Fruscio d’ali – Paul Celan

Pierre Jahan, Envol Colombe, 1948

 

Ma la colomba indugia ad Avalon.
Cosí sui tuoi fianchi deve annottare un uccello
che per metà è cuore e per metà corazza.
Non gli cale il tuo occhio bagnato.
Invero sa il dolore e lo coglie alle ginestre,
eppure la sua ala non è qui, invisibilmente issata.

Ma la colomba indugia ad Avalon.

Il ramo d’olivo fu rapito da becchi d’aquila
e sfogliato dove si azzurra il tuo giaciglio nella tenda nera.
Ma in cerchio adunai un esercito con scarpe di velluto
e lo feci sciabolare muto per la corona del cielo.
Finché assopendo ti sei piegata sulla pozza di sangue.

Cioè: mentre si battevano accaniti, alzai
l’orcio sopra loro, lasciai cadere tutte le rose
e, allorché alcuni le intrecciarono ai capelli,
chiamai l’uccello a fare opera di consolazione.
Ti dipinge nell’occhio le unghie d’ombra.

Ma vedo giungere la colomba, bianca, da Avalon.

Paul Celan

(Traduzione di Dario Borso)

da “La sabbia delle urne”, Einaudi, Torino, 2016

Flügelrauschen [Fruscio d’ali]    Composta a Czernowitz nel settembre 1944, inserita poi in Celan, Gedichte. Eine Auswahl, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1965. Celan la collegava a Matière de Bretagne in Sprachgitter [Grata di parole, 1959].
v. 1 Avalon. Isola delle fate, sede dei morti nel ciclo di Re Artú.
v. 2 Cfr. Genesi, 32, 25.
v. 4 bagnato. Variante: «feuchtes [umido]».
v. 8 Per il ramo d’olivo cfr. Genesi, 8, 10; per i becchi d’aquila cfr. il Prometeo incatenato di Eschilo e il v. 9 di Um dein Gesicht [Attorno al viso tuo] in Eingedunkelt: «Die Geierschnäbel brechen [I becchi di rapace strappano]».
v. 9 Cfr. Esodo, 26, 14.   (Dario Borso)

∗∗∗

Flügelrauschen

Die Taube aber säumt in Avalun.
So muß ein Vogel über deine Hüften finstern,
der halb ein Herz und halb ein Harnisch ist.
Ihm ist es um dein nasses Auge nicht zu tun.
Zwar kennt er Schmerz und holt ihn bei den Ginstern,
doch seine Schwinge ist nicht hier und unsichtbar gehißt.

Die Taube aber säumt in Avalun.

Der Ölzweig ward geraubt von Adlerschnäbeln
und wo dein Lager blaut im schwarzen Zelt zerpflückt.
Rings aber bot ich auf ein Heer auf Sammetschuhn
und laß es schweigsam um den Kranz des Himmels säbeln.
Bis du dich schlummernd nach der Lache Bluts gebückt.

Das ist: ich hob, als sie gewaltig fochten,
den Scherben über sie, ließ alle Rosen fallen
und rief, als mancher sie ins Haar geflochten,
den Vogel an, ein Werk des Trosts zu tun.
Er malt dir in das Aug die Schattenkrallen.

Ich aber seh die Taube kommen, weiß, aus Avalun.

Paul Celan

da “Der Sand aus den Urnen”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 2003

Sfiducia – Antonia Pozzi

Rimel Neffati Photography, 2014

 

Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggére
per lasciare un’impronta –

tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
– altre cose intendendo –
e questo è il modo
della piú disperata
lontananza.

Antonia Pozzi

16 ottobre 1933

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Canzone d’autunno – Federico García Lorca

 

Oggi ho nel cuore
un vago tremolio di stelle
ma il mio sentiero si perde
nell’anima della nebbia.
La luce mi tronca le ali
e il dolore della mia tristezza
bagna i ricordi
alla fonte dell’idea.

Tutte le rose sono bianche,
bianche come la mia pena,
ma non sono rose bianche,
è scesa la neve su di loro.
Prima ebbero l’arcobaleno.
E nevica anche sulla mia anima.
La neve dell’anima
ha fiocchi di baci
e scene calate nell’ombra
o nella luce di chi le pensa.

La neve cade dalle rose,
ma quella dell’anima rimane,
e gli artigli del tempo
ne fanno un sudario.

La neve si scioglierà
quando verrà la morte?
O avremo altra neve
e altre rose più perfette?
Sarà con noi la pace
come c’insegna Cristo?
O forse il problema
non sarà mai risolto?

Ma se c’inganna l’amore?
Cosa sosterrà la nostra vita
se il crepuscolo ci affonda
nella vera scienza
del Bene che chi sa se esiste
e del Male che incombe alle spalle?

Se muore la speranza
e risorge la Babele,
quale torcia farà luce
sulle strade in Terra?

Se l’azzurro è un sogno
dove mai finirà l’innocenza?
Cosa mai sarà il cuore
se l’Amore non ha frecce?

Se la morte è la morte,
dove finiranno mai i poeti
e le cose addormentate
che nessuno più ricorda?
Oh sole di tante speranze!
Acqua chiara! Luna nuova!
Cuori dei bambini!
Anime rudi delle pietre!
Oggi ho nel cuore
un vago tremolio di stelle
e tutte le rose sono bianche
bianche come la mia pena.

Federico García Lorca

Granada, novembre 1918

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Poesie (Libro de poemas)”, Newton Compton, Roma, 1970

∗∗∗

Canción otoñal

Hoy siento en el corazón
un vago temblor de estrellas,
pero mi senda se pierde
en el alma de la niebla.
La luz me troncha las alas
y el dolor de mi tristeza
va mojando los recuerdos
en la fuente de la idea.

Todas las rosas son blancas,
tan blancas como mi pena,
y no son las rosas blancas,
que ha nevado sobre ellas.
Antes tuvieron el iris.
También sobre el alma nieva.
La nieve del alma tiene
copos de besos y escenas
que se hundieron en la sombra
o en la luz del que las piensa.

La nieve cae de las rosas,
pero la del alma queda,
y la garra de los años
hace un sudario con ellas.

¿Se deshelará la nieve
cuando la muerte nos lleva?
¿O después habrá otra nieve
y otras rosas más perfectas?
¿Será la paz con nosotros
como Cristo nos enseña?
¿O nunca será posible
la solución del problema?

¿Y si el amor nos engaña?
¿Quién la vida nos alienta
si el crepúsculo nos hunde
en la verdadera ciencia
del Bien que quizá no exista,
y del mal que late cerca?

¿Si la esperanza se apaga
y la Babel se comienza,
qué antorcha iluminará
los caminos en la Tierra?

¿Si el azul es un ensueño,
qué será de la inocencia?
¿Qué será del corazón
si el Amor no tiene flechas?

¿Si la muerte es la muerte,
qué será de los poetas
y de las cosas dormidas
que ya nadie las recuerda?
¡Oh sol de las esperanzas!
¡Agua clara! ¡Luna nueva!
¡Corazones de los niños!
¡Almas rudas de las piedras!
Hoy siento en el corazón
un vago temblor de estrellas
y todas las rosas son
tan blancas como mi pena.

Federico García Lorca

Granada, noviembre de 1918

da “Libro de poemas”, Maroto, Madrid, 1921

Flauto di vertebre – Vladimir Vladimirovič Majakovskij

    

                                                           Prologo

 

A voi tutte,
che piacete o siete piaciute,
icone serbate dall’anima dentro i suoi antri,
in un brindisi alla vostra salute,
alzo il cranio traboccante di canti.

Mi chiedo ancora ed ancora
se non sia meglio mettere il punto
d’un proiettile all’essere mio.
Oggi io darò
per l’appunto
un concerto d’addio.

Raduna, o memoria,
del cervello dentro il vestibolo,
le femmine amate in lunghi filari.
D’occhio in occhio versa il tuo giubilo.
Travesti la notte in antichi sponsali.
Travasa di corpo in corpo il tuo gaudio.
Che questa notte sia memorabile.
Oggi io suonerò il flauto
sulla mia colonna spinale.

                                                    1

Miglia di strade io gualcisco in cammino.
Dove celare l’inferno che ho in me?
Quale Hoffman divino
creò, o donna perfida, te?
Son anguste le vie per la gioiosa bufera.
Gente vestita di gala attinge ed attinge la festa.
Io penso.
Grumi di sangue, i pensieri
malati e rappresi mi strisciano fuori di testa.

Io,
taumaturgo di tutto quello che è festa
con chi andare alla festa non ho.
Mi scaglierò a terra e la testa
contro
il lastrico sfracellerò!
Ho bestemmiato,
ho urlato che Dio non esiste
e Dio ha evocato una donna dalle voragini amare,
tale che la montagna dinanzi a lei trasalisca,
me l’ha condotta e m’ha detto
d’amare.

Dio è soddisfatto.
Sotto cieli lontani
un uomo come una fiera esala l’estremo sospiro.
Dio si stropiccia le mani.
Dio pensa:
vedrai, Vladimiro!
È da Dio che fu stabilito
che io non indovini il mistero dietro il tuo nome,
che ha pensato di darti un vero marito,
e di spiegare sul pianoforte una musica d’uomo.
Alla soglia della tua alcova venire con passo felpato,
fare la croce sul tuo piumino purpureo:
lo so,
si sentirebbe puzzo di lana bruciata
e dalla carne del diavolo s’alzerebbe fumo sulfureo.

E me fino all’alba
ha sconvolto l’orrore
che tu fossi condotta
verso l’amore e il martirio.
Ho sfaccettato le mie lacrime in versi,
gioielliere in delirio!
Giuocare a carte, sciacquare nel vino
la rauca gola del cuore!

Non ho bisogno di te.
Non voglio.
Tanto lo so,
fra breve
creperò.

Se davvero tu esisti,
o Dio,
o mio Dio,
se fosti tu a tessere il tappeto stellato,
se questo tormento,
ogni giorno moltiplicato,
è per me un tuo esperimento,
indossa
la toga curiale.
La mia visita attendi.
Sarò puntuale,
non tarderò ventiquattr’ore.
Ascoltami,
altissimo Inquisitore!
Chiuderò la bocca.
Sillaba non udirete
dai labbri serrati dentro la morsa dei denti.
Attaccami
alle code di cavallo delle comete,
lacerami
contro le stelle taglienti.
Meglio ancora:
quando l’anima mia
si presenterà al tuo tribunale,
corruga le ciglia ed impiccami
a guisa di criminale
al capestro della Via Lattea.
Fa’ di me quel che ti pare.
Se vuoi, squartami.
La tua mano sarà da me benedetta.
Soltanto,
ascoltami!
Portati via
la maledetta
che mi hai condannato ad amare!

Miglia di strada io gualcisco in cammino.
Dove celare l’inferno che ho in me?
Quale Hoffman divino
creò, o donna perfida, te?

                                                                    2

Sfuma il cielo,
immemore del suo azzurro colore.
Le nuvole son come profughi grigi.
Le dipingerò con le tinte del mio ultimo amore,
vivido come l’incarnato di un tisico.

La mia gioia soffocherà
il ferino ululato
di chi non sa piú che cosa sia la felicità,
di chi la propria casa ha scordato.
Uscite di sottoterra,
uomini delle trincee:
c’è tempo a finire la guerra!

Anche se dura il terrore
della battaglia ubriaca di sangue come Bacco di vino,
non sarà vana una parola d’amore.
Cari Tedeschi,
accorrete!
Io so che avete sul labbro
la Margherita
di Goethe.

Muore
con un sorriso
sulla baionetta il Francese.
Con un sorriso cade giú il trafitto aviatore,
se si ricorda della tua bocca baciata,
e del tuo viso,
o Traviata.

Che m’importa quale rosea linfa
gli uomini rumineranno nel tempo?
Oggi ai piedi d’una nuova ninfa
s’inginocchi ciascuno nel mio tempio!
Io te canterò,
rossochiomata
e dipinta.

Forse di questa età,
di questi giorni piú acuti
che baionette e pugnali,
quando i secoli saranno canuti,
resteremo soltanto tu ed io,
che t’inseguirò di città in città.

Ti nasconderai in grembo all’ombra,
ti rapiranno oltre fiumi e canali:
io ti bacerò traverso alle brume di Londra
con le labbra di fuoco dei fanali.

Se te ne andrai in carovana con lento
passo ove stanno i leoni in agguato,
sotto a te,
agli schiaffi del vento,
si farà sabbia la mia guancia infuocata.

Se un sorriso di simpatia
fiorisca sulla tua bocca
per il torero in ginocchio,
nel tuo palco
getterò come l’occhio
del toro la mia gelosia.

Un giorno,
se varcando con gli occhi assorti
la Senna tu penserai
che si starebbe bene laggiú
sotto il ponte io sarò la corrente,
ti chiamerò nel mio vortice,
digrignando i putridi denti.

Incendierai con un altro al trotto dei vostri cavalli
i viali nei parchi di Pietrogrado e di Mosca:
io tremerò come una luna pallida e gialla
sospeso ignudo nella vertigine fosca.

Avranno
bisogno di me.
Mi diranno:
muori in battaglia!
Il tuo nome
sarà l’ultima goccia di sangue
a rapprendersi sul labbro lacerato dalla mitraglia.

Finirò sul trono
o a Sant’Elena?
Quando avrò regolato
i flutti di questa procella − la vita −
egualmente sarò candidato
all’impero dell’universo
ed ai lavori forzati.

Se m’è destinato d’essere re,
è il tuo piccolo viso
che farò battere al popolo come moneta
nella vena dell’oro vivo!
Oppure laggiú
dove la vita del mondo si sprofonda in tundra e in neve,
dove traffica il fiume col vento del settentrione,
gratterò con l’unghia sul ferro, o Lilly, il tuo nome breve,
e bacerò le catene nelle tenebre della prigione.
Voi che avete dimenticato del cielo l’azzurro colore,
i vostri capelli son rigidi
come il pelo delle bestie feroci.
Al mondo
questo è forse l’ultimo amore,
vivida aurora come l’incarnato d’un tisico.

                                                        3

Dimenticherò l’anno, la data, il giorno della settimana.
A chiave mi chiuderò, con un foglio di carta soltanto.
Adémpiti, o magia sovrumana
delle sillabe illuminate di pianto!

Appena entrato nella tua abitazione,
oggi mi sono sentito
a disagio.
Avevi nascosto qualcosa nella tua blusa di raso
e s’aggirava nell’aria un lento profumo d’incenso.
Ti ho chiesto se eri contenta.
Mi hai risposto due sillabe fredde:
tanto.
L’inquietudine ha rotto le dighe della ragione,
ed accumulo il cruccio in un delirio di febbre.

Ascolta.
Non è possibile
che tu riesca a celare il cadavere.
Gettami in viso la parola terribile.
Perché non vuoi udire?
Non senti
che ogni tuo nervo contorto
urla come una tromba di vetro:
l’amore è morto −
l’amore è morto…
Ascolta.
Rispondimi senza mentire
(come farò a andare indietro?)…

Come due fosse
in viso ti si scavano gli occhi.

Le due tombe sprofondano.
Non se ne vede piú il fondo.
Cadrò dall’impalcatura dell’ore!

L’anima ho teso come una fune sul precipizio
e v’ho danzato, acrobata-equilibrista,
giocoliere delle parole.

Lo so
che s’è di già consumato l’amore.
Ormai a piú d’un segno vi riconosco la noia.
Ritornami giovane in cuore!
All’anima insegna di nuovo del corpo la gioia.

Lo so,
si paga sempre per una donna.
Che importa? La vestirò,
come dentro una gonna,
invece d’una toeletta
comprata a Parigi,
col fumo della mia sigaretta.

Recherò l’amor mio
per mille strade distanti,
come recavano gli antichi apostoli Dio.
Da secoli t’ho preparato un diadema,
costellato di sillabe vivide
in arcobaleni di brividi.
Come i giganteschi elefanti
che valsero la vittoria di Pirro,
a te io sconvolsi con la zampa del genio il cervello.
Inutilmente: di te
non avrò nemmeno un brandello.

Gioisci,
gioisci,
che finalmente mi hai dato
il colpo mortale!

Io desidero
fuggire al canale
per mettere il capo nella mandibola liquida!

Mi hai offerto le labbra.
Rozze erano ed umide.
Le ho appena sfiorate e m’hanno agghiacciato,
come se in pentimento avessi baciato
un monastero tagliato nella pietra ruvida.

Hanno sbattuto la porta.
Egli è entrato,
rorido dell’allegria delle vie.
Io mi sono spezzato
con un gemito in due.
Gli ho detto:
va bene,
andrò via.
Va bene,
sia tua.
Coprila di cenci, se vuoi
che pieghino sotto la seta le fragili ali di vetro.
Bada che può fuggirsene a nuoto.
Attaccale al collo
una collana di perle come una pietra!

Che notte
stanotte!
Il mio cruccio ho spremuto con forza sempre maggiore.
A sentire le mie risate e i singhiozzi
il muso della mia camera ha fatto una smorfia d’orrore.

Luce riflessa dai tuoi occhi sopra il tappeto,
si levò la tua effigie quasi immagine magica,
come se un altro Biàlik evocasse in segreto
una favolosa regina per la nuova Sion ebraica.

Nel supplizio della Passione
ora piego i ginocchi e la testa
dinanzi a colei che fu mia.
A mio Paragone
Re Alberto,
che ha arreso tutte le sue piazzeforti,
è come se ricevesse regali per la sua festa.

Indoratevi ancora nell’erba e nel cielo sereno!
O vita, rifà primavera dalle tue mille fibre diverse!
Non voglio ormai che un veleno:
bere, sempre bere i miei versi.

Tutto mi rubasti col cuore,
e non mi lasciasti che il fardello della disdetta.
L’anima mi lacerasti come in un rovo.
Accetta il mio dono, o diletta:
forse non inventerò altro di nuovo.

Nei quaderni dei tempi
scrivete la data d’oggi a lettere d’oro!
Adémpiti,
magia simile alla passione di Cristo.
Guardate:
sulla carta son crocifisso
coi chiodi delle parole.

Vladimir Majakovskij

(Traduzione di Renato Poggioli)

da “Il fiore del verso russo”, Passigli Editori, 1998

La Straniera – Oscar Vladislas de Lubicz Milosz

Johan van der Keuken, Mirror, 1960

 

Non sai nulla del tuo passato. L’hai sognato
– Sì, certamente, l’hai sognato.
Vedo il tuo volto alla luce grigia della pioggia.
Novembre seppellisce il paesaggio e la mia vita.
Non so nulla, nulla voglio sapere del tuo passato.

I tuoi occhi mi parlano di brumose città lontane
Che mai vedrò
E mai dalla tua voce sentirò pronunciarne il nome.
Novembre è su tutta la mia anima, novembre è su tutta la pianura.
Ti vedo come una sconosciuta attraverso il Tempo che fu.

Sono cose morte ormai da anni,
– Irrimediabilmente morte –
Musiche soffocate, vizze lussurie.
Novembre, ne sono certo, è dietro la porta.
Nel tuo cuore vedo vivere quel che il tuo cuore dimentica.

La tua anima è lontana, lontanissima da qui. La tua anima straniera
È una notte di bruma,
Di bruma e pioggia sporca sui faubourg
Dove la vita ha il colore freddo della terra,
Dove uomini moriranno senza aver conosciuto l’amore.

Un tempo mi hai già incontrato, lo ricordi?
Sì, un tempo tristemente lontano,
Nel paese dei libri antichi e delle antiche musiche,
Nell’azzurro crepuscolo di una casa tranquilla
Dalle finestre letargiche.

Il fantasma delle parole che non ricordi
O che non hai pronunciato,
Dona uno strano senso alla tua presenza lontana.
Decifro nel libro del tuo silenzio
La tua storia morta per sempre, perfino per te.

La mia pallida ragione è un’illusione di chiarezza,
Un giorno di sole antico
Sulla strada dove la tua gioia incontrò il tuo dolore.
Tutto ciò forse non è mai stato
Ma se te lo rivelassi, moriresti di paura.

È triste come un giorno d’inverno in periferia
Dove incede la morte cittadina,
Come la malattia e il lutto in un lungo equivoco,
Come un rumore di passi in una casa sconosciuta
Come le parole «il tempo che fu» quando l’ombra è sul mare.

Non voglio saper nulla del tuo passato. Vedo
Spegnersi il giorno,
L’ultimo giorno sul tuo volto e sulle tue mani.
Lasciami il piacere d’ignorare le strade
Per le quali il caso ha saputo guidarti fino a me.

Ritrovo nei tuoi occhi la realtà dei sogni,
Sogni sognati ai vecchi tempi
E visioni sbocciate al sole della vita.
Nella penombra avvelenata dalla pioggia
Tutta un’eternità volge al termine.

Riconosco in te esseri misteriosi,
Viaggiatori dalle mete segrete
Incontrati un tempo nella bruma delle stazioni
Dove tutti i rumori hanno la cadenza degli addii.
A volte hai persino l’aria di una fiera

Con le sue luci in lacrime e i suoi fetori
Di muffa e vizio,
Con la sua miseria e la gioia malata delle sue musiche.
Ricordi di nostalgiche case da gioco
Si mescolano al caos del mio nervosismo.

Se me ne andassi, se chiudessi la porta, che faresti?
Sarebbe forse
Come se i tuoi occhi non m’avessero mai visto.
Il rumore dei miei passi morrebbe senza eco sulla strada
E solo notte io vedrei alle tue finestre.

È come se tu dovessi lasciarmi oggi
Subito e per sempre
Senza farmi sapere da dove vieni, dove vai.
Piove sui grandi giardini spogli, la tua anima ha freddo,
Novembre seppellisce il paesaggio e la mia vita.

Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz

(Traduzione di Massimo Rizzante)

da “O.V. de L. Milosz, Sinfonia di Novembre e altre poesie”, Adelphi, Milano, 2008

∗∗∗

L’Étrangère

Tu ne sais rien de ton passé. Tu l’as rêvé,
– Oui, sûrement tu l’as rêvé.
Je vois ton visage dans la lumière grise de la pluie.
Novembre ensevelit le paysage et ma vie.
Je ne sais rien, je ne veux rien savoir de ton passé.

Tes yeux me parlent de brumeuses villes lointaines
Que ye ne verrai jamais
Et dont jamais je n’entendrai le nom dans ta voix.
Novembre est sur toute mon âme, novembre est sur toute la plaine.
Je te vois inconnue à travers Autrefois.

Ce sont des choses depuis longtemps mortes,
– Mortes irrémédiablement –
Des musiques étouffées, des luxures flétries.
Je suis sûr que novembre est derrière la porte.
Je vois vire en ton cœur ce que ton cœur oublie.

Ton âme est loin, bien loin d’ici. Ton âme étrangère
Est une nuit de brume,
De brume et de bruine sale sur des faubourgs
Où la vie a la couleur froide de la terre,
Où des hommes mourront, sans avoir connu l’amour.

Tu m’as déjà rencontré jadis, t’en souvient-il,
Oui, jadis, tristement jadis,
Au pays des vieux livres et des vieilles musiques,
Dans íe crépuscule bleu d’une maison tranquille
Aux fenêtres léthargiques.

Le fantôme des paroles dont tu ne te souviens pas
Ou que tu ne prononças pas,
Donne un seni si bizarre à ta lointaine présence.
Je déchiffre dans le livre de ton silence
Ton histoire morte à jamais, même pour toi.

Ma raison plâe est une illusion de clarté,
Un jour de soleil ancien
Sur la route où ta joie rencontra ta douleur.
Tout cela n’a peut-être jamais été
Mais si je te le disais, tu mourrais de peur.

C’est triste comme un jour d’hiver sur les banlieues
Où chemine la mort de la ville.
Comme la maladie et le deuil dans un mauvais lieu,
Comme un bruit de pas dans une maison étrangère
Comme le mot jadis quand l’ombre est sur la mer.

Je ne veux rien savoir de ton passé. Je vois
S’éteindre le jour,
Le dernier jour sur ton visage et sur tes mains.
Laisse-moi la douceur d’ignorer les chemins
Où le hasard a su te guider jusqu’à moi.

Je retrouve en tes yeux des réalités de rêves,
De rêves rêvés dans le vieux temps
Et des visions écloses au soleil de la vie.
Dans le demi-jour empoisonné de la pluie
On dirait que toute une éternité s’achève.

Je reconnais en toi des êtres mystérieux,
Des voyageurs au but secret
Rencontrés autrefois dans la brume des gares
Où tous les bruits ont des inflexions d’adieux.
Parfois aussi tu m’es une atmosphère de foire

Avec ses lumières en pleurs et ses relents
De moisissure et de vice,
Avec sa misère et lajoie malade de ses musiques.
Des souvenirs de maisons de jeu nostalgiques
Se mêlent au chaos de mon énervement.

Si je sortais, si je fermais la porte, que ferais-tu?
Ce serait peut-être
Comme si tes yeux ne m’avaient jamais connu.
Le bruit de mes pas mourrait sans écho dans la rue
Et je ne verrais que la nuit à tes fenêtres.

C’est comme si tu devais me quitter aujourd’hui
Tout de suite et pour toujours
Sans songer à me dire d’où tu viens, où tu vas.
Il pleut sur les grands jardins nus, tonâme a froid,
Novembre ensevelit le paysage et ma vie.

Oscar Vadislas de Lubicz Milosz

da “O.V. de L. Milosz, Œuvres complètes”, Vol. I, II, XII, Paris, Éditions André Silvaire, 1958