Senza di te tornavo… – Pier Paolo Pasolini

Foto di Dino Pedriali

 

Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti,
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te e al mio fianco
c’è solo l’ombra.

E mi sarai lontano mille volte,
e poi per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

Pier Paolo Pasolini

da “Tutte le poesie”, Volume 2, “I Meridiani” Mondadori, 2003

Dalla vita degli oggetti – Adam Zagajewski

Foto di Boris Smelov

 

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.

E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?

Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

«Tu, corpo senza peso, paurosa dolcezza» – Diego Valeri

Suchitra Bhosle, Grace, 2010

 

Tu, corpo senza peso, paurosa dolcezza
di braccia come ali, di mani come fiori,
tremar di palpebre basse, tenere labbra incolori,
capelli come un’erba bionda di sole e d’altezza.

Tu da così lontana lontananza venuta,
coi tuoi piccoli passi di smarrita fanciulla,
dentro la notte immensa e chiusa come il nulla,
a posar sul mio petto quest’angoscia tua muta.

Poi lenta levi il capo, e mi fissi negli occhi
gli occhi tuoi nudi, fondi, innamorati dentro,
e allora mi travolge la rapina d’un vento
di luce, e mi consuma come nuvola a fiocchi.

Diego Valeri

da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1967

«Di’, ti ricordi dei sogni?» – Pedro Salinas

Marc Chagall, Aleko and Zemphira by Moonlight, 1942, MoMA

                                         
 [42]

Di’, ti ricordi dei sogni?
quand’erano proprio lì,
davanti?
Che distanza, in apparenza,
dagli occhi!
Sembravano alte nuvole,
fantasmi senza un appiglio,
orizzonti irraggiungibili.
Ora guardali, con me,
eccoli dietro di noi.
Se erano nuvole,
siamo su nuvole più alte.
E se orizzonti, lontani,
ora per vederli,
bisogna voltar la testa
perché li abbiamo passati.
Se erano fantasmi,
senti
sulle palme delle mani,
sulle labbra,
quell’orma ancora calda
dell’abbraccio
in cui smisero di esserlo.
Ci troviamo all’altro lato
di quei sogni che sogniamo,
da quel lato che si chiama
la vita che si è compiuta.
E ora,
da tanto aver realizzato
il nostro sognare,
il nostro sogno è in due corpi.
E non bisogna guardarli,
senza che uno veda l’altro,
da lontano, dalle nuvole,
per ritrovarne altri nuovi
che ci spingano alla vita.
Guardandoci faccia a faccia,
vedendoci nel già fatto
sboccia
da quelle gioie compiute
ieri, la gioia futura
che ci chiama. E un’altra volta
la vita si sente un sogno
tremante, ed appena nato.

Pedro Salinas

(Traduzione di Valerio Nardoni)

da “Ragioni d’amore”, Passigli Poesia, 2006

***

                                               [42]

Di, ¿te acuerdas de los sueños,
de cuando estaban allí,
delante?
¡Qué lejos, al parecer,
de los ojos!
Parecían nubes altas,
fantasmas sin asideros,
horizontes sin llegada.
Ahora míralos, conmigo,
están detrás de nosotros.
Si eran nubes,
vamos por nubes más altas.
Si eran horizontes, lejos,
ahora, para verlos,
hay que volver la cabeza
porque los hemos pasado.
Si eran fantasmas,
siente
en las palmas de tus manos,
en los labios,
la cálida huella aún
del abrazo
en que dejaron de serlo.
Estamos al otro lado
de los sueños que soñamos,
a ese lado que se llama
la vida que se cumplió.
Y ahora,
de tanto haber realizado
nuestro soñar,
nuestro sueño está en dos cuerpos.
Y no hay que mirar los dos,
sin vernos el uno al otro,
a lo lejos, a las nubes,
para encontrar otros nuevos
que nos empujen la vida.
Mirándonos cara a cara,
viéndonos en lo que hicimos,
brota
desde las dichas cumplidas
ayer, la dicha futura
llamándonos. Y otra vez
la vida se siente un sueño
trémulo, recién nacido.

Pedro Salinas

da “Razón de amor”, Cruz y Raya, Madrid, 1936

«Il miele che hai gustato» – Marcello Comitini

Foto di Veronica Brovedani

 

Il miele che hai gustato,
stava in un albero cavo
un tronco scarno e aspro
e intorno a guardia api feroci.
Accanto a me distesa
lungo la riva d’acque chiare
sogni Ofelia
la volta in cui sei stata amata.
Tacciono alle tue spalle i sibili
che hanno strappato foglie e rami
li hanno gettati al fuoco delle menzogne
e le tue pupille stanche di pianto
e di parole.
Ora i profumi amari della giovinezza
sono svaniti come farfalle al vento.
Resta l’orrore.
Perché mi guardi?
Non sai che la tristezza
scava nel corpo i solchi del dolore?
China nell’acqua il viso
chiudi gli occhi
e senza più parole
vieni a baciare le tue labbra amate.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

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IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020