«Un giorno, dondolando sull’orlo» – Bella Achatovna Achmadulina

Foto di Mario Nunes Vais, 1910

 

Un giorno, dondolando sull’orlo
di tutto ciò che è, avvertii nel corpo
la presenza di un’ombra irreparabile
che spingeva altrove la mia vita.

Nessuno lo sapeva, solo il quaderno
bianco si era accorto che avevo spento
le candele, accese per crear parole:
senza di loro non mi dispiaceva morire.

Soffrivo tanto! Tanto m’avvicinai
alla fine dei tormenti! Non dissi una parola.
Era l’anima, ancora debole,
che cercava un’altra età.

Mi misi a vivere, e vivrò a lungo.
Da quel giorno chiamo tormento
terreno solo ciò che non ho cantato;
il resto lo chiamo beatitudine.

Bella Achatovna Achmadulina

Anni settanta

(Traduzione di Daniela Gatti)

da “Bella Achmadulina, Poesia”, Spirali, 1998

∗∗∗

«Однажды, покачнувшись на краю…»

Однажды, покачнувшись на краю
всего, что есть, я ощутила в теле
присутствие непоправимой тени,
куда-то прочь теснившей жизнь мою.

Никто не знал, лишь белая тетрадь
заметила, что я задула свечи,
зажженные для сотворенья речи, –
без них я не желала умирать.

Так мучилась! Так близко подошла
к скончанью мук! Не молвила ни слова.
А это просто возраста иного
искала неокрепшая душа.

Я стала жить и долго прожилу –
Но с той поры я мукою земною
зову лишь то, что не воспето мною,
все прочее – блаженством я зову.

Белла Ахатовна Ахмадулина

da “Свеча”, Сов.Россия, 1977

«Ci diciamo addio – e nello stesso istante» – Bella Achatovna Achmadulina

Foto di Tommy Ingberg

 

Ci diciamo addio — e nello stesso istante
il mutamento si impossessa della terra
e la sua smania di cambiare è così grande
che il fiume ha ribrezzo della riva
le nuvole si disamorano del cielo
la mano destra saluta la sinistra
dicendole superba: — Ciao!

Aprile ormai non anticipa più il Maggio.
No, non vedremo più la primavera,
— il melampiro, vedi, sta sfiorendo —
oh, lotta del giallo e dell’azzurro!

L’estate calpesta i propri fiori,
tempo e spazio si sono ripudiati.
È morto il bianco: ci restano soltanto
i suoi sette orfanelli colorati.

In tutti i templi infuria lo sfacelo,
nei cimiteri folleggia la rapina —
tutto per colpa dell’addio
tra me e te, per colpa di un addio!

Bella Achatovna Achmadulina

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Tenerezza e altri addii”, Guanda, Parma, 1971

Di notte – Bella Achatovna Achmadulina

Foto di Anka Zhuravleva

 

Non posso gridare. Non posso chiamarti.
Nel silenzio tutto è fragile, di vetro.
La testa reclinata sulla leva,
anche il telefono dorme.

Attraversando la città addormentata
voglio arrivare ad un vicolo bianco,
voglio accostarmi alla tua finestra,
in gran silenzio, e teneramente.

Nasconderò nelle mie mani l’eco
del sonoro disgelo delle strade.
Spegnerò le fiammelle dei lampioni
perché non si sveglino i tuoi occhi.

Ordinerò alla primavera
di soffocare le sue voci notturne.
Allora, sei così tu quando dormi?
Le tue mani hanno perso vita…

la stanchezza furtiva si è annidata
nel folto delle rughe, intorno agli occhi.
Domani voglio baciarli a lungo, a lungo
perché non ne resti il ricordo.

Veglierò il tuo sonno fino all’alba,
andrò via col vento fresco del mattino,
dimenticando le mie orme sulla neve
tra le foglie dell’anno passato.

Bella Achatovna Achmadulina

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Tenerezza e altri addii”, Guanda, Parma, 1971

∗∗∗

Ночью

Как бы мне позвать, закричать?
В тишине все стеклянно-хрупко.
Голову положив на рычаг,
Крепко спит телефонная трубка.

Спящий город перешагнув,
Я хочу переулком снежным
Подойти к твоему окну
Очень тихой и очень нежной.

Я прикрою ладонью шум
Зазвеневших капелью улиц.
Я фонари погашу,
Чтоб твои глаза не проснулись.

Я прикажу весне
Убрать все ночные звуки.
Так вот ты какой во сне!?
У тебя ослабели руки…

В глубине морщинок твоих
Притаилась у глаз усталость…
Завтра я поцелую их,
Чтоб следа ее не осталось.

До утра твой сон сберегу
И уйду свежим утром чистым,
Позабыв следы на снегу
Меж сухих прошлогодних листьев.

Белла Ахатовна Ахмадулина

1955

«E in ultimo ti dirò: – Addio» – Bella Achatovna Achmadulina

Foto di Gabrielle Duplantier

 

E in ultimo ti dirò: — Addio,
e non promettermi amore.
Perderò la ragione. O troverò 
la sublime serenità della follia.

Come mi hai amato? Pregustando
l’offesa della fine. Ma non è questo…
Come mi hai amato? Offendendo i principi
dell’amore. Ma in modo così goffo…

Crudeltà del fallimento, io
non ti perdono. Vivo, cammino,
vedo il bianco mondo,
ma il corpo mio è deserto.

La mente vorrebbe ancora un piccolo
lavoro. Ma son deboli le mani.
E uno sciame di odori e di sapori
in volo sghembo si allontana da me.

Bella Achatovna Achmadulina

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Tenerezza e altri addii”, Guanda, 1971