Via Scarlatti – Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

 

Con non altri che te
è il colloquio.

Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutta case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche piú s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra piú ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Caffè – Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

 

Di questo tavolino al caffè,
dove nei pomeriggi invernali brillava  un giardino di brina,
sono rimasto io solo.
Potrei entrare, se volessi,
e tamburellando con le dita nel freddo vuoto
convocare le ombre.

La nebbia d’inverno sul vetro è la stessa,
ma non entra nessuno.
Il mucchietto di cenere,
la macchia di putredine coperta dalla calce
non si toglie il cappello, non dice allegramente:
Prendiamoci una vodka.

Incredulo tocco il marmo freddo,
incredulo tocco la mia mano:
è così – io sto nel divenire della storia
e loro sono chiusi ormai per tutti i secoli
nel loro ultimo detto, nel loro ultimo sguardo.
Lontani, come l’imperatore Valentiniano,
come i duci dei Massageti, di cui non si sa nulla –
sebbene sia passato solo un anno, o due, o tre.

Posso ancora fare il boscaiolo nel lontano nord,
parlare da una tribuna o girare un film
con metodi che loro non hanno conosciuto.
Posso scoprire il sapore che ha la frutta delle isole oceaniche,
farmi fotografare vestito come usa nella seconda metà del secolo.
Ma loro ormai per sempre sono ridotti a busti in jabot e frac
di un mostruoso Larousse.

Pure talvolta, quando il crepuscolo colora i tetti della povera via
e fisso il cielo – vedo là, tra le nuvole,
un tavolino che oscilla. Il cameriere volteggia col vassoio,
e loro mi guardano scoppiando a ridere.
Perché ancora non so come si muore per crudele mano di un uomo.
E loro lo sanno, lo sanno bene.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Salvezza”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966 

***

Kawiarnia

Z tego stolika w kawiarni,
Gdzie w zimowe południa błyszczał ogród szronu,
Zostałem ja sam.
Mógłbym tam wejść, gdybym chciał,
I bębniąc palcami w zimnej pustce
Przywoływać cienie.

Mgła zimowa na szybie ta sama.
Ale nie wejdzie nikt.
Garstka popiołu,
Plama zgnilizny wapnem przysypana
Nie zdejmie kapelusza, nie powie wesoło:
Chodźmyna wódkę.

Z niedowierzaniem dotykam zimnego marmuru,
Z niedowierzaniem dotykam własnej ręki:
To — jest i ja jestem w dziejących się dziejach,
A oni są zamknięci juŜ na wieki wieków
W ostatnim swoim słowie, w ostatnim spojrzeniu.
I dalecy jak cesarz Walentynian,
Jak wodzowie Massagetów, o których nie wie się nic —
Choć upłynął zaledwie rok, dwa albo trzy lata.

Mogę być jeszcze drwalem w lasach dalekiej północy,
Mogę przemawiać z trybuny albo nakręcić film
Sposobami, na których oni się nie znali.
Mogę doświadczyć smaku owoców z wysp oceanu
I mieć swoją fotografię w stroju z drugiej połowy stulecia.
A oni juŜ na zawsze jak popiersia w Ŝabotach i frakach
Z monstrualnego Larousse’a.

Ale czasami, kiedy wieczorna zorza barwi dachy ubogiej ulicy
I zapatrzę się w niebo — widzę tam, w obłokach,
Zataczający się stolik. Kelner wiruje z tacą,
A oni patrzą na mnie wybuchając śmiechem.
Bo jeszcze nie wiem, jak się ginie z okrutnej reki człowieka.
Oni wiedzą, oni dobrze wiedzą.

Czesław Miłosz

Warszawa, 1944

da “Ocalenie”, Czytelnik, 1945

Congedi – Gesualdo Bufalino

Foto di Nastya Kaletkina

1.

L’angelo cieco ha gridato
sulla tua fronte acerba, si dibatte
l’erba nel vento come un mare.

O statura delusa, e la foglia
guasta t’adorna, il tribolo confina
col tuo capo murato.

Inutile eri e stupenda,
guardavi sulle selci rosse del greto
forsennato il cavallo splendere.

Ora non ho che la tua voce
che folta trasogna e si dispera
nel mio sonno, talvolta.

2.

Passerà sul tuo petto il ferro dei convogli,
e uomini, cantando: è dolce
questa fine d’annata che si spoglia
adagio sulla tua bocca sepolta.

Dolce è la pioggia, ma tu non la senti,
tu piú non senti né pioggia né sole:
come un giornale invecchi e inutilmente
io vado fra me stesso di te dicendo parole.

3.

Venire nel tuo povero reame
quest’inverno, senza rumore,
sentendo d’un tratto nel cuore
la morte come una fame.

Fra i tanti occhi algidi e brulli
trovare i tuoi che mi trovano,
indovinare le tue labbra nuove
sulle mie labbra di terra e di nulla.

E insieme ancora aspettare laggiú,
al traghetto d’un fiume bruno,
come una volta nel quarantuno,
chissà dove, chi lo sa piú.

4.

Oggi d’uccelli cosí spoglio il cielo
parla soltanto con voce di vento,
soffio randagio di foglie infelici,
forestiero lamento che mi cerca.
Sei tu? Non è già tardi per dischiudere
come una volta il mio stipite freddo
al tuo viso che adagio disimparo,
dai grandi occhi di cieca, che precipita
sempre piú giú, per una cruna grigia
di caligine e sonno? Non rispondi,
nemmeno sei quest’alito che torna
a scompigliare inatteso lo sciame
di percalli e di sciarpe; e si scancella
l’alterigia soave del tuo sangue
in un velario di ruggine, funebri
esosi orpelli macchiano gli specchi.
Cosí s’adempie il patto. Piú nessuno
saprà di te ch’era la luna il lembo
della tua veste verde e ne balzavi
con la nuca di luce e il grembo tiepido
rapita al grido dei binari. Io solo
resto per poco al tuo nome d’allora.
Tu dormi, fioca isola di carne,
nella terra nemica e non rammenti.

5.

Una foglia fugace mi si posi sul volto,
e io ripenso un giorno senza sole,
e noi stanchi d’amarci e pieni di parole,
come chi recita la prima volta.

Andavamo nel vento allacciati e furenti
fra due filari di scialbo mattino,
odiandoci e piangendo come bambini.
Volevamo morire, te ne rammenti?

E ora dove sei, che ne è stato di noi,
dei tuoi capelli lisci che il vento turbava?
Io non so piú ritrovare la strada,
dove tu sottoterra dolcemente t’annoi.

6.

Fra croce e croce di pietra nera
un battito di rondine
se s’adira fuggiasco fa bufera
di cielo al buio che ti fascia gli occhi.
Ne tremi, poi piú sordo
odi crescere il rombo di frana
sul tuo capo, e il ricordo come un mare.

7.

Fu una donna nel tempo sereno
che mi venne con mani di demente,
e mi perse la mente sul suo seno.

Di roccia e d’aria passavano nuvole
sul nostri corpi congiunti, dormivo
nei suoi capelli chiusi
come entro un inutile diluvio.

Ancora le sue labbra ascolto,
falce barbara e nuda;
diaccio come uno scudo,
il suo volto mi guarda.

8.

E da te m’accomiato,
piccolo viso di donna, e la voce
che sul mio cuore curvavi
piú non udrò come un prato
stormire, e la strada non ha
che muri muri e logori asfodeli
nel territorio dove non ti trovo.

Ritorna a piovere sulle tue labbra,
sulle tue povere ali recise,
sulle domeniche verdi e perdute…
Un elenco di numeri mi resta:
21 luglio, 13 agosto,
K. 304 ad occhi chiusi;
e cartoline morte in un cassetto.

Ah donna donna, dovunque tu sia,
dalla tua stella d’eterno fumo,
dimmi il tuo nome, sii di nuovo un nome,
rovescia il senso della ruota, scavalca
mille leghe di niente con un sorriso,
ripassa il fiume, torna accanto a me,
quando annotta ritrovami la mano…

Gesualdo Bufalino

da “Annali del malanno”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

Dormo molto – Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

 

Dormo molto e leggo Tommaso d’Aquino
o La morte di Dio (un’opera protestante).
A destra la baia, una colata di stagno,
oltre la baia la città, oltre la città l’oceano,
oltre l’oceano l’oceano, fino al Giappone.
A sinistra colline aride con erba bianca,
oltre le colline una valle irrigata dove si coltiva riso,
oltre la collina monti e pini ponderosa,
oltre la valle il deserto e pecore.
Quando non potevo fare a meno dell’alcol, andavo avanti ad alcol,
Quando non potevo fare a meno di sigarette e caffè, andavo avanti a sigarette e caffè.
Ero coraggioso. Laborioso. Quasi un modello di virtù.
Ma non serve a niente.

Mi fa male, dottore.
Non qui. No, non qui. Non lo so più neppure io.
Forse è per l’eccesso di isole e continenti,
di parole non dette, di bazar e flauti di legno,
o di bevute solitarie, senza gusto,
anche se si doveva diventare una specie di arcangelo
o di San Giorgio sulla prospettiva di San Giorgio.

Mi fa male, guaritore.
Ho sempre creduto a magìe e superstizioni.
Le donne, è ovvio, hanno una sola anima, cattolica
ma noi ne abbiamo due. Danzando,
in sogno visiti lontani pueblos
e persino terre mai viste.
Mettiti addosso, ti prego, amuleti di piume,
Bisogna aiutare uno dei tuoi.
Ho letto molti libri ma a essi non credo.
Quando fa male torniamo su certi fiumi,
ricordo quelle croci coi segni del sole e della luna,
e i fattucchieri al lavoro quando c’era un’epidemia di tifo.
Spedisci la tua seconda anima oltre i monti, oltre il tempo.
Dimmi cosa hai visto, aspetterò.

Czesław Miłosz

1962, Berkeley

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Pippo incantato, 1965”, in “Czesław Miłosz, Il castigo della speranza”, All’insegna del pesce d’oro, 1981

Mille copie numerate – Copia N. 39
Avvertenza: Per i testi originali delle poesie qui pubblicate abbiamo seguito l’edizione americana dell’opera poetica di Milosz Utwory poetyckie. Poems, Michigan Slavic Publications, Ann Arbor 1976.  (Pietro Marchesani)

∗∗∗

Dużo śpię

Dużo śpię i czytam Tomasza z Akwinu
albo “Śmierć Boga” (takie protestanckie dzieło).
Na prawo zatoka jak odlana z cyny,
za tą zatoką miasto, za miastem ocean,
za oceanem ocean, aż do Japonii.
Na lewo suche pagórki z białą trawą,
za pagórkami nawodniona dolina gdzie uprawia się ryż,
za doliną góry i sosny ponderosa,
za górami pustynia i owce.
Kiedy nie mogłem bez alkoholu, jechałem na alkoholu.
Kiedy nie mogłem bez papierosów i kawy, jechałem na papierosach i kawie.
Byłem odważny. Pracowity. Prawie wzór cnoty.
Ale to nie przydaje się na nic.

Panie doktorze, boli mnie.
Nie tu. Nie, nie tu. Sam już nie wiem.
Może to nadmiar wysp i kontynentów,
niepowiedzianych słów, bazarów i drewnianych fletów,
albo picia do lustra, bez urody,
choć miało się być czymś w rodzaju archanioła
albo świętego Jerzego na Świętojerskim Prospekcie.

Panie znachorze, boli mnie.
Zawsze wierzyłem w gusła i zabobony.
Naturalnie że kobiety mają tylko jedną, katolicką, duszę
ale my mamy dwie. Kiedy zatańczysz,
we śnie odwiedzasz odległe pueblos
i nawet ziemie nigdy nie widziane.
Włóż, proszę ciebie, amulety z piór,
poratować trzeba swojego.
Ja czytałem dużo książek, ale im nie wierzę.
Kiedy boli powracamy nad jakieś rzeki,
pamiętam tamte krzyże ze znakami słońca i księżyca,
i czarowników, jak pracowali kiedy była epidemia tyfusu.
Wyślij swoją drugą duszę za góry, za czas.

Czesław Miłosz

da “Gucio zaczarowany”, 1965, in “Czesław Miłosz, Utwory poetyckie. Poems”, Michigan Slavic Publications, Ann Arbor, 1976

La casa – Roberto Mussapi

Foto di Boris Smelov

 

Ho abitato più di una casa
e di ognuna niente è perduto:
la prima in Corso Dante, quando ero bambino
e i pini crescevano sotto masse di neve,
poi Viale degli Angeli, sull’argine del fiume:
di lì mia madre mi vide partire
in automobile, guardando dal balcone
la Terra di Nessuno che mi rapiva,
e poi Valdieri, e nella luce radiosa
Via delle Palme, in Liguria, sul mare,
e Via Marsili 11, a Bologna
dove ho salito infinite scale,
e ora qui, a Milano, in Via Mameli.
Di tutte ricordo le voci, i volti, le persone,
l’impercettibile respiro respirato
e trasformato in forma di pensiero
nella memoria che mi tiene in vita.

Ma solo per poco ognuna di loro
è stata veramente la mia casa,
nel breve tempo in cui mi era straniera,
prima che entrasse in me, con le sue vite.
Io non ho mai davvero abitato una casa,
io sono la casa di ogni casa con loro,
con tutti quelli che la fecero mia,
così presenti che non sono più io,
unico esule in me,
sfrattato dal mio cuore.

Roberto Mussapi

da “La stoffa dell’ombra e delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007