A una ripresa piú forte della musica – Piero Bigongiari

Donata Wenders, Contemplation, 2006

 

Nell’onda colorita che ne emargina
è la mia vita, stanco ogni pensiero
di sé si nutre solo fino al nulla,
ma piú in là tutto è vero, in una culla
di luce un’altra mano si avvicina,
la stessa mano che ti porge un’altra
certezza, un volto umano ne domanda.

Tutto si capovolge, le parole
altro senso consumano che il loro,
ed in tepidi fiocchi i baci spiovono
a un’altra primavera, in un calore
sostenuto e pudico, nei ginocchi
rappresa incontenibile è la gioia
che gli occhi chiude come il sonno.

                                                               Troppa
cosí la gioia che non muta pelle
pei sentieri dissolti: ma non è
non è speranza quanto sopravvive,
nella nube agitata dai cicloni
che già l’investono, e la fiamma che
s’agita in essa, come una corolla,
è essa, era la vita che già è.

Taci perciò, consuma le parole
come si beve un liquido d’inferno
che brucia sulla lingua, da un bicchiere
di luce in cui si mesce senza fine.
Inebriata ti alzerai, un po’ rossa
in viso, in una vita ch’è di sguardi
fitta, di fili leggeri e felici.

Piero Bigongiari

22 novembre ’45

da “Rogo”, 1944-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Una sera a “Le boeuf qui rit”, rue Jacob – Piero Bigongiari

Stanisław Ignacy Witkiewicz “Witkacy” Self-portrait (1910)

 

Il cameriere che sbuccia l’arancia
nella lunga spirale ritornante
su se stessa, è il ritorno dell’uguale,
il canto che a ogni messa apre l’ale,
ma si svuota così dell’apparenza
quanto, deposto lieve sulla mensa
dell’essere, ritorna al proprio avere.

Non è un rancio, ritornano le fiere
a ruggire tra sbarre, il sangue e il fiele
torna sull’ostia, tornano le tenebre
a filtrare nel corpo della luce,
se le doghe non tengono.

Ora brucia
nella fiamma azzurrina l’omelette:
sono pronte per te le crêpes suzettes
flambées, bruciato l’alcool della vita,
quieti fantasmi ch’entrano nel buio
sull’assiette smarrita, fuochi fatui…

segmenti, amenità, quanto t’invita
a ricordare ancora quanto scordi
ora in punta di dita, ora sull’unghia
che morde su una liscia superficie
dove altro non traspare che il miraggio
del suo avverso ritorno su se stessa,
l’antico riformarsi dei precordi.

La mensa, che misura, quale fame
vicina sorridendo alla paura?
Non so se più ti elimino, mio Dio,
o ti stringo più forte alla mia vita,
io che mi attardo in questa smisurata
partita dove io non sono io
ma dove l’altro mira le mie carte
dietro le spalle e ammicca e più m’invita,
baro non so se per me stesso oppure
per il losco avversario che m’irrita.
Né più so se mi è avverso quanto è dietro
di me da sempre o quanto della vita
mi si porge festevole davanti,
controparte non so ormai più di quale
specchio infranto, non so di quale pianto.

Piero Bigongiari

15-27 giugno 1983

da “Col dito in terra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1986

Col dito in terra – Piero Bigongiari

Man Ray, Les Larmes, 1932

 

Le unghie crescono per additare qualcosa

al di là dell’indice e di qualsiasi indicazione
se le unghie seguitano a crescere anche ai morti,
le unghie crescono per grattare la notte dal giorno
ma anche per non lasciare nulla di intentato
sulla preda, se il giorno se n’è andato 
con la sua spoglia e la morte ti è a lato
sorridente come l’angelo dal lungo passo
– ma sempre un po’ indietro – rispetto a Tobia.

Quale via più di questa impera col suo senso tra i morti
se il sorriso è rimasto tra i pruni – il nostro o quale? –
e i rovi sprizzano sangue a primavera…
Forse una traccia è rimasta di quel Dio che ha scritto
in terra dinanzi all’adultera da non lapidare,
forse la pietra da non raccattare porta quella scritta
che nessuno ha letto, ma nessuno anche 
ha raccattato quel sasso, l’ha scagliato.

A fianco di quella scrittura quale scrittura è da porsi,
i polsi quale stanchezza della traccia sentono come energia?
O mia diletta, la terra che tu calpesti è incancellabile,
ma perché nessuno si pone a leggere sulla pietra del silenzio
irraccattabile se non con un bacio che ancora prolunga quel silenzio
che più non pesa, le lacrime che ti tolsi
dal cavo degli occhi sono pietre trasparenti – o forse parole impronunciate –
per aiutare quel Dio che ha scritto e riscritto, verso il suo ultimo non senso.

Piero Bigongiari

27 marzo – 1° aprile ’80

da “Nel delta del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1989

Ambiguità del testimone – Piero Bigongiari

Foto di Alain Labile (dettaglio)

 

Che sofferenza è quella che si spalma,
come su una fetta di pane agrodolce
che il fanciullo accosta alle labbra,
sull’indolenza che l’anima ha
raggiunto tra felicità e dolore?
Non è assenza. Tra gli opposti poli
magica un’alleanza si propone,
una tensione forse in equilibrio.
O è un lento stillicidio di illusioni,
un ludibrio di suoni suggeriti
dentro falsi e ipocriti perdoni?

Si ricompone forse la presenza
del terzo, di colui che ha assistito
forse più frettoloso che distratto
alla conversazione che fra me
e te si disperdeva tra silenzi
già cosparsi di assensi pausati
e un sorriso di sensi già allarmati.

Prima di allontanarsi egli mischiò
il più ambiguo sorriso ai propri sguardi
arsi dal desiderio. Se qualcosa
di quel fuoco restò, mentre egli andava
via, in una strana malinconia
un tizzo crepitava nella cenere.

Quale testimonianza è allora un vizio
nell’incoerenza tenera di Venere
se lo spazio oggettivo di quell’“egli”
troppo presto eclissatosi ora, vuoto,
è pieno d’ombre di quel falso gioco
di chi tra l’“io” e il “tu” bara sull’oblio.
Uno strano sciacquio di amare onde
il colloquio confonde tra il tu e l’io
in cui eloquio dell’essere è un addio.

Piero Bigongiari

3-4 luglio 1997

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003

L’identità è nella differenza – Piero Bigongiari

Piero Bigongiari

 

Questo è quello, è quello che io vidi,
che soffrii, che amai. Tu ancora ridi
nel tuo pianto, piangi col sorriso
con cui rispondi allo sconosciuto
sollecitarti delle cose, e parli
parli a quel muto inesausto rivolgersi
a te dal loro mascherato oblio.
Il presente defluisce nel passato,
non certo questo in quello,
e affluisce nel futuro: è stato
quello che non è stato e che sarà:
ma il discrimine è questo affilato
e tagliente dividersi e unirsi
di un’antica entità nel suo valsente.

I tarli non consumano del tempo
l’apparizione, il lampo, lo sparire:
intatto ne è l’evento, anche se altro
sembra avvenire. E che muta solo
il tuo sguardo, ma il nome che lo chiama
è lo stesso, la stessa la materia
caotica da cui esce la forma
che tu vezzeggi.

                         Ogni diversità
è solo tua, solo a te appartiene
che hai avanzato forme assomigliandoti
sempre meno nella tua identità
fino a ritrovarti inconoscibile.

Come il vento è lo scibile che soffia
qua e là e non sommuove le muraglie.
Un altro Piero sempre più identico
a se stesso, o a che cosa di se stesso?,
è per questo a sé più sconosciuto.
Ed è per questo che in ogni tua vena
scorre quanto in te fìnge di sembrare
la stessa pena: il mare è sempre il mare
proprio mentre appare sempre altro
nel cupo scintillare del suo cupido
ignorare se stesso.

                              A te appartiene,
di te, quanto hai invocato e forse opposto
all’enigma che ti ha demandato
qualcosa che tu certo non sapevi.

Solo a se stesso somiglia il diverso
che in sé cerca la propria identità.
Nella sua oscura caligine il verso
mentre scopre la propria chiarità,
trema nella sommessa identità
della voce dissimile che lo ama.

Ma chi lo chiama? A chi non può rispondere
il cieco oblio? Il geco sul terrazzo
esce la sera di sotto le tegole
che lo hanno nascosto nella calura
e ti rimira col suo occhio azteco
in cui ancora non brilla la paura.

Piero Bigongiari

(10 -11 giugno ‘90)

da “E non vi è alcuna dimora”, L’Albatro Edizioni, 1999

Di questa plaquette sono state pubblicate mille copie numerate.
Copia N.350