywa tu w dobrym tonie
wysoko sobie cenić ten obrazek,
zachwycać się nim i wzruszać od pokoleń.

Są tacy, którym i to nie wystarcza.
Słyszą nawet szum deszczu,
czują chłód kropel na karkach i plecach,
patrzą na most i ludzi,
jakby widzieli tam siebie,
w tym samym biegu nigdy nie dobiegającym
drogą bez końca, wiecznie do odbycia
i wierzą w swoim zuchwalstwie,
że tak jest rzeczywiście.

Wisława Szymborska

da “Ludzie na moście”, Czytelnik, Warszawa, 1986