Tardi – Gottfried Benn

Foto di Ralph Gibson

I.

I vecchi alberi immensi
nei grandi parchi
e i giardini in fiore,
gli umidi grovigli –

dolce è l’autunno,
cuscini di erica
lungo l’autostrada,
tutto è brughiera
di Lüneburg, color lilla, sterile 1,
meditazioni che non portano a nulla,
erba introversa
che presto terrea s’accascia –
è questione di un mese –
nel mai fiorito.

Natura è questo.
E attraverso la city
fra luci amiche
viaggiano i furgoni della birra
come lettighe di fine festa, né qualcuno bada
a stati d’irritazione, sete e non placate seti –
ma cosa non si placa? Solo piccole cerchie!
Le grandi nuotano
nel superfluo.

II.

Cosí hanno fine gli sguardi, cosí tornano:
campi e laghi crescono dentro i tuoi giorni
e i primi canti
da un vecchio pianoforte.
Incontri dell’anima! Giovinezza!
Poi di tua mano
infedeltà, cecità, abbandoni –
gli sfondi delle felicità.

E amore!
«Io ti credo, avresti voluto restare con me,
ma non potevi,
ti assolvo da ogni colpa» –
sí, amore
difficile e multiforme,
per anni in cuor nostro
invocheremo l’un l’altro: «non dimenticare»,
finché uno dei due non muore –
cosí hanno fine le rose,
petalo dopo petalo.

III.

Ancora una volta essere come un tempo:
irresponsabili e non sapere la fine,
sentire la carne: sete, tenerezza, conquistare, perdere,
arrivar dentro, in quell’altro – in che cosa?

La sera, lí fermi, guardare in gola alla notte,
che si restringe, ma al fondo ci sono dei fiori,
il profumo sale, esile, tremante,
dietro, s’intende, c’è la decomposizione,
allora si fa buio e tu di nuovo sai cosa ti spetta,
getti la tua moneta e te ne vai –

quante menzogne hai amato,
quante parole hai creduto,
che venivano solo da un curvarsi di labbra,
e il tuo stesso cuore
cosí mutevole, senza fondo e preda dell’attimo –
quante menzogne hai amato,
quante labbra hai cercato
(«togliti il rossetto dalla bocca,
dammela pallida»)

e sempre piú domande –

IV.

Little old lady
in a big red room
little old lady –
canticchia Marion Davies 2
mentre Hearst, il suo amico da trent’anni,
in una pesante bara di rame, con una potente scorta
e seguito da ventidue limousines,
arriva davanti al mausoleo di marmo,
ronzano le telecamere.

Little old lady, grande stanza rossa,
rosso henné, blando rosso gladiolo, rosso imperatore (cocciniglia)
camera da letto nel castello di Santa Monica
à la Pompadour –

Louella! chiama lei, la radio!
I blues, il jitterbug – zigzag 3!
La borghesia nell’area atlantica:
ragazze da marito e sesso obliterato,
palazzi sulle baie, coltri di piuma sui soffici letti,
il mondo lo dividono in monde e demimonde 4
io ero sempre il secondo –

Louella, il mio cocktail – molto alcolico!
Cosa significhi tutto ciò –
umiliazioni, lotte per salire, soffrire come un cane –
i tratti, brutti tratti, che la bara di rame ora annulla,
li invase una luce, quando mi vide,
anche i ricchi amano, tremano, conoscono la dannazione.

Molto alcolico – il bicchiere accanto al telefono d’argento,
ora resterà muto in quell’ora
che solo noi due sapevamo –
dalla cornetta venivano buffi detti,
«la vita si decide ai tavoli della prima colazione,
sulla spiaggia in bathdress piove granito,
l’inatteso di solito avviene,
lo sperato non si verifica mai» –
queste erano le sue stories.

Basta, fine della passeggiata! Ancora solo qualche lastra di pietra,
su quella davanti il vetro,
molto alcolico, tintinnio, ultima rapsodia –
little old lady,
in a big red room –

V.

Senti – ma sappi che millenni sentirono –
mari e creature e stelle senza testa
lo ricacciano ora come un tempo –

pensa – ma sappi che anche i piú illustri
seguono la propria scia, la propria rotta,
sono soltanto il giallo del ranuncolo,
anche altri colori sono in gioco –

sappi e sopporta l’ora, questa,
nessuna è come questa e come lei è ognuna,
angeli, uomini e cherubini,
esseri con gli occhi chiari o le ali nere,
e nessuno fu tuo –
tuo mai nessuno.

VI.

Non vedi come alcuni tengon duro,
come molti volgono le spalle,
strane figure, alte e sottili,
e tutti vanno alla volta dei ponti.

Giú coi bastoni, fermi gli orologi,
alle cifre non serve avere luce,
schiere fuggenti, figure nere 5,
piangono tutti – forse non lo vedi?

Gottfried Benn

Inizio settembre 1951.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

Uno dei due dattiloscritti originali porta la nota: «In memoria di Oberneuland, 1-3 settembre 1951». Benn aveva trascorso due giorni a Brema-Oberneuland, nella casa di Oelze. Nell’edizione di Destillationen del 1953 non figura la parte IV. Dopo le visioni naturali della strofa 1 si passa a una fuggevole impressione di metropoli nelle luci della sera, poi nelle strofe 2 e 3 a una spietata riflessione sui propri amori in registro colloquiale. La strofa 4 commenta in stile di reportage la fine di un amore fra due celebrità ed è in effetti un corpo estraneo. La poesia si riaddensa, tornando sintomaticamente a verso e rima, nelle strofe 5 e 6. I ponti parrebbero suggerire un transito, uno sbocco, o, al contrario, la triste via dell’Ade. Il senso delle luttuose figure nere della strofa 6 non è chiaro.
1 La brughiera di Lüneburg, attraversata sulla via di Brema, è famosa per la sua intatta bellezza e la fioritura autunnale dell’erica.
2 Famosa attrice hollywoodiana (1897-1961), anche autrice di libri. Amante di W. R. Hearst (1863-1951), il grande magnate della stampa americana che ispirò a O. Welles il personaggio di Citizen Kane nell’omonimo film (Quarto potere, 1941), film che in Europa arrivò solo nel dopoguerra. I due vissero fino alla morte di lui in uno sfarzoso castello a Santa Monica in California.
Il jitterburg era un ballo acrobatico americano, in voga nel 1940 e importato in Europa dopo la guerra.
Il francese demimonde intende piccola gente equivoca: una civetteria di Benn che equivoco non era, ma rimpiangeva di avere sempre avuto un fisico da sottufficiale.
«Schwindenden» è da leggersi come «schwindende». (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Spät

I.

Die alten schweren Bäume
in großen Parks
und die Blumengärten,
die feucht verwirrten –

herbstliche Süße,
Polster von Erika
die Autobahn entlang,
alles ist Lüneburger
Heide, lila und unfruchtbar,
Versonnenheiten, die zu nichts führen,
in sich gekehrtes Kraut,
das bald hinabbräunt
– Frage eines Monats –
ins Nieerblühte.

Dies die Natur.
Und durch die City
in freundlichem Licht
fahren die Bierwagen
Ausklangssäfte, auch Unbersorgnis
vor Reizzuständen, Durst und Ungestilltem –
was stillt sich nicht? Nur kleine Kreise!
Die großen schwelgen
in Übermaßen.

II.

So enden die Blicke, die Blicke zurück:
Felder und Seen eingewachsen in deine Tage
und die ersten Lieder
aus einem alten Klavier.
Begegnungen der Seele! Jugend!
Dann selbst gestaltet
Treubruch, Verfehlen, Verfall –
die Hintergründe der Glücke.

Und Liebe!
«Ich glaube dir, daß du gerne bei mir geblieben wärest,
aber es nicht konntest,
ich spreche dich frei von jeder Schuld» –
ja, Liebe
schwer und vielgestalt,
jahrelang verborgen
werden wir einander zurufen: «nicht vergessen»,
bis einer tot ist – 
so enden die Rosen,
Blatt um Blatt.

III.

Noch einmal so sein wie früher:
unverantwortlich und nicht das Ende wissen,
das Fleisch fühlen: Durst, Zärtlichkeit, Erobern, Verlieren,
hinüberlangen in jenes andere – in was?

Abends dasitzen, in den Schlund der Nacht sehn,
er verengert sich, aber am Grund sind Blumen,
es duftet herauf, kurz und zitternd,
dahinter natürlich die Verwesung,
dann ist es ganz dunkel und du weißt wieder dein Teil,
wirfst dein Geld hin und gehst –

so viel Lügen geliebt,
so viel Worten geglaubt,
die nur aus der Wölbung der Lippen kamen,
und dein eigenes Herz
so wandelbar, bodenlos und augenblicklich –
so viel Lügen geliebt,
so viel Lippen gesucht
(«nimm das Rouge von deinem Munde,
gib ihn mir blaß»)

und der Fragen immer mehr –

IV.

Little old lady
in a big red room
little old lady –
summt Marion Davies,
während Hearst, ihr Freund seit dreißig Jahren,
in schwerem Kupfersarg unter dem Schutz einer starken Eskorte
und gefolgt von zweiundzwanzig Limousinen
vor dem Marmormausoleum eintrifft,
leise surren die Fersehkameras.
Little old lady, großer roter Raum,
hennarot, sanft gladiolenrot, kaiserrot (Purpurschnecke).
Schlafzimmer in Santa Monica Schloß
à la Pompadour –

Louella, ruft sie, Radio!
Die Blues, Jitterbur – Zichzack!
Das Bürgertum im atlantischen Raum:
heiratsfähige Töchter und oblitierter Sexus,
Palazzos an den Bays, Daunendecken auf den Pfühlen,
die Welt teilen sie ein in Monde und Demimonde –
ich war immer letzteres –

Louella, meine Mischung – hochprozentig!
Was soll das alles –
gedemütigt, hochgekämpft, hündisch gelitten –
die Züge, häßliche Züge, mit denen jetzt der Kupfersarg Schluß macht,
überrann ein Licht, wenn er mich sah,
auch Reiche lieben, zittern, kennen die Verdamnis.

Hochprozentig – das Glas an den Silberapparat,
er wird nun stumm sein zu jener Stunde,
die nur wir beide wußten –
drollige Sprüche kamen aus der Muschel,
«in Fruhstücksstuben entscheidet sich das Leben,
am Strand im Bathdress hagelt es Granit,
das Unerwartete pflegt einzutreten,
das Erhoffte geschiet nie» –
das waren seine Stories.

Schluß mit der Promenade! Nur noch einige Stenfliesen,
auf die vorderste das Glas,
hochprozentig, Klirren, letzte Rhapsodie –
little old lady,
in a big red room –

V.

Fühle – doch wisse, Jahrtausende fühlten –
Meer und Getier und die kopflosen Sterne
ringen es nieder heute wie einst –

denke – doch wisse, die Allererlauchtesten
treiben in ihrem eigenen Kiel,
sind nur das Gelb einer Butterblume,
auch andere Farben spielen ihr Spiel –

wisse das alles und trage die Stunde,
keine wie diese, jede wie sie,
Menschen und Engel und Cherubime,
Schwarzgeflügeltes, Hellgeäugtes,
keines war deines –
deines nie.

VI.

Siehst du es nicht, wie einige halten,
viele wenden den Rücken zu,
seltsame hohe schmale Gestalten,
alle wandern den Brücken zu.

Senken die Stecken, halten die Uhren
an, die Ziffern brauchen kein Licht,
schwindenden Scharen, schwarze Figuren,
alle weinen – siehst du es nicht?

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986

Agorafilia – Henrik Nordbrandt

Foto di Antonio Mora

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tu sei il mio amore e la mia disperazione.
Tu sei la mia follia e la mia saggezza.
E sei tutti i luoghi in cui non sono stato

e che mi chiamano da tutti gli angoli del mondo.
Tu sei queste sei righe
cui devo limitarmi per non gridare.

Henrik Nordbrandt

(Traduzione di Bruno Berni)

da “Ode alla piovra e altre poesie d’amore”, in “Il nostro amore è come Bisanzio”, Donzelli Poesia, 2000

∗∗∗

Agoraphilia

Du er min kærlighed og min fortvivlelse.
Du er mit vanvid og min indsigt.
Og du er alle stederne, hvor jeg ikke har været

og som kalder på mig fra alle verdenshjørner.
Du er disse seks linier
som jeg må begrænse mig til for ikke at skrige.

Henrik Nordbrandt

da “Ode til blæksprutten og andre kærlighedsdigte”, Copenhagen, Gyldendal, 1975

Amore – Edith Irene Södergran

Foto di Alessio Albi

 

La mia anima era un vestito azzurro color del cielo;
l’ho lasciato su una rupe, presso il mare,
e nuda son venuta a te, somigliando a una donna.
E come una donna mi son seduta alla tua tavola
e ho bevuto una coppa di vino, ho respirato il profumo di rose.
Mi hai trovato bella, che somigliavo a qualcosa visto in sogno,
ho dimenticato tutto, dimenticato la mia infanzia e la mia patria,
sapevo soltanto che le tue carezze mi tenevano prigioniera.
E tu sorridente hai preso uno specchio, m’hai invitato a guardarmi.
Io ho visto che le mie spalle erano di polvere e andavano in briciole,
io ho visto che la mia bellezza era malata e senza più volontà – svaniva.
Oh, tienimi chiusa fra le tue braccia, così forte ch’io non abbia bisogno di nulla.

Edith Irene Södergran

(Traduzione di Daniela Marcheschi)

da “La luna e altre poesie”, Via del Vento Edizioni, 1995

∗∗∗

Kärlek

Min själ var en ljusblå dräkt av himlens färg;
jag lämnade den på en klippa vid havet
och naken kom jag till dig och liknade en kvinna.
Och som en kvinna satt jag vid ditt bord
och drack en skål med vin och andades in doften av några rosor.
Du fann att jag var vacker och liknade något du sett i drömmen,
jag glömde allt, jag glömde min barndom och mitt hemland,
jag visste endast att dina smekningar höllo mig fången.
Och du tog leende en spegel och bad mig se mig själv.
Jag såg att mina skuldror voro gjorda av stoft och smulade sig sönder,
jag såg att min skönhet var sjuk och hade ingen vilja än – försvinna.
O, håll mig sluten i dina armar så fast att jag ingenting behöver.

Edith Irene Södergran

da “Diker”, Holger Schildts, 1916

Amleto – Boris Leonidovič Pasternak

Boris Pasternak

 

S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
Poggiato allo stipite della porta,
vado cogliendo nell’eco lontana
quanto la vita mi riserva.

Un’oscurità notturna mi punta contro
mille binocoli allineati.
Se solo è possibile, Abba padre,
allontana questo calice da me.

Amo il tuo ostinato disegno,
e reciterò, d’accordo, questa parte.
Ma ora si sta dando un altro dramma
e per questa volta almeno dispensami.

Ma l’ordine degli atti è già fissato
e irremeabile è il viaggio, fino in fondo.
Sono solo, tutto affonda nel fariseismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.

Boris Leonidovič Pasternak

1931.

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Boris Pasternak, Poesie”, Einaudi, Torino, 1957

***

Гамлет

Гул затих. Я вышел на подмостки.
Прислонясь к дверному косяку,
Я ловлю в далёком отголоске,
Что случится на моем веку.

На меня наставлен сумрак ночи
Тысячью биноклей на оси.
Если только можно, Aвва Oтче,
Чашу эту мимо пронеси.

Я люблю твой замысел упрямый
И играть согласен эту роль.
Но сейчас идёт другая драма,
И на этот раз меня уволь.

Но продуман распорядок действий,
И неотвратим конец пути.
Я один, всё тонет в фарисействе.
Жизнь прожить — не поле перейти.

Борис Леонидович Пастернак

1946

da “Доктор Живаго”, 1957

 

 

Tra Long Island e Manhattan – Piero Bigongiari

Susan McCartney, 59th Street Bridge in Fog, New York City, NY

 

Ma ecco fulmina questa gelatina
l’immensa vanità che si raffina
in vene e sangue, le pantere rampano
sulfuree dai pavimenti musivi, dall’alto
delle fronde dipinte uccelli cantano melliflui
questa morte intermedia che sorride
non più a se stessa, questa che non altra
infinità media che il suo intercedere
proclamandosi amore: e non è morte
già più, forse è sorriso, magari calcolo, certamente oblio.

Ma non ti oblio sull’orlo del bicchiere,
amorosa cicuta: altro son io,
un’altra morte dolce nel rosolio
che un’altra mano innocente ti porge.

Ci attendevano i miracoli del mare,
le ore senz’ora delle isole all’orizzonte,
il taglio azzurro alle radici delle cose,
negli alberghi di passaggio le rose dimenticate
in un bicchiere, fanés gli sguardi delle giovani prostitute
sull’orlo di un altro bicchiere. Ma il cerchio non si quadra,
non torna la morte con la vita, eppure torna,
gli angoli sono così clamorosamente curvi nell’azzurro
che ti sembra di ritornare su te stesso
e sei in una città di torri altissime da togliere il fiato
a quanto si specchia sul vetro gelatinato dell’amore.
Ti specchi e non ti vedi in queste ore azzurrine:
quello che c’è di là, il vuoto inabitato, non ti riempie,
immagine che non si stacca, francobollo già timbrato.

Così s’offre qualcosa di staccato
da tutto, sopra un piatto di nebbia argentata,
e insieme unito al suo rovescio, il tizzo
legato alla fiamma ch’è tizzo ancora
mentre a lungo vapora azzurrorosa.

Tra Long Island e Manhattan i cimiteri
fioriscono, come d’una salsedine, di spruzzi di neve dimenticata.
Le lunghe ellissi sui sepolcri imbiancati dei pionieri
tracciano la parola dell’attesa,
sull’orrenda distesa fiorisce un paradiso momentaneo,
un’innocenza strana, chi ha vissuto tace,
eppure un fuoco di arbusti qua e là cilestrino
apre le bocche a chi deve ancora confidare
che non tutto è finito: il grande silenzio
e il ronzio dei motori e già i gabbiani
ovattati sulle rocce sorvegliano la parola del mare.
Non trattenerti, oh non trattenerti più del necessario,
dove la parola ha origine, o forse è la sua fine.
La curva della parola è già fiamma nella tua bocca
destinata alla neve e in quella dei morti che ascoltano,
il proprio cranio amletico tra le mani,
le suture delle ossa come un’impuntura divina
a che il pensiero non pensi neve, non pensi altro
che quello che è nascosto sotto la fioritura momentanea.

Là forse le mani tinte del sangue del tramonto
porgile – sono le tue – dal finestrino, e scrivi, scrivi, amore,
lungo le ellissi di quelle strade che non so se ripercorrerai,
le maiuscole dell’incipit di quello che non sai,
scrivi scrivi sul bianco raccapriccio che già piglia fuoco
il sorridente capriccio delle tua fulminea eternità.
Là, là dove i denti del dolore quasi ridono.

Piero Bigongiari

3-12 settembre ’76

da “L’identificazione altera”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979