Il bisbiglío reticente… – Jaroslav Seifert

Foto di Paul Apal’kin

 

Il bisbiglío reticente di una bocca baciata
              che sorride: sí
non lo sento da molto tempo.
              E poi non mi spetta.
Mi piacerebbe però trovare ancora parole
che fossero impastate
              con mollíca di pane
o profumo di tiglio.
Ma il pane è ammuffito
              e i profumi sono amaricati.

E attorno a me strisciano parole in punta di piedi
e mi strangolano
              se voglio afferrarle.
E i colpi delle maledizioni rimbombano sulla porta!
Se le costringessi a danzare per me,
resterebbero mute.
              E per giunta zoppicano.

Però so bene
che un poeta deve sempre dire piú
di ciò che sta nascosto nel rombo delle parole.
Ed è la poesia.
Altrimenti non potrebbe con la búrbera del verso
cavare un bocciolo da strascichi di miele
e forzare il brivido
              a corrervi per la schiena
quando spoglia la verità.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “Concerto sull’isola”, 1965, in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

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Zdráhavý šepot…

Zdráhavý šepot políbených úst,
              která se usmívají; ano,
už dávno neslýchám.
              Také mi nepatří.
Však rád bych našel ještč slova,
která jsou uhnětena
              z chlebové střídy
nebo z vůně lip.
Chleba však zplesnivěl
              a vůně zahoř kly.

A kolem mě se plíží slova po špičkách
a rdousí mě,
              když chci je uchopit.
Zabít je nemohu,
              a zabíjejí mě.
A rány kleteb duní do dveří!
Kdybych je přinutil, aby mi tančila,
zůstanou němá.
              A ještě kulhají.

Však dobře vím,
že básník musí vždycky říci víc,
než co je ukryto ve hřmotu slov.
A to je poezie.

Jinak by nemohl heverem verše
vypáčit poupě z medových závěsů
a nutit mráz,
              aby vám přeběhl po zádech,
když svléká pravdu.

Jaroslav Seifert

da “Koncert na ostrově”, Československý spisovatel, 1965 

Casida della donna coricata – Federico García Lorca

Federico García Lorca

 

IV.

Vederti nuda è ricordare la terra.
La terra liscia, sgombra di cavalli.
La terra senza un giunco, forma pura
chiusa al futuro: confine d’argento.

Vederti nuda è capire l’ansia
della pioggia che cerca debole fianco,
o la febbre del mare dal viso immenso
senza incontrare la luce della sua guancia.

Il sangue risuonerà nelle alcove
e verrà con spada folgorante,
ma tu non saprai dove si nascondono
il cuore di rospo o la viola.

Il tuo ventre è una lotta di radici,
le tue labbra sono un’alba senza contorno,
sotto le rose tiepide del letto
gemono i morti nell’attesa del turno.

Federico García Lorca

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Divano del Tamarit”, 1927/1934, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie”, Newton, Roma, 1993

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IV. Casida de la mujer tendida

Verte desnuda es recordar la tierra.
La tierra lisa, limpia de caballos.
La tierra sin un junco, forma pura
cerrada al porvenir: confín de plata.

Verte desnuda es comprender el ansia
de la lluvia que busca débil talle,
o la fiebre del mar de inmenso rostro
sin encontrar la luz de su mejilla.

La sangre sonará por las alcobas
y vendrá con espada fulgurante,
pero tú no sabrás dónde se ocultan
el corazón de sapo o la violeta.

Tu vientre es una lucha de raíces,
tus labios son un alba sin contorno,
bajo las rosas tibias de la cama
los muertos gimen esperando turno.

Federico García Lorca

da “Diván del Tamarit”, Buenos Aires, Losada, 1940

Al declinare del giorno – Avraham Ben Yitzhak

Avraham Ben Yitzhak

 

Quando si spegneranno i rossi falò della nostra vita
ci toglieremo dalla fronte la ghirlanda delle feste
con le foglie scompigliate e le rose cadenti,
poi in silenzio scenderemo ai fiumi.

      Al declinare del giorno ci fermeremo sulla loro sponda
inseguendone con gli occhi la corsa, –
loro, gli abbandonati e infinitamente orgogliosi della propria solitudine.
E circonfusi dal rossore del crepuscolo
commossi guarderemo, ed ecco arrivare fiori,
fiori bianchi
recati con tutti gli onori sul pelo dell’acqua – –
rapiti dai margini di un giardino felice
per scherzo a mezzogiorno.

Allora sapremo: davanti agli occhi ci è passata la nostra giovinezza.
E quando il ricordo tramonterà dentro di noi
s’allungherà, si scurirà una dolente ombra di salici sul nostro capo.

E tuttavia lassù sorgerà stella dopo stella sulla cima dei monti,
santificando una notte grande ed estranea su di noi,
e un vento serale ci toccherà gemendo come suonasse violini neri. 

Avraham Ben Yitzhak

(Traduzione di Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen)

da “Avraham Ben Yitzhak, Poesie”, Portatori d’Acqua, 2018

Scritta verso la fine del 1909 e pubblicata per la prima volta in «HaShiloah» nel 1912.

«La mia strada non passa vicino alla-tua casa» – Marina Ivanovna Cvetaeva

 

Dal ciclo «il commediante»

La mia strada non passa vicino alla-tua casa.
La mia strada non passa vicino alla-casa di nessuno.

E tuttavia io smarrisco il cammino
(specialmente di primavera!)
e tuttavia mi struggo per la gente
come il cane fa sotto la luna.

Ospite dappertutto gradita,
non lascio dormire nessuno!
E con il nonno gioco agli ossi,
e con il nipote – canto.

Di me non s’ingelosiscono le mogli:
io sono una voce e uno sguardo.
E a me nessun innamorato
ha mai costruito un palazzo.

Le vostre generosità non richieste
mi fanno ridere, mercanti!
Da me stessa mi erigo per la notte
e ponti e palazzi.

(Ma ciò che dico – non ascoltarlo!
È tutto un inganno di donna!)
Da sola al mattino demolisco
la mia creazione.

Le magioni – come covoni di paglia – niente!
La mia strada non passa vicino alla-tua casa.

Marina Ivanovna Cvetaeva

27 aprile 1920

(Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich)

da “Marina Ivanovna Cvetaeva, Poesie”, Feltrinelli, Milano, 1979

Non c’è paradiso – André Frénaud

Dylan Thomas

 A Dylan Thomas

Io non riesco a udirla la musica dell’essere.
Non ebbi in sorte, io, il potere d’immaginarla.
S’alimenta il mio amore a un non amore.
Avanzo sol se m’attizza il suo rifiuto.
Con sé mi porta sulle sue ampie braccia di nulla.
Il suo silenzio mi separa dalla mia vita.

Essere che serenamente arde e ch’io assedio.
Quando sto per attingerlo finalmente negli occhi
già la sua fiamma i miei ha scavato, e io son cenere.
Che importa, poi, il bisbiglío del poema.
È il nulla, quello, mica il paradiso.

André Frénaud

(Traduzione di Giorgio Caproni)

da “Giorgio Caproni, Quaderno di traduzioni”, Einaudi, Torino, 1998

Avevo appena appreso da persona amica di Dylan Thomas che questi, preso nel gioco delle sue immagini e dei suoi sogni, nel corso d’una conversazione aveva esclamato: «È la musica del Paradiso, che vorrei far sentire». (André Frénaud)

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Il n’y a pas de paradis

A Dylan Thomas

Je ne peux entendre la musique de l’être.
Je n’ai reçu le pouvoir de l’imaginer.
Mon amour s’alimente à un non-amour.
Je n’avance qu’attisé par son refus.
Il m’emporte dans ses grands bras de rien.
Son silence me sépare de ma vie.

Être sereinement brûlant que j’assiège.
Quand enfin je vais l’atteindre dans les yeux,
sa flamme a déjà creusé les miens, m’a fait cendres.
Qu’importe après, le murmure du poème.
C’est néant cela, non le paradis.

André Frénaud

da “Il n’y a pas de paradis : Poèmes (1943-1960)”, Gallimard, 1964

Je venais d’apprendre par une personne amie de Dylan Thomas qu’au cours d’une conversation celui-ci, imaginant et rêvant, s’était écrié: «Je voudrais faire entendre la musique du Paradis». (André Frénaud)