Lo steddazzu – Cesare Pavese

Foto di Jerry N. Uelsmann

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquío.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c’è cosa piú amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa piú amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta piú nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

Cesare Pavese

[9-12 gennaio 1936]

da “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

Donne appassionate – Cesare Pavese

Romy Schneider

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.

Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai corpi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
piú che il greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso

come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Ci son occhi nel mare, che traspaiono a volte.

Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai piú.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.

Cesare Pavese

[15 agosto 1935]

da “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

La traccia – Alfonso Brezmes

Imogen Cunningham, The Unmade Bed, 1958, MoMa

Night after night you wander
the streets of my mind.
BOB DYLAN

Qualcuno cancella le impronte
dei tuoi passi leggeri nella notte,
ma al mio risveglio mi accorgo
che sei tornata nel vuoto che hai lasciato
– come un cane torna al suo riparo,
come l’assassino sul luogo del delitto –
perché il letto è disfatto
sulla sponda sinistra dei miei sogni.

Alfonso Brezmes

(Traduzione di Mirta Amanda Barbonetti)

da “La notte tatuata”, in “Quando non ci sono”, Einaudi, Torino, 2021

***

La pista

Night after night you wander
the streets of my mind.
BOB DYLAN

Alguien va borrando las huellas
de tus pasos suaves en la noche,
pero al despertarme descubro
que has vuelto al hueco que dejaste
– come un perro a su morada,
como el criminal al lugar del crimen –
porque están las sábanas deshechas
a la orilla izquierda de mis sueños.

Alfonso Brezmes

da “La noche tatuada”, Editorial Renacimiento, 2013

«E grave» – Paul Celan

Paul Celan e Gisèle Celan-Lestrange

       

                  E GRAVE,
e grave come il tuo,
ora da contare in anni,
esserci qui e con me.
 
E grave, o tu leggera, e grave.
 
E grave come l’essere
soppesato qui e fuori
nel secondo
buio.
 
Tre volte e altre tre volte
e sempre con te.
 
Grave e grave e grave.
 
E non mai con
cuore travestito.

Paul Celan

15-12-1960

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

In un manoscritto, con dedica alla moglie Gisele: «Scritto a Parigi, il 15 dicembre 1960. Trascritta a Montana, il 20 dicembre 1960, “sur le pont des années”, attendendoti, coi tuoi lillà bianchi. Paul». (Michele Ranchetti)

∗∗∗

«Und schwer»

               UND SCHWER,
und schwer wie dein
nun nach Jahren zu zählendes
Da- und Mit-mir-Sein.
 
Und schwer, du Leichte, und schwer.
 
Und schwer wie das Hierund
Hinaus-ins-zweite-
Dunkel-Gewogenwerden.
 
Dreimal und abermals dreimal
und immer mit dir.
 
Schwer und schwer und schwer.
 
Und niemals mit
verkleidetem Herzen.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Avverbi di luogo – Juan Vicente Piqueras

Juan Vicente Piqueras

 

Qui è dove io sono. Ovunque io sia
sono sempre qui dove mi vedi.
Questa casa, questi volti, queste cose
stancano, perché qui stanca.
Qui fa venire sete di andarsene, sete di lì.
Ma lì è il luogo dove non potrò mai essere,
dove io sono impossibile. Ovunque io vada,
il là dove arriverò diventerà qui
e starò già aspettando me stesso
con un mazzo di rose uguali in mano.

Là è il tuo qui.
Là sembra un grido perché è dove ti fa male.
Io voglio stare là, dove sei tu,
tu qui o, meglio, tutti e due lì, remoti, insieme
perché ciò che è vivo è ciò che è insieme.
Là c’è l’amore che non c’è qui.
Quelle cose toccate dalle tue mani,
quello che pensi, dici, taci, sogni,
quei luoghi dove sei senza di me,
quello desidero, di quello ho bisogno.
E l’essere tu là, il tuo alito interposto.

Laggiù è la salvezza, il miraggio
nato dalla sete di essere qui.
Laggiù sì che saremmo felici,
dove il tuo qui e il mio là sarebbero insieme,
avrebbero un lieto fine che non esiste.
Laggiù è la pioggia quella
che cade su questa landa assetata.
Laggiù è il paese di bengodi, l’El Dorado. Non ci sono parole
che possano dare l’idea di quel posto.

Le parole sono queste, mai quelle.

Io sono qui e tu là e laggiù noi quando.
Questo è pietra. Codesto è seta. Quello è mare.

Qui, focolare impossibile, intima assenza,
odiato domicilio, carcere dell’ogni giorno.

Là, calore del tu, la tua vita mia,
tesoro della tua isola, aria d’amore.

Lì, dove non siamo, piove sulla vita
che mai sarà nostra e ci attende.

Juan Vicente Piqueras 

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Ritorno”, in “Avverbi di luogo”, LietoColle, 2019

∗∗∗

Adverbios de lugar

Aquí es donde estoy yo. Esté donde esté
yo siempre estoy aquí donde me ves.
Esta casa, estas caras, estas cosas
cansan, porque aquí cansa.
Aquí hace sed de irse, sed de allí.
Pero allí es el lugar donde jamás podré estar,
donde yo soy imposible. Vaya adonde vaya,
allá donde yo llegue será aquí
y estaré ya esperándome a mí mismo
con un ramo de rosas iguales en la mano.

Ahí es tu aquí.
Ahí parece un grifo poique es donde tu duele.
Yo quiero estar ahí, donde estás tú,
tú aquí o, mejor, los dos allí, remotos, juntos
porque lo vivo es lo junto.
Ahí hay el amor que tío hay aquí.
Esas cosas tocadas por tus manos,
eso que piensas, dices, callas, sueñas,
esos lugares donde estás sin mí,
eso deseo, eso necesito.
Y ser ni ahí, tu aliento intercalado.

Allí es la salvación, el espejismo
nacido de la sal de estar aquí.
Allí sí que seríamos felices,
donde tu aquí y mi ahí estarían juntos,
cometían perdices que no existen.
Allí es la lluvia aquella
que cae sobre este páramo sediento.
Allí es Jauja, el Dorado. No hay palabras
que puedan dar idea de aquel sitio.

Las palabras son éstas, nunca aquéllas.

Yo estoy aquí y tú ahí y allá nosotros cuándo.
Esto es piedra. Eso es seda. Aquello es mar.

Aquí, hogar imposible, íntima ausencia,
odiado domicilio, cárcel del cada día.

Ahí,calor del tú, tu vida mía,
tesoro de tu isla, aire de amor.

Allí, donde no estamos, llueve sobre la vida
que nunca sera nuestra y nos aguarda.

Juan Vicente Piqueras 

da “Vuelta”, in “Adverbios de lugar”, Visor Libros, 2003