Fissità – Vittorio Sereni

Artur Pastor, Pescador a coser a rede de pesca na praia da Nazaré

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da me a quell’ombra in bilico tra fiume e mare
solo una striscia di esistenza
in controluce dalla foce.
Quell’uomo.
Rammenda reti, ritinteggia uno scafo.
Cose che io non so fare. Nominarle appena.
Da me a lui nient’altro: una fissità.
Ogni eccedenza andata altrove. O spenta.

Vittorio Sereni, Fissità

da “Stella variabile”, Garzanti, 1982

La Grecia, sai… – Michalis Ganàs

Herbert List, Near Heraklion, Crete, 1937

 

La Grecia, sai, non è solo una ferita.
Nelle ore libere un buon caffè,
radio e Tv sulle verande,
colore di bronzo, corpo di bronzo,
coperchio di bronzo la Grecia sulle mie labbra.
Sui muretti la colla del sole
attacca come insetti gli occhi.
Dietro ai muretti le case sventrate,
campi di calcio, carceri, ospedali
uomini di Dio e battenti del Diavolo
e i tranvieri che bevono solitari
il buon vino asprigno di Arachova.

Qui hanno dormito giovani prodi
con il fucile su un fianco
e i bambini scalzi nel sonno.
Neri fazzoletti beneauguranti passavano e se ne andavano
coltri e tappeti battuti alla fonte.
Ora pietrisco e scarponi
in questo frantoio di rocce
e i tranvieri che bevono solitari
il buon vino asprigno di Arachova.

Michalis Ganàs

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “La Grecia, sai…”, Donzelli Poesia, 2004

∗∗∗

Ἡ Ἑλλάδα, πού λές…

Ἡ Ἑλλάδα, πού λές, δέν εἶναι μόνο πληγή.
Στήν μπόσιϰη ὥρα ϰαφές μέ ϰαϊμάϰι,
ραδιόφωνα ϰαί Τί-Βί στίς βεράντες,
μπρούντζινο χρῶμα, μπρούντζινο σῶμα,
μπρούντζινο πῶμα ἡ Ἑλλάδα στά χείλη μου.
Στίς μάντρες ἡ ψαρόϰολλα τοῦ ἥλιου
πιάνει σάν ἔντομα τά μάτια.
Πίσω ἀπ’ τίς μάντρες τά ξεϰοιλιασμένα σπίτια,
γήπεδα, φυλαϰές, νοσοϰομεῖα,
ἄνθρωποι τοῦ Θεοῦ ϰαί ρόπτρα τοῦ Διαβόλου,
ϰι οἱ τραμβαγέρηδες νά πίνουν μόνοι
ϰρασάϰι τῆς Ἀράχωβας στυφό.

Ἐδῶ ϰοιμήθηϰαν παλιϰαράδες
μέ τό ντουφέϰι στό ’να τους πλευρό,
μέ τά ξυπόλυτα παιδιά στόν ὕπνο τους.
Τσεμπέρια ϰαλοτάξιδα περνοῦσαν ϰι ἔφευγαν,
ϰιλίμια ϰαί βελέντζες τῆς νεροτρουβιᾶς.
Τώρα γαρμπίλι ϰι ἄρβυλα
σέ τοῦτο τό ἐϰϰοϰϰιστήριο τῶν βράχων
ϰι οἱ τραμβαγέρηδες νά πίνουν μόνοι
ϰρασάϰι τῆς Ἀράχωβας στυφό.

Μιχάλης Γκανάς 

da “Άκάθιστος δεΐπνος”, 1978

Notizia – Czesław Miłosz

Czesław Miłosz, foto di Marek Śmieja

 

Della civiltà terrestre che diremo?

Che era un sistema di sfere colorate, di vetro affumicato,
In cui si avvolgeva e svolgeva il filo di liquidi luminosi.

O un agglomerato di palazzi raggiformi
Svettanti da una cupola coi portali inchiavardati
Dietro cui camminava un orrore senza volto.

E che ogni giorno si gettavano i dadi, e a chi capitava un numero basso
Veniva condotto là al sacrificio: vecchi, bambini, ragazzi e ragazze.

O forse diremo così: che abitavamo in un vello d’oro,
In una rete iridescente, nel bozzolo di una nuvoletta
Appeso al ramo d’un albero galattico.
E questa nostra rete era intessuta di segni:
Geroglifici per l’occhio e l’orecchio, anelli d’amore.
E risuonava al suo interno un suono, che ci scolpiva il tempo,
Il tremolìo, il garrito, il cinguettìo della nostra favella.

Con cosa infatti potevamo tessere il confine
Fra il dentro e il fuori, la luce e l’abisso,
Se non con noi stessi, il caldo respiro,
Il rossetto sulle labbra, lo chiffon e la mussola,
Col battito, che quando tace muore il mondo?

O forse della civiltà terrestre non diremo nulla.
Perché cosa fosse non lo sa davvero nessuno.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Dove sorge e dove tramonta il sole, 1974”, in “Czesław Miłosz, Il castigo della speranza”, All’insegna del pesce d’oro, 1981

Mille copie numerate – Copia N. 39
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Wieść

O ziemskiej cywilizacji co powiemy?

Że był to system kolorowych kul, z zadymionego szkła,
W którym zwijała się i rozwijała nitka świetlnych płynów.

Albo że było to zbiorowisko pałaców promieniopodobnych
Wystrzelających z kopuły o zamczystych wrotach
Za którymi chodziła potworność bez twarzy.

I że co dzień miotano losy, a komu wypadło nisko,
Prowadzony był tam na ofiarę: starcy, dzieci, chłopcy i dziewczęta.

Inaczej też może powiemy: że mieszkaliśmy w złotym runie,
W tęczowej sieci, w obłocznym kokonie
Zawieszonym na gałęzi galaktycznego drzewa.
A była ta nasza sieć utkana ze znaków:
Hieroglifów dla oka i ucha, miłosnych pierścieni.
I dźwięk rozlegał się w środku, rzeźbiący nam czas,
Migotanie, trzepotanie, świergot naszej mowy.

Bo z czego upleść mogliśmy granicę
Między wewnątrz i zewnątrz, światłem i otchłanią,
Jeżeli nie z siebie samych, z ciepłego oddechu,
Z fabryki na ustach, gazy i muślinu,
Z tętna, co kiedy milknie, świat umiera?

Albo może o ziemskiej cywilizacji nic nie powiemy.
Bo nikt naprawdę nie wie co to było.

Berkeley, 1973

Czesław Miłosz

da “Gdzie wschodzi słońce i kędy zapada”, Instytut Literacki, Parigi, 1974

Ombre – Lucio Piccolo

Foto di Robert Hutinski

 

Le sognanti, lontane ombre che sono
dietro le tue parole questa notte,
fantastiche o dolenti le portava
la corrente dei giorni, il vento che apre
i colori, ed ognuna il suo segreto
di dolore o di gioia che il destino
segnò e il buio chiude;
e ancora altre ne chiami
che dileguando diedero un’impronta
di lume: la promessa di un ritorno;
mani che schiusero i riposi,
occhi che riflettevano i meriggi
sotto i rami, le foglie della vite
che il raggio fa vivaci, oh le stormenti
stagioni attorno ai volti, le ore
che scendevano a noi come in dolcezza
umana fatte miti da uno sguardo;
viva siepe, riparo che fa
sicure in cerchio notti, albe, tramonti,
e come pienamente
rispondevano ad ogni sole
che mai le avrebbe, mai sfiorate il rombo
del mistero; ma in fondo ad ogni svolta
è il dolore, la cenere che tocchi
si riga: brace e sangue.
E sul quadrante gira una segno
indietro lascia la vacua spirale
dove l’anima è presa, e fuori attorno
ferma è la notte come una memoria
di sempre; sul piano
pietroso che sovrasta al mare basse
macchie di luna e cespi,
tarde stuoie di nuvole e un’ansia
s’alza d’ignoto, ricade; respiro
dell’aria scorre tra le gole, tocca
la paglia sotto il ponte, alle pareti
della cava risale e sopra i margini
si cela tra le foglie degli ulivi.

Lucio Piccolo

da “Gioco a nascondere, Canti barocchi, e altre liriche”, “Lo Specchio” Mondadori, 1960

Pomeridiano – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le galline becchettavano ancora per la strada. La vecchia moglie del capitano
sedeva sulla soglia reggendo il nipotino sulle ginocchia ­aperte.
Un ragazzo portava un paniere. Le case
caotiche di fronte al tramonto, con i loro vecchi bauli,
i letti di ferro, i tavoli, i quadri. Un grammofono
suonava rauco in una stanza chiusa. Le lenzuola
avvolgevano in ampi quadrati la loro storia. Non si sentiva il mare.
Una grande mano invisibile sollevava le sedie
due palmi da terra. Come fanno gli uomini a vivere senza la poesia?

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da Testimonianze, Prima serie, 1957- 1963

da “Testimonianze”, Crocetti Editore, 2022

Titolo dell’opera originale: Mαρτυρίες
© Eleftheria Ritsou, Greece