In quale bosco – Pierluigi Cappello

Foto di Maria Cecilia Camozzi

 

Il cielo era verde di freddo tra gli aghi dei pini
e qui non c’è nessuno, l’umido salito dalla neve
si intrama nell’odore dei vestiti bagnati
hai stretto per sempre il manico dell’ascia
all’altezza dell’intaglio, tre asterischi, le iniziali e una data
e la dignità delle tue mani si è svenata in dolcezza
adesso, tra la polvere e il dominio, dove hai incontrato
te stesso in chissà quale bosco dei miei occhi
quando ti sei voltato e mi hai detto, dio, quanto sole
cosí lontano, diverso, quanto ad uno ad uno i giorni
stringono il cuore e separano.

Pierluigi Cappello

da “I vostri nomi”, in “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

L’uomo il mondo e la poesia – Nikiforos Vrettakos

Michael Kenna, Light Line, Mont St. Michel, Normandy, France, 1994

 

Ho scavato tutta la terra per trovarti.
Ho setacciato entro il mio cuore il deserto. Sapevo che
senza l’uomo non è piena
la luce del sole. Mentre ora, guardando
entro tanta trasparenza il mondo,
entro di te – s’appressano le cose
si fanno distinte, si fanno diafane –
ora
     posso
articolare il suo ordine in una mia poesia.

Prendendo una pagina metterò
      su linee rette la luce.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Vincenzo Rotolo)

da “Nikiforos Vrettakos, Amo, ergo sum”, Multimedia Edizioni, 2021

∗∗∗

Ὁ ἄνθρωπος, ὁ ϰόσμος ϰαί ἡ ποίηση

Ἀνάσϰαψα ὅλη τη γῆ νά σέ βρῶ.
Κοσϰίνισα μές τή ν ϰαρδιά μου τήν ἔρημο ἤξερα πώς
δίχως τόν ἄνθρωπο δέν εἶναι πλῆρες
τοῦ ἥλιου τό φῶς. Ἐνῷ, τώρα, ϰοιτάζοντας
μές ἀπό τόση διαύγεια τόν ϰόσμο,
μές ἀπό σένα – πλησιάζουν τά πράγματα,
γίνονται εὐδιάϰριτα, γίνονται διάφανα –
τώρα
          μπορῶ
ν᾿ ἀρθρώσω τή ν τάξη του σ᾿ ἕνα μου ποίημα.

Παίρνοντας μία σελίδα
θά βάλω σ᾿ εὐθεῖες τό φῶς.

Νικηφόρος Βρεττάκος

da “To βάθη του κόσμου”, Αθήνα, Ματαράγκας, 1961

Fuoco, fuoco – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fuoco di Cartesio, il fuoco di Pascal,
la cenere, la scintilla.
Di notte brucia un falò invisibile,
il fuoco, che ardendo non distrugge
ma crea, come se in un attimo
volesse restituire ciò che le fiamme
hanno rubato in molti continenti,
la biblioteca di Alessandria, la fede
dei Romani ed il terrore di una bimba
in Nuova Zelanda.
Il fuoco come gli eserciti
dei Mongoli devasta e brucia le città
di legno e di pietra, e poi eleva
case leggere e palazzi invisibili,
impone a Cartesio
distruggi la filosofia e costruiscine una nuova,
si tramuta nel roveto ardente,
sveglia Pascal, percuote le campane
e le fonde per eccesso di zelo.
Avete visto come legge i libri?
Pagina per pagina, lentamente,
come chi ha appena imparato
a sillabare.
                     Fuoco, fuoco, il fuoco
eterno di Eraclito, l’avido messaggero,
il ragazzo dalle labbra nere come bacche.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Valeria Rossella)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N.200, Crocetti Editore

∗∗∗

Il fuoco, il fuoco

Il fuoco di Cartesio, il fuoco di Pascal,
cenere, scintilla.
Di notte arde un falò invisibile,
il fuoco, che consumandosi non distrugge
ma crea, come se in un attimo
volesse restituire ciò che le fiamme
hanno sottratto in vari continenti,
la biblioteca di Alessandria, la fede
dei Romani e la paura di una bimba
nella Nuova Zelanda.
     Il fuoco, come le armate
dei Mongoli devasta e brucia le città
di legno e di pietra, e poi innalza
case lievi e palazzi invisibili,
ordina a Cartesio
di demolire la filosofia e di erigerne un’altra,
si trasforma nel roveto ardente,
sveglia Pascal, suona le campane
e le fonde per eccesso di zelo.
Avete visto come legge
i libri? Pagina dopo pagina, lentamente,
come chi ha appena imparato
a sillabare.
       Il fuoco, il fuoco, il fuoco eterno,
il fuoco di Eraclito, l’avido messaggero,
un ragazzo dalle labbra nere di bacche.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

∗∗∗

Fuoco, fuoco

Fuoco di Cartesio, fuoco di Pascal,
cenere, barlume, favilla.
A notte arde un invisibile falò,
un fuoco che comburendo non distrugge
bensì crea, come se volesse rendere
in un istante ciò che avevano sottratto
le fiamme in vari continenti,
la biblioteca di Alessandria, la fede
dei Romani e l’angoscia di una bambina
piccola della Nuova Zelanda.
                        Il fuoco come le armate
dei Mongoli devasta e brucia le città
lignee e petrose, e poi erige
lievi case e impercettibili palazzi,
impone a Cartesio
di abbattere la filosofia e costruirne una nuova,
si trasforma in un frutice ardente,
desta Pascal, percuote le campane
e le liquefa per eccesso di zelo.
Avete visto come legge
i libri, lui? Foglio a foglio, lentamente,
come qualcuno che abbia appena imparato
a sillabare.
                    Fuoco, fuoco, eterno
fuoco di Eraclito, cupido messaggero,
fanciullo dalla bocca annerita dalle bacche.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “ Andare a Leopoli e altre poesie, 1985, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Ogień, ogień

Ogień Kartezjusza, ogień Pascala,
popiół, iskra.
W nocy płonie niewidzialne ognisko,
ogień, który paląc się nie niszczy
tylko tworzy, jakby chciał oddać
w jednej chwili to, co zabrały
płomienie na różnych kontynentach,
bibliotekę w Aleksandrii, wiarę
Rzymian i lęk małej dziewczynki
z Nowej Zelandii.
                                    Ogień jak armie
Mongołów pustoszy i pali drewniane
i kamienne miasta, a potem wznosi
lekkie domy i niewidoczne pałace,
nakazuje Kartezjuszowi
obalić filozofię i zbudować nową,
przemienia się w krzew gorejący,
budzi Pascala, uderza w dzwony
i topi je z nadmiaru gorliwości.
Czy widzieliście, jak on czyta
książki? Kartkę po kartce, powoli,
jak ktoś, kto dopiero nauczył się
sylabizować.
                                            Ogień, ogień, wieczny
ogień Heraklita, chciwy posłaniec,
chłopiec o czarnych od jagód ustach.

Adam Zagajewski

da “Jechać do Lwowa”, London: Aneks, 1985

Il tappeto volante – Piero Bigongiari

Dipinto di Nicolò Bambini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono andato dicendo che non tutto
è perduto per trovare il coraggio
di non riconoscerlo.

Ma che cosa
si perde infine quando tutto, tutto
deve passare per la cruna in cui
il conosciuto si fa sconosciuto
mentre il filo diviene una trama,
il luogo un labirinto, e chi ama
ha lasciato fuori la tessitrice
e l’istrice cammina accanto al santo?

Il costrutto non può preventivare
il progetto, il frutto devi amarlo
quando brilla nell’aria inaspettato.
Se una durata diviene un tessuto,
su quel tappeto proverò a volare
come un mago orientale.

Ho camminato
anche troppo tra cose consuete.
Anche la sete forse non è più
quella che ti toglievi alla giumella
delle mani congiunte. So, la stella
non è quella che brilla in fondo al pozzo.
Occorre alzare gli occhi dall’abisso
occhiuto che ti guarda. Quale ciarla
il secolo ha proposto al proprio muto
interrogarsi! Fissa l’invisibile
parete se tu vuoi oltrepassarla.

Anche l’amore mostra il proprio refe
ma è diverso dal filo che un’Arianna
ti porse. Il labirinto fu tessuto
da chi ne volò via con poca cera
e poche penne. Ne sei tu l’intrico
da lasciare se lasci anche te stesso
e ti trovi sulla riva del mare
dove lo sconosciuto sta arrivando:
è l’altro in te, sei tu nell’altro: è
il tarlo che ha finito di bucare
la caverna. Lascia la luce ondare
sull’onda. Sii la luce, non la sponda.
Pósati dove essa sottrae all’ombra
quell’infinito dire altro del mare,
l’infinito confondersi in se stesso
dell’altro mentre appare, onda di sguardo
che scompare nel tuo stesso ritardo.

Làsciati andare a chi non ti trattiene.
Il discorso si spezza a mezzo, il
singhiozzo è ora quello del gabbiano.
(A Dover il suo pianto era quasi
umano nella notte che passai
cosmica a un passo dalle sue scogliere).
La mano struscia sulla roccia calda
la volontà che aveva di indicare
nel silenzio l’aprirsi della valva
e il suo chiudersi, quel suo respirare
di mitilo nella luce dell’alba.

Piero Bigongiari

(7 febbraio – 3 dicembre 1990)

da “La legge e la leggenda” (1986-1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992

Per quanto sta in te – Constantino Kavafis

Foto di Amani Willett

 

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balía del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Constantino Kavafis

(Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi)

da “Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie”, Torino, Einaudi, 1968

∗∗∗

Ὅσο μπορεῖς

Κι ἂν δέν μπορεῖς νά ϰάμεις τήν ζωή σου ὅπως τήν θέλεις,
τοῦτο προσπάθησε τουλάχιστον
ὅσο μπορεῖς: μήν τήν ἐξευτελίζεις
μές στήν πολλή συνάφεια τοῦ ϰόσμου,
μές στές πολλές ϰινήσεις ϰι ὁμιλίες.

Μήν τήν ἐξευτελίζεις πηαίνοντάς την,
γυρίζοντας συχνά ϰ’ ἐϰθέτοντάς την
στῶν σχέσεων ϰαί τῶν συναναστροφῶν
τήν ϰαθημερινήν ἀνοησία,
ὣς πού νά γίνει σά μιά ξένη φορτιϰή.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984