«Ogni notte, tornando dalla vita» – Cesare Pavese

Foto di Man Ray

     

     Ogni notte, tornando dalla vita,
dinanzi a questo tavolo
prendo una sigaretta
e fumo solitario la mia anima.

     La sento spasimare tra le dita
e consumarsi ardendo.
Mi sale innanzi agli occhi con fatica
in un fumo spettrale
e mi ravvolge tutto,
a poco a poco, d’una febbre stanca.
I rumori e i colori della vita
non la toccano piú:
sola in se stessa è tutta macerata
di triste sazietà
per colori e rumori.

     Nella stanza è una luce violenta
ma piena di penombre.
     Fuori, il silenzio eterno della notte.

Eppure nella fredda solitudine
la mia anima stanca
ha tanta forza ancora
che si raccoglie in sé
e brucia d’un’acredine convulsa.
     Mi si contrae fra mano,
poi, distrutta, si fonde e si dissolve
in una nebbia pallida
che non è piú se stessa
ma si contorce tanto.

      Cosí ogni notte, e non mi vale scampo,
in un silenzio altissimo,
io brucio solitario la mia anima.

Cesare Pavese

[14 maggio 1928]

da “Prima di «Lavorare stanca» (1923-1930)”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Ode barbara X – Nasos Vaghenàs

Andrew Wyeth, Moon Madness, 1982

 

Calda luna, immensa sommossa, madre delle tenebre,
ferma in una fredda punta di novembre.
Tu che stordisci gli amanti sotto gli alberi
sotto il fitto fogliame li rapisci

con passione selvaggia.

E cosa non illumini: finestre, ferite, impiccati,
roulotte, tradimenti, camion posteggiati,
donne tristi, cieli, oleandri e tutte quelle
cose che nascono la notte e tutte quelle
che muoiono al mattino.

Solitaria, superba, immacolata, incorruttibile, dannata,
imperscrutabile, indecifrabile, infinita, armonica.
Sono esattamente ciò che sei dentro di me.
Sono il tuo amante su questo pianeta.
Ti seguo nudo.

So che non hai detto l’ultima parola.
So che non esiste nulla piú profondo di te.
Insonne provvedi alla qualità della notte.
Assorbi ogni tristezza. Purifichi
ogni peccato.

Primordiale, primigenia, prioritaria,
multiforme, molteplice, matrice, menade.
Sillaba dell’inesprimibile, capezzolo del nulla, chimera.
Sei essenzialmente il suono del tuo nome.
Sei la parte visibile dello zero.

Nasos Vaghenàs

(Traduzione di Caterina Carpinato)

(da Odi barbare, 1992)

da “Vagabondaggi di un non viaggiatore”, Crocetti Editore, 1997

∗∗∗

Βάρβαρη ὠδή Χ

Ζεστή σελήνη, ἀπέραντη ἐπανάσταση, μητέρα τοῦ σϰότους
σταματημένη σέ μιά ϰρύα ἄϰρη τοῦ Νοεμβρίου.
Ἐσύ πού ζαλίζεις τούς ἑραστές ϰάτω ἀπ’ τά δέντρα
ϰάτω ἀπό σϰοτεινά φυλλώματα τούς συνεπαίρνεις
μέ ἄγριο πάθος.

Καί τί δέν φωτίζεις; παράθυρα, πληγές, ϰρεμασμένους
τροχόσπιτα, προδοσίες, σταματημένα φορτηγά
θλιμμένες γυναῦιες, οὐρανούς, πιϰροδάφνες
ϰι ὅλα ὅσα γεννιοῦνται τή νύχτα, ϰι ὅλα ὅσα
πεθαίνουν τό πρωί.

Φιλέρημη, περήφανη, ἀλάνθαστη, ἀδιάφθορη, ϰολασμένη
ἄχραντη, ἀνεξιχνίαστη, ἄναρχη, ἁρμονιϰή.
Εἶμαι αὐτό ἀϰριβῶς πού εἶσαι μέσα μου.
Εἶμαι ὁ ἀγαπημένος σου σ’ αὐτόν τόν πλανήτη.
Σ’ ἀϰολουθῶ γυμνός.

Ξέρω πώς δέν ἔχεις πεῖ τήν τελευταία σου λέξη.
Ξέρω πώς δέν ὑπάρχει τίποτε βαθύτερο ἀπό σένα.
Ἄγρυπνη μεριμνᾶς γιά τήν ποιότητα τῆς νύχτας.
Ἀπορροφᾶς ὅλη τή θλίψη. Ἐξαγνίζεις
ὅλα τ’ ἀνομήματα.

Προαιώνια, πρόϰοσμη, προϰαταϰλυσμιαία
πολύτροπη, πλατυτέρα, πανδαμάτειρα, παντοτινή.
Συλλαβή τοῦ ἀνείπωτου, θηλή τοῦ τίποτα, χίμαιρα.
Εἶσαι ϰυρίως ὁ ἦχος ἀπό τ’ ὄνομά σου.
Εἶσαι ἡ ὁρατή πλευρά τοῦ μηδενός.

Νάσος Βαγενᾶς

da “Βάρβαρες ὠδές”, 1992

Mito – Cesare Pavese

Mimmo Jodice, Sibari, 2000

 

Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà piú dov’erano le spiagge d’un tempo.

Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio i fragori del sole
fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca piú il cielo; le nubi
non s’ammassano piú come frutti; nell’acqua
non traspare piú un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.

Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.

                                                    Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

Cesare Pavese

[ottobre 1935]

da “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

«Come se il mare separandosi» – Emily Dickinson

Emil Nolde, Mare al crepuscolo, acquerello su carta, s.d.

695

Come se il mare separandosi
svelasse un altro mare,
questo un altro, ed i tre
solo il presagio fossero

d’un infinito di mari
non visitati da riva −
il mare stesso al mare fosse riva−
questo è l’eternità.

Emily Dickinson

c.1863

(Traduzione di Margherita Guidacci)

da “Tutte le poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1997

∗∗∗

695

As if the Sea should part
And show a further Sea −
And that – a further – and the Three
But a Presumption be –

Of Periods of Seas –
Unvisited of Shores –
Themselves the Verge of Seas to be –
Eternity – is Those –

Emily Dickinson

da “The Complete Poems of Emily Dickinson”, Thomas H. Johnson, ed., Boston, Mass.: Little, Brown, and Company, 1929

Giorni del ’70 – Charis Vlavianòs

Foto di Nina Ai-Artyan

ΙΙΙ

Un’altra volta.
Cominciamo un’altra volta.
Cominciamo a riempire le pagine bianche della nostra vita
contando gli anni, i mesi, i giorni,
le notti – soprattutto le notti,
come le riempiva quel grande
enumerando le navi degli Achei.
Non tutte le donne sono Elena
ma tutte nascondono un’Elena nel cuore:
per questo ti ho amato con tanta passione,
per questo non potrò mai
amarti un’altra volta.

Charis Vlavianòs

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da L’angolo della storia, 1999)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

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Μέρες τοῦ ’70

ΙΙΙ

Πάλι.
Ἂς ἀρχίσουμε πάλι.
Ἂς ἀρχίσουμε νά γεμίζουμε τίς λευϰές σελίδες τῆς ζωῆς μας
ἀπαριθμώντας τά χρόνια, τούς μῆνες, τις ἡμέρες,
τίς νύχτες – ϰυρίως αὐτές,
ὅπως τίς γεμίζε χι έϰεῖνος
ἀπαριθμώντας τά πλοέα τών Ἀχαιών.
Ὅλες οί γυναίϰες δέν είναι ή Ἑλένη
ὅμως ὅλες ϰρύβούν μεάν Ἑλένη στήν ϰαρδιά τούς·
γι’ αύτό σ’ άγάττησα μέ τόσο πάθος,
γι’ αὐτό δέν Θά μπορέσω ποτέ
νά σ’ ἀγαπήσω πάλι.

Χάρις Βλαβιανός

da “Ὁ άγγελος τῆς ἱστορίας”, Νεφέλη, 1999