Palme – Juan Vicente Piqueras

Irene Kung, Palma, 2010

 

Nasciamo dalla sete. Siamo palme
che crescono a forza di perdere
i propri rami. I tronchi sono ferite,
cicatrici rimarginate dal vento e dalla luce,
quando il tempo, quello che fa e quello che trascorre,
occupa il cuore e lo trasforma in nido
di perdite, ne erige la sua aspra colonna.

E per questo le palme sono allegre
come coloro che hanno saputo soffrire in solitudine
e ora si cullano nell’aria, spazzano nubi
e dalle loro chiome consegnano
inni alla luce, fonti di fuoco,
ventagli a dio, addio a tutto.
Tremano, testimoni di un miracolo
che conoscono soltanto loro.

Siamo come la sete delle palme
e ogni ferita aperta verso la luce
ci fa sempre più alti, più felici.
Perdite sono i nostri tronchi. È trono
il nostro dolore. Non è bello
soffrire ma bisogna aver sofferto
per sentire, come un intimo nido,
la meraviglia dei sopravissuti
che ringraziano l’aria, e poi scoppiano
per l’alta gioia in mezzo al deserto.

Juan Vicente Piqueras

(Traduzione di Martha L. Canfield, Norbert Von Prellwitz, Lorenzo Blini o Juan Vicente Piqueras)

da “Palme”, Edizioni Empirìa, 2005, con CD (Poesie scritte e lette da Juan Vicente Piqueras, musiche di Jamal Ouassini)

Le copie sono tutte firmate dall’autore e numerate dalla mano dell’amata.

∗∗∗

Palmeras

Nacemos de la sed. Somos palmeras
que van creciendo a fuerza de perder
sus ramas. Y sus troncos son heridas,
cicatrices que el viento y la luz cierran,
cuando el tiempo, el que hace y el que pasa,
ocupa el corazón y lo hace nido
de pérdidas, erige
en él su templo, su áspera columna.

Por eso las palmeras son alegres
como los que han sabido sufrir en soledad
y se mecen al aire, barren nubes
y entregan en sus copas
salomas a la luz, fuentes de fuego,
abanicos a dios, adiós a todo.
Tiemblan como testigos de un milagro
que sólo ellas conocen.

Somos como la sed de las palmeras,
y cada herida abierta hacia la luz
nos va haciendo más altos, más alegres.
Nuestros troncos son pérdidas. Es trono
nuestro dolor. Es malo
sufrir pero es preciso haber sufrido
para sentir, como un nido en la sangre,
el asombro de los supervivientes
al aire agradecidos y estallar
de alta alegría en medio del desierto.

Juan Vicente Piqueras

da “Palmeras”, Diputación Provincial de Málaga, 2007

Elegia – Eugenio Montale

Carmen Laffón, Muchacha de espaldas, 1956

 

Non muoverti.
Se ti muovi lo infrangi.
È come una gran bolla di cristallo
sottile
stasera il mondo:
e sempre più gonfia e si leva.
O chi credeva
di noi spiarne il ritmo e il respiro?

Meglio non muoversi.
È un azzurro subacqueo
che ci ravvolge
e in esso
pullulan forme imagini rabeschi.
Qui non c’è luna per noi:
più oltre deve sostare:
ne schiumano i confini del visibile.

Fiori d’ombra
non visti, immaginati,
frutteti imprigionati
fra due mura,
profumi tra le dita dei verzieri!
Oscura notte, crei fantasmi o adagi
tra le tue braccia un mondo?

Non muoverti.
Come un’immensa bolla
tutto gonfia, si leva.
E tutta questa finta realtà
scoppierà
forse.
Noi forse resteremo.
Noi forse.
Non muoverti.
Se ti muovi lo infrangi.

Piangi?

Eugenio Montale

26 gennaio 1918

da “Altri versi e poesie disperse”, “Lo Specchio” Mondadori, 1981

I miei Versi – Kostas G. Kariotakis

Foto di Gerard Laurenceau

 

Sono miei figli, i Versi, del mio sangue.
Parlano, ma do loro le parole
come fossero pezzi del mio cuore
o lacrime sgorgate dai miei occhi.

Con un sorriso amaro vanno in giro,
perché insisto a dipingere la vita.
Li rivesto di sole e giorno e sole,
che cingeranno quando annotterò.

Signoreggiano in cielo e sulla terra.
Ma si chiedono cosa ancora manchi
per vincere stanchezza e noia, figli
che per madre conobbero la Pena.

Invano spargo il riso del motivo
piú tenero, o del flauto la passione:
sono per loro un re inesperto, che
ha perduto l’affetto del suo popolo.

E languono, si spengono, e giammai
non smettono di piangere pian piano.
Mentre passi, o Mortale, guarda altrove:
o Lete, qua la nave tua, che sàlpino.

Kostas G. Kariotakis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Nepenti, 1921: Dèi feriti)

da “L’ombra delle ore”, Crocetti Editore, 2004

vv. 15-16: possibile allusione al “re di un paese piovoso / ricco ma senza forza, giovane ma vecchissimo” di Ch. Baudelaire, I fiori del male, “Spleen” (vv. 1-2), poesia che Kariotakis tradusse in Elegie e Satire.

∗∗∗

Οἱ τίχοισι μου

Διϰά μου οἱ Στίχοι, ἀπ’ τό αἷμα μου, παιδιά.
Μιλοῦνε, μά τά λόγια σάν ϰομμάτια
τά δίνω ἀπό τήν ἴδια μου ϰαρδιά,
σά δάϰρυα τούς τά δίνω ἀπό τά μάτια.

Πηγαίνουν μέ χαμόγελο πιϰρό,
ἀφοῦ τή ζωήν ἀνιστορίζω τόσο.
Ἥλιο Καί μέρα ϰαί ἥλιῡ τούς φορῶ,
ζώνη νάν τά ’χουν ὅταν θά νυχτώσω.

Τόν οὐρανόν ὁρίζουνε, τή γῆ.
Ὅμως ρωτιοῦνται ἀϰόμα σάν τί λείπει
ϰαί πλήττουνε ϰαί λιώνουν πάντα οἱ γιοί
μητέρα πού γνωρίσανε τή Λύπη.

Τό γέλιο τοῦ ἁπαλότερου σϰοποῦ,
τό πάθος μάταια χύνω τοῦ φλαούτου·
εἷμαι μι ’ αὐτούς ἀνίδεος ρήγας πού
ἔχασε τήν ἀγάπη τοῦ λαοῦ του.

Καί ρεύουνε ϰαί σβήνουν ϰαί ποτέ
δέν παύουνε σιγά σῖγά νά ϰλαῖνε.
Ἀλλοῦ ϰοιτώντας διάβαινε, Θνητέ·
Λήθη, τό πλοῖο σου φέρε μου νά πλένε.

Κώστας Καρυωτάκης 

da “Nηπενθῆ”, 1921, in “Τά ποιήματα (1913-1928)”, a cura di G. Savvidis, Νεφέλη, Athens, 1992

I limoni – Eugenio Montale

Salvo Caramagno, Case e limoni, 2005

 

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Eugenio Montale

da “Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925

Secondi, 82 – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

82

Torniamo alle cose che abbandonammo,
a quelle che ci hanno abbandonato. Teniamo in mano
moltissime chiavi, che non aprono
né porte né cassetti né valigie –
le battiamo l’una sull’altra e sorridiamo
non avendo più nessuno da ingannare
tantomeno noi stessi.

Ghiannis Ritsos

Atene, 1.I.89

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Secondi”, 1988-1989, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

Δευτερόλεπτα

. 82 .

Ξαναγυρνᾶμε σ’ αὐτά πού ἐγϰαταλείψαμε,
σ’ ἐϰεῖνα πού μᾶς ἐγϰατέλειῴαν. Στά χέρια μας
ἕνα πλῆθος ϰλειδιά, πού δέν ἀνοίγουν
οὔτε πόρτα οὔτε συρτάρι οὔτε βαλίτσα –
χτυπᾶμε τό ’να στ’ ἄλλο ϰαί χαμογελᾶμε
μήν ἔχοντας πιά νά ξεγελάσουμε ϰανέναν
οὔτε τόν ἰδιο τόν ἑαυτό μοις.

Γιάννης Ρίτσος

                                Ἀθήνα, 1.Ι.89

da “Δευτερόλεπτα”, 1988-1989, in “Ἀργά, πολύ ἀργά μέσα στή νύχτα”, Κέδρος, 1991