Cose – Antonia Pozzi

Laurits Tuxen, A Fischerman’s Daughter on the Beach, Brittany, 1880

 

Questo pugno di terra
che raccolse
per me – sul Palatino
la tua mano pura

io verserò nell’urna
di smorta argilla
che sul rosso lido di Selinunte
un pescatore mi donò, sporgendo
il braccio fra i cespugli di lentischio.

E tu non dire
ch’io perdo il senso e il tempo
della mia vita –
se cerco nella sabbia
il sole e il pianto
dei mondi –
se getto nelle cose la mia anima
piú grande – e credo
ad immense magie…

Antonia Pozzi

10 dicembre 1933

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Piaghe d’amore – Federico García Lorca

 

La luce, questo fuoco che divora.
Questo paesaggio grigio che m’attornia.
Questa pena per una sola idea.
Quest’angoscia di cielo, terra e d’ora.

Questo pianto di sangue che decora
lira senza timbro, torcia senza presa.
Questo peso del mare che mi frusta.
Questo scorpione che attende entro di me.

Ghirlanda d’amore, letto di ferito,
sono e di insonne, sogno la presenza
tua nel fondo in rovina del mio petto;

e se ricerco una vetta di prudenza
il tuo cuore mi dà una valle densa
di cicuta e passione d’aspra scienza.

Federico García Lorca

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Sonetti dell’amore oscuro”, Newton Compton, Roma, 1988

∗∗∗

Llagas de amor

Esta luz, este fuego que devora.
Este paisaje gris que me rodea.
Este dolor por una sola idea.
Esta angustia de cielo, mundo y hora.

Este llanto de sangre que decora
lira sin pulso ya, lúbrica tea.
Este peso del mar que me golpea.
Este alacrán que por mi pecho mora.

Son guirnalda de amor, cama de herido,
donde sin sueño, sueño tu presencia
entre las ruinas de mi pecho hundido.

Y aunque busco la cumbre de prudencia,
me da tu corazón valle tendido
con cicuta y pasión de amarga ciencia.

Federico García Lorca

1935-1936

da “Sonetos”, a cura di M. García Posada, in «ABC», Madrid, 17-3-1984

«Devota come ramo» – Cristina Campo

 

Devota come ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,

su acutissime làmine
in bianca maglia d’ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…

Cristina Campo

da “Passo d’addio”, “All’Insegna del pesce d’oro”, Scheiwiller, Milano, 1956

Sopra un verso straniero – Giorgos Seferis

Dipinto di Andrew Wyeth

A Elli, Natale 1931

Fortunato chi fece il viaggio d’Odisseo ¹.
Fortunato se salda, alla partenza, sentiva la corazza d’un amore distesa nel suo corpo, come le vene dove mugghia il sangue.

D’un amore di ritmo indissolubile, invitto come la musica, perenne perché quando nascemmo nacque e quando moriamo, se muore, non lo sappiamo né altri lo sa.

Prego Dio che m’aiuti a dire, in un momento di gran felicità, quale sia quest’amore:
siedo talora avvolto dall’esilio, e sento il suo remoto muggito come il suono del mare mescolato al fortunale strano.

E si presenta ancora innanzi a me il fantasma d’Odisseo, gli occhi rossi dal salmastro e da una brama
matura: rivedere ancora il fumo che affiora dal calore della casa e il suo cane invecchiato che aspetta sulla porta.

Sta, gigantesco, e mormora di tra la barba imbianchita parole della nostra lingua, quale già la parlavano tremila anni fa.
Stende una mano incallita dalle gomene e dalla barra, con la pelle segnata dal tramontano dall’afa e dalle nevi.

Sembra che voglia scacciare di mezzo a noi il Ciclope titanico, monocolo, le Sirene che dànno, se le ascolti, l’oblio, Scilla e Cariddi:
tanti intricati mostri, che ci tolgono l’agio di pensare ch’era un uomo anche lui che lottò dentro il mondo, con l’anima e col corpo.

È il grande Odisseo: colui che disse di fare il cavallo di legno – e gli Achei presero Troia.
M’immagino che venga a insegnarmi come fare un cavallo di legno anch’io, per conquistare la mia Troia.

Parlo basso e tranquillo, senza sforzo: sembra che mi conosca come un padre,
o come uno di quei vecchi marinai che appoggiati alle reti (era burrasca e incolleriva il vento)
mi dicevano, al tempo dell’infanzia, il canto d’Erotòcrito con le lacrime agli occhi
– io tremavo nel sonno udendo il fato avverso d’Aretí discendere i gradini di marmo ².

Mi dice l’ardua angoscia di sentire le vele della nave gonfie dalla memoria e l’anima farsi timone. 
Ed essere solo, occulto nel buio della notte, a deriva, come festuca all’aia.

L’amaro di vedere naufragati fra gli elementi i cari, dispersi: ad uno ad uno.
E come stranamente ti fai forte a parlare coi morti, quando i vivi superstiti non bastano.

Parla… rivedo ancora le sue mani che sapevano, a prova, se la gòrgone di prora era ben fatta
donarmi il mare senza flutti azzurro nel cuore dell’inverno.

Giorgos Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da Quaderno d’esercizi, 1928-1937 

da “Giorgos Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

¹ Heureux qui comme Ulysse a fait un beau voyage è l’inizio di un sonetto compreso in Les regrets di J. Du Bellay (1525 c. – 1560).
² Erotòcrito e Aretí sono i protagonisti del poema cretese Erotòkritos di Vincenzo Kornaros (prima metà del sec. XVII).

«Non perderti, non allontanarti dal pensiero» – Mario Luzi

Andrey Aranyshev, Rest, 2007

 

Non perderti, non allontanarti dal pensiero,
non uscire dal desiderio
tanto da non potervi ritornare
                                         e non provarne
mutuamente tu ed io alcuna pena.
Fa’ che questo non si avveri.
Non lasciarmi immaginare
un tempo
in cui sia fatta aliena,
musa in ansia, fuggitiva
trattenuta appena.
                                   Resta
nella adiacenza dell’umano
se non proprio del suo male
almeno del suo dolore,
                                 ti prego,
forse non dovrei, ti porta
il tuo respiro
dov’è necessario,
lo voglia o non lo voglia, per te andare.
Va’, però non ti eclissare
nel nulla immemoriale,
sia nell’essere certo e incancellabile
che nell’essere tu eri, tu nell’essere sei stata.

Mario Luzi

da “Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime”, Garzanti, 2009