O mio cuore… – Gesualdo Bufalino

Foto di Dennis Stock

 

O mio cuore, episodio
inutile, che spavento ti coglie
ora che un vento logora
le sembianze lebbrose delle foglie…

Come un ospite che nessuno sopporta
vado fra gli uomini, stanco
di chiedere in elemosina la morte.

Fossi almeno la bestia che buca
solenne e paziente la terra,
isola di carne nel buio,
superbia murata e sapiente!

Ma sono un pescatore senza tana,
un peccatore di pigri peccati,
sono un uomo sbagliato,
una costola d’Eva.

Gesualdo Bufalino

da “Rimanenze”, in “L’amaro miele”, Einaudi, Torino, 1996

«Su nei monti le stelle sorprendono la pioggia scalpitante» – Thomas Bernhard

Thomas Bernhard

5

Su nei monti le stelle sorprendono la pioggia scalpitante
quando tocchi le labbra della mia miseria
e sotto il campanile
sul talamo invernale
decidi quando rintoccherà l’orologio che si sfalda.

Le bocche si beano del fiume del grano,
silenti brillano i ruscelli
nelle voci della notte di luna
che salgono da pozze abbandonate
verso mari prosciugati dalla sete.

Spargi ai gabbiani il sale dei tuoi occhi,
ma
apri ciò che hai soffocato nelle estati
mai odorate
e dissolviti nella bocca della mia ferita.

Thomas Bernhard

(Traduzione di Samir Thabet)

da “Thomas Bernhard, Sotto il ferro della luna”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

5

In den Bergen überfallen die Sterne den stampfenden Regen
wenn du die Lippen meiner Armut anrührst
und unter dem Kirchturm
im winterlichen Brautbett
den Schlag der berstenden Uhr vorausbestimmst.

Die Münder schwelgen im Strom des Weizens,
lautlos schimmern die Bäche
in den Stimmen der Mondnacht
die aus verlassenen Tümpeln steigen
ausgetrunkenen Meeren zu.

Streu den Möwen das Salz deiner Augen,
aber
öffne was du in den niegerochenen Sommern
erstickt hast
und zerfalle im Mund meiner Wunde.

Thomas Bernhard

da “Unter dem Eisen des Mondes. Gedichte”, Kiepenheuer & Witsch, 1958 

Le vittime – Alfonso Gatto

Foto di Arianna Marchesani

 

La storia fosse scritta dalle vittime
altro sarebbe, un tempo di minuti,
di formiche incessanti che ripullulano
al nostro soffio e pure ad una ad una
vivide di tenacia, intente d’essere.

Gli inermi che si scostano al passaggio
delle divise chiedono allo sguardo
dei propri occhi la letizia ansiosa
d’essere vinti, il numero che oblia
la sua sabbia infinita nel crepuscolo.

Dei vincitori, ai ruinosi alberghi
del loro oblio, più nulla.
Rimane chi disparve nella sera
dell’opera compiuta, sua la mano
di tutti e il fare che è del fare il tenero.
È il nostro soffio che gli crede, il dubbio
di perderlo nel numero, tra noi.

Alfonso Gatto

da “La storia delle vittime. Poesie della resistenza”, Mondadori, Milano, 1966

Non vedi piú il tuo insieme – Gottfried Benn

Foto di Christian Coigny

 

Non vedi piú il tuo insieme?
L’inizio è dimenticato,
il centro mai posseduto,
e la fine fatica a venire.

Cosa fanno queste ghirlande,
che vuole l’onda del pianoforte,
cosa ronzano il jazz e le bande¹
ora che tutte le sere
approdano a te cosí in pezzi?

Ancora una volta potresti
andare in estasi, in fiamme, volare,
potresti: perché hai da parte
ancora un paio di torni
e un po’ di creta nell’orcio.

Ma nella creta vedi solo gli sparsi,
i cocci, la cenere in volo –
che sia vino, sia olio, sian rose,
o un vaso, un’urna un orcio.

Gottfried Benn

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

¹La musica nei locali pubblici, cui il vecchio poeta oppone, nelle strofe 2 e 3, la sua antica, solitaria arte di vasaio e il pensiero della morte (cenere, urne). (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Du übersiehst dich nicht mehr –

Du übersiehst dich nicht mehr?
Der Anfang ist vergessen,
die Mitte wie nie besessen,
und das Ende kommt schwer.

Was hängen nun die Girlanden,
was strömt nun das Klavier,
was zischen die Jazz und die Banden,
wenn alle Abende landen
so abgebrochen in dir?

Du könntest dich nochmals treiben
mit Rausch und Flammen und Flug,
du könntest –: das heißt, es bleiben
noch einige Töpferscheiben
und etwas Ton im Krug.

Doch du siehst im Ton nur die losen,
die Scherben, den Aschenflug –
ob Wein, ob Öl, ob Rosen,
ob Vase, Urne und Krug.

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986 

Notturno – Cesare Pavese

Albert Edelfelt, Under the Birches, 1881 (dettaglio)

 

La collina è notturna, nel cielo chiaro.
Vi s’inquadra il tuo capo, che muove appena
e accompagna quel cielo. Sei come una nube
intravista fra i rami. Ti ride negli occhi
la stranezza di un cielo che non è il tuo.

La collina di terra e di foglie chiude
con la massa nera il tuo vivo guardare,
la tua bocca ha la piega di un dolce incavo
tra le coste lontane. Sembri giocare
alla grande collina e al chiarore del cielo:
per piacermi ripeti lo sfondo antico
e lo rendi piú puro.

                                     Ma vivi altrove.
Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.
Le parole che dici non hanno riscontro
con la scabra tristezza di questo cielo.
Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi.

Cesare Pavese

[19 ottobre 1940]

da “Le poesie aggiunte”, in “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998