Corda viva – Giorgio Caproni

Donata Wenders “Studie XII”, Berlin 2017

 

L’oscurità dov’è argento la pioggia
sul tuo tenero viso in fuoco, Rina
ah come umanamente ora s’accorda
al buio ch’arde i selci – come inclina
alle note tue fragili! A una loggia
fresca di fiato e di spazio è vicina
nelle luci in frantumi la tua soglia
pulita – tu sei intatta alla mia prima
ansia presso i carboni dove scotta
la mia fronte rialzata. Oppure avviva
la tenebra sfiorandoti la bocca
i cumuli di brace mentre vibra
come un’arpa la pioggia – mentre tocca
l’unghia nel sangue la corda più viva?

Giorgio Caproni

da “Poesie disperse e inedite”, in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

«Sii felice ora a Cap…» – Derek Walcott

Derek Walcott

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Sii felice ora a Cap, per le gioie più semplici –
per una fila di egrette che suggeriscono l’ultima parola,
per le recitazioni del mare che mi rientrano in testa
con domande che loro stesse cancellano, obliterando quella voce
demoniaca che ultimamente mi ha posseduto; inascoltata,
sussurra come fa il diavolo all’orecchio di un pazzo
che alle sue mani insanguinate farfuglia «ero posseduto»,
come il mulinare del mare in una conchiglia, simile allo scroscio
di applausi che precede l’attore elevando a un picco
d’orrore paralizzante il dubbio crescente
che il suo apice sia passato. Se è vero
che il mio dono si è inaridito, che ne è rimasto ben poco,
se quel tizio ha ragione allora non rimane altro da fare
che lasciare la poesia come una donna perché la ami
e non vuoi vederla ferita, men che meno da te;
quindi incamminati verso il ciglio della scogliera e innalzati,
sopra la gelosia, la stizza, la perfidia, con la grazia
di una fregata sopra il Barrel of Beef, la sua roccia;
sii grato di aver scritto bene in questo posto,
fa’ che le poesie strappate si involino da te come uno stormo
di bianche egrette in un lungo ultimo sospiro di liberazione.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

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«Be happy now at Cap…»

Be happy now at Cap, for the simplest joys—
for a line of white egrets prompting the last word,
for the sea’s recitation re-entering my head
with questions it erases, cancelling the demonic voice
by which I have recently been possessed; unheard,
it whispers the way the fiend does to a madman
who gibbers to his bloody hands that he was seized
the way the sea swivels in the conch’s ear, like the roar
of applause that precedes the actor with increased
doubt to the pitch of paralysed horror
that his prime is past. If it is true
that my gift has withered, that there’s little left of it,
if this man is right then there’s nothing else to do
but abandon poetry like a woman because you love it
and would not see her hurt, least of all by me;
so walk to the cliff’s edge and soar above it,
the jealousy, the spite, the nastiness, with the grace
of a frigate over Barrel of Beef, its rock;
be grateful that you wrote well in this place,
let the torn poems sail from you like a flock
of white egrets in a long last sigh of release.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

Ricordo – Giorgio Caproni

 

Ricordo una chiesa antica,
romita,
nell’ora in cui l’aria s’arancia
e si scheggia ogni voce
sotto l’arcata del cielo.

Eri stanca,
e ci sedemmo sopra un gradino
come due mendicanti.

Invece il sangue ferveva
di meraviglia, a vedere
ogni uccello mutarsi in stella
nel cielo.

Giorgio Caproni

da “Come un’allegoria” (1932-1935), in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

Insieme – Paul Celan

 

Nel cielo dei garofani anche una bocca indugia a sorriderti.
Essa ancora conosce le vie a te,
la mezza foglia della tua notte,
l’ammutolita pianta dei nostri gridi.

Essa fa luce innanzi al buio e sulla porta dice le parole:

era pesante, il pesante;
un soffio era il vento che ti ha strappato via;
un cuore che batte ancora sotto la neve.

Le porte si aprono, se sentono che qui questo rimane vero:
il mio occhio col tuo vi va a stare,
come coppia piú oscura al seguito.
Piove come sempre, quando occhio a occhio si giunge
e alla coppia la piú oscura si appresta un sonno sprizzante
a sinistra di un garofano in volo.

Paul Celan

(1949 circa)

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

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Beisammen

Im Himmel der Nelken weilt auch ein Mund, dir zu lächeln.
Der kennt noch die Wege zu dir,
das halbe Blatt deiner Nacht,
das verstummte Gewächs unsrer Schreie.

Er leuchtet dem Dunkel voraus und spricht an den Toren die Worte:

Das Schwere war schwer;
ein Hauch war der Wind, der dich fortriß;
ein Herz, was noch schlägt unterm Schnee.

Die Tore gehn auf, wenn sie hören, daß solches hier wahr bleibt:
mein Aug zieht mit deinem dort ein
als dunkelstes Paar im Gefolge.
Es regnet wie immer, wenn Aug sich zu Aug fügt,
und dem dunkelsten Paar wird bereitet ein sprühender Schlaf
einer schwebenden Nelke zur Linken.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Ancora sulla strada di Zenna – Vittorio Sereni

Félix Vallotton, The Wind, 1910, The National Gallery of Art, Washington

 

Perché quelle piante turbate m’inteneriscono?
Forse perché ridicono che il verde si rinnova
a ogni primavera, ma non rifiorisce la gioia?
Ma non è questa volta un mio lamento
e non è primavera, è un’estate,
l’estate dei miei anni.
Sotto i miei occhi portata dalla corsa
la costa va formandosi immutata
da sempre e non la muta il mio rumore
né, piú fondo, quel repentino vento che la turba
e alla prossima svolta, forse, finirà.
E io potrò per ciò che muta disperarmi
portare attorno il capo bruciante di dolore…
ma l’opaca trafila delle cose
che là dietro indovino: la carrucola nel pozzo,
la spola della teleferica nei boschi,
i minimi atti, i poveri
strumenti umani avvinti alla catena
della necessità, la lenza
buttata a vuoto nei secoli,
le scarse vite che all’occhio di chi torna
e trova che nulla nulla è veramente mutato
si ripetono identiche,
quelle agitate braccia che presto ricadranno,
quelle inutilmente fresche mani
che si tendono a me e il privilegio
del moto mi rinfacciano…
Dunque pietà per le turbate piante
evocate per poco nella spirale del vento
che presto da me arretreranno via via
salutando salutando.
Ed ecco già mutato il mio rumore
s’impunta un attimo e poi si sfrena
fuori da sonni enormi
e un altro paesaggio gira e passa.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965