Due corpi – Octavio Paz

Maria Gamundi, Embrace II

 

Due corpi fronte a fronte
sono a volte due onde
e la notte l’oceano.

Due corpi fronte a fronte
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi fronte a fronte
sono a volte radici
nella notte allacciate.

Due corpi fronte a fronte
sono a volte due lame
e la notte baleno.

Due corpi fronte a fronte
son due stelle cadenti
nel firmamento vuoto.

Octavio Paz

(Traduzione di Maria Pia Lamberti)

dalla rivista “Poesia”, Anno IX, Novembre 1996, N. 100, Crocetti Editore

∗∗∗

Dos cuerpos

Dos cuerpos frente a frente
son a veces dos olas
y la noche es océano.

Dos cuerpos frente a frente
son a veces dos piedras
y la noche desierto.

Dos cuerpos frente a frente
son a veces rafees
en la noche enlazadas.

Dos cuerpos frente a frente
son a veces navajas
y la noche relámpago.

Dos cuerpos frente a frente
son dos astros que caen
en un cielo vado.

Octavio Paz

da “Condición de nube”, 1944

Mio primo amore pallido ragazzo – Anna Maria Ortese

 

Mio primo amore, pallido ragazzo
una mattina calda: ancora ascolto
il battito del cuore nella gola,
ancora il male sento, il male-bene,
ancora nelle vene
passa il turbato ansare.
Dolore di uno sguardo
fanciullesco, piacere
che strazia di uno sguardo
indifferente sopra noi posato!
E fu breve la cosa. E presto uscita
sui verdi prati, avidamente il male-
bene pensavo, e quanto
l’avrei portato nel mio triste cuore.

Anna Maria Ortese

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Luglio/Agosto 1995, N. 86, Crocetti Editore

Il quinto Inno alla notte – Novalis

Friedrich Eduard Eichens, Portrait of Novalis, 1906

 

Sulle stirpi degli uomini infinite,
regnava un giorno ferreo Destino
in muta violenza.

Una pesante benda tenebrosa
intorno si avvolgeva
alle angosciate anime loro.
Immensa era la Terra: e avean gli Dei,
quivi, dimora e patria.
Misterioso, il magico edificio
si ergea da sempiterne eternità.
Oltre le cime rosse dell’aurora,
entro il divino grembo dell’Oceano,
soggiornava la Luce onnivivente,
che tutto accende.

Un Veglio gigantesco sosteneva
il giubilo del mondo.
Incatenati ai visceri dei monti
stavano i figli della Terra antichi,
in furor vano di sterminio contro
la nuova razza degli Dei stupenda
e i suoi congiunti: gli uomini felici.

Il verdecupo baratro del mare
era un grembo di Dea.
In grotte di cristallo, pullulava
una folla di spiriti beata.
Gli alberi, l’acque, i fiori e gli animali
aveano umani sensi.
Sapea piú dolce il vino,
poi che gli sguardi lo scorgean donato
da un rigoglioso Nume giovinetto
entro i grappoli infuso,
come cresceva in piene spighe d’oro
una materna ed amorosa Iddia.

Era la sacra ebbrezza dell’amore,
anch’essa, un santo rito
della piú bella tra le Dee piú belle.

Cosí, la Vita avea lo scroscio eterno
per i secoli via, primaverile,
di variopinta festa
tra gli Eterni e gli umani.

E le stirpi adoravano concordi,
con ingenua credenza,
nella tenera Fiamma multiforme
il Vertice del mondo.

Solo un pensiero,
solo un fantasma atroce,
sopravvenendo a quel convivio lieto,
di sfrenata paura i cuori avvolse.
E i Numi stessi non sapeano come
donar conforto all’anime sgomente.
Per vie segrete era disceso il Mostro
cui non placavan né preci né doni.
Morte, il suo nome… E interruppe il festino
con l’angoscia, le lagrime, il dolore.

Ora, in eterno disgiunto da tutto
che i sensi accende di soave ebbrezza;
strappato a’ suoi diletti, che rimangono
in vano pianto al mondo e in lunga pena,
un sogno scialbo ed un imbelle anelito
al defunto parean toccati in sorte.
Infranti erano i flutti del Piacere
contro la rupe di un Cordoglio immane.

Con mente audace e con accesi sensi,
l’uomo abbelliva quell’orrenda larva.
Spenge la torcia un bello Efebo, e dorme.
La morte è dolce come un soffio d’arpa.
La memoria si stempra in flutti d’ombra.
Cosí, nel canto redimeva il Fato.
Ma un enigma restò la Notte eterna,
di remota Potenza infausto segno.

Ed ora si avviò, lento, al tramonto
il vecchio mondo.
Appassiva il giardino di delizie,
beato asilo alla progenie nuova.
Gli uomini, non piú bimbi, nel fatale
crescer degli anni,
di salire anelavano d’un balzo
in piú liberi spazii e piú deserti.

Scomparsi i Numi coi loro corteggi,
inanimata e sola
la Natura restò. Legò con ferrea
catena, stretti, il Numero ed il Ritmo:
arido l’uno e l’altro inesorabile.
In pulviscolo aereo di parole
oscure al senso, cadde giú dissolto
lo smisurato fiore della Vita.

Scomparsa era la Fede, che dal nulla
suscita i mondi;
scomparsa la divina Fantasia,
che tutti li trasforma e li affratella.
Infesto, un boreal vento soffiava
sui campi assiderati;
e la terra stupenda, intirizzita,
per l’ètere svaní.

I remoti del cielo immensi spazii
s’empiron tutti di fulgenti stelle.
In piú profondo santuario, in cima
alle piú alte vette dello Spirito,
l’anima della Vita si ritrasse
con le potenze sue,
per dominare quivi in sino all’alba
del tempo nuovo, in cui risorgerebbe
lo splendore del mondo.

Non piú la Luce era soggiorno eletto
dai Numi in terra;
non piú, divino segno.
Di un velame notturno, Essi, si cinsero.
E da quest’attimo,
fu la Notte il possente alvo capace
delle Rivelazioni.

Quivi gli Dei tornarono, cadendo
in un presago sonno,
 a uscirne in nuove e piú splendenti forme
sul rinnovato mondo.

… Ed ecco: in mezzo al popolo
che, a tutti inviso, s’era fatto adulto
precocemente in estraniato sdegno
contro i beati sogni
del giovanil candore,
con vólto non mai visto apparve, adesso,
il Nuovo Mondo…
Nella capanna della Povertà,
immateriale asilo.
Il Figlio della prima
Vergine e Madre insieme!
Misterioso amplesso,
ed infinito Frutto!
La florida sapienza d’Oriente,
prima d’ogni altra, ravvisò, presaga,
l’alba del Nuovo Tempo.
Un astro le insegnò la buona via
alla dimessa culla
del piú potente Re.
E nel nome dei secoli a venire,
giunse l’offerta a Lui
d’oro d’incenso e mirra;
Fulgore e Olezzo: i massimi
doni della Natura.

Il suo divino solitario cuore
in un florido calice si aprí
d’onnipotente Amore.
Il Pargolo celeste al nobil vólto
si protendea del Padre,
riposando tranquillo, Egli, nel grembo
preveggente e beato
della sua Madre sorridente e austera.
Con profetico sguardo,
si affissava, pei secoli venturi,
nei diletti germogli del suo tronco,
noncurante di sé, della sua propria
sorte terrena.

Subitamente, i piú candidi spiriti,
affascinati dal profondo amore,
gli si strinsero attorno. E accanto a Lui,
siccome la campagna a primavera,
germinava fiorendo una novella
non mai comparsa Vita.
Parole inesauribili
di giocondi messaggi,
come faville d’un mondo celeste,
cadevan via dalle amorose labbra.

Nato laggiú, sotto il cielo sereno
dell’Ellade felice,
dalle coste lontane, in Palestina
venne un Araldo.
Ed al Fanciullo prodigioso, tutto
donava egli il suo cuore:

« Sei tu, l’Efebo che da lungo tempo
stava pensoso sulle nostre tombe,
il Segno consolante nella Tenebra,
l’Alba di una piú alta Umanità.
Quel che c’immerse in un lutto profondo,
in un soave anelito c’innalza.
Nella Morte, apparí la Vita eterna;
E la Morte sei tu, — che ci guarisce ».

Verso l’Indostan, poi, trasse l’Araldo.
Di un dolce amor gli traboccava il cuore.
Ed in focosi canti
egli cosí sotto quei miti cieli
lo riversava,
che mille e mille cuori innanzi a Lui
piegaron proni. E la Buona Novella
súbito rameggiò, crescendo in alto.
Scomparve, quindi. E la preziosa vita
del rivelato Iddio
subitamente s’immolava, offerta
al rovinar della progenie umana.

Morí,
giovane d’anni,
strappato via dalla diletta terra,
dalla sua Madre in lagrime,
dai Fedeli sgomenti.
Un tenebroso calice vuotava
d’inaudite sofferenze,
quell’amorosa bocca.
Terrificante angoscia,
l’Alba gli s’appressò dell’Era nuova.
Duramente, lottò contro i terrori
della Morte primeva. Il Vecchio Mondo
gravò su Lui con il peso schiacciante.
Anche una volta si affissò, spirando
tenero ardore,
verso la Madre sua. Liberatrice,
quindi la mano scese
del sempiterno Amore;
ed Ei si addormentò.

Pochi giorni soltanto, un velo buio
sugli ululanti mari
posò: sovra le terre tremebonde.
Lagrime innumerevoli
sparsero sull’avello i suoi Fedeli…
Dissuggellato, apparve, indi, il Mistero.
Spiriti giú dal cielo
risollevaron la vetusta pietra
via dall’oscura tomba.
Accanto al Dormiente,
sedean, formati dall’aereo spiro
de’ sogni suoi, Angeli belli. Ed Egli,
risuscitato in un fulgente Iddio,
divinamente al vertice saliva
del neonato Mondo.

Nell’Antro abbandonato,
con le sue mani, seppellí le spoglie
del mondo antico:
e vi posò, con gesto onnipotente,
la pietra che mai piú Forza veruna
solleverà nei secoli.

Versano ancóra i tuoi fedeli lagrime,
per Te, di gaudio e di commossa eterna
riconoscenza, presso il tuo sepolcro.
Ti veggon sempre
risuscitare in giubilo sgomento,
e si ammirano in Te risuscitati.
Dirottamente piangere Ti vedono
un pianto dolce al seno della Madre;
austeramente camminar,  guidando
i discepoli amati;
parole pronunciar simili a foglie
strappate al tronco della Vita immenso;
con impeto balzar gonfio di aneliti
nelle braccia del Padre,
a Lui la nuova umanità recando,
la coppa inesauribile
onde sgorga il Domani in flutti d’oro.

E ti seguía subitamente
in trionfo pei cieli,
la Madre tua.
Si assise, prima, accanto a Te beata
nella tua patria nuova.
Da quel tempo, scorrean secoli molti:
e in sempre piú fulgente
magnificenza,
il tuo Creato si animò di vita.

Dai tormentosi abissi del Dolore,
trassero a Te miriadi
d’umani spiriti
colmi di fede in un perpetuo anelito.
Regnan con Te, con la celeste Vergine,
nel regno dell’Amore.
Servono al tempio della Morte santa:
sono i tuoi figli, per l’eternità.

La pietra è sollevata;
l’umanità risorta;
infrante le catene.
Ora, siam tuoi, Signore!
Nell’ultimo convivio,
col mondo e con la vita,
sparve ogni affanno innanzi
alla tua coppa d’oro.

La morte a nozze invoca:
ardon le chiare lampade;
le Vergini son pronte;
l’olio divino abbonda.
Risuonino gli spazii
del giunger tuo, Signore!
E noi le stelle chiamino,
squilli di voci umane.

Si levan già, Maria,
a mille in alto i cuori;
dal tenebroso mondo,
non bramano che Te.
In estasi presaga
speran che guariranno,
se tu li accogli, o Madre,
misericorde al seno.

Cosí, (consunti, alcuni,
in fiamme di dolore),
evasi al triste mondo,
ebber rifugio in Te.
Consolatrice santa
d’ogni travaglio umano!
Prendi anche noi fra quelli;
danne l’eterna pace!

Ora, a nessuna tomba
piange chi crede ed ama.
Dolce retaggio, a tutti,
resta il divino Amore;
balsamo d’ogni affanno,
la Notte incantatrice.
Cuori beati in cielo
veglian sui nostri cuori.

L’umanità procede
verso la Vita eterna.
Intimo ardore, l’anima
rischiara e ci dilata.
In aureo filtro stemprasi
la costellata vòlta.
Noi lo sorbiamo: e in chiari
astri ci muteremo.

Sciolto è l’Amore: e al mondo
non v’ha distacco piú.
La Vita ondeggia in piena
come un immenso mare.
Unica Notte-Ebbrezza,
poema sempiterno.
E di noi tutti è il sole,
Vólto di Luce, — Dio.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

Dall’altra parte degli occhi – Marco Luppi

Foto di Jonas Hafner

 

Io non sono tra i miei complici
se non dentro gli occhi tuoi chiusi

con vespri car (di) nali
nel nostro (in) chiostro il cedere
del non sempre nella cenere.
Fatti ancora un po’ più vicina
così da leccarti l’anima
assente, prima della terza stanza.
Quanto il male inutile quanto il male
colonia del sangue e delle ossa,
si credeva si scherzasse
nella saliva che scendeva.
Nell’incavo della fuga rimane
acacia. Polve di miele le lune.

Estradizione al contrario,
spaesamento di un luccichìo.
In bocca il sapore tuo
è il sapere del mio Dio.

Marco Luppi

da “Dalla parte della radice”, Eretica Edizioni, 2016

Marco Luppi, Dalla parte della radice, Eretica Edizioni, 2016
Introduzione
    di Pier Damiano Ori
     Poesia di pensiero e di indignazione. “Dalla parte della radice” inizia con un autentico manifesto intellettuale e civile direttamente rivolto, senza timori in un gioco di idiosincrasie e più caute e laterali adozioni, al giorno presente: “Non mi stupisco/ dell’arroganza diventata/ più contagiosa della tristezza” e ancora “di chi fa finta di niente/ facendo finta di fare”. Osservazioni sociali, antropologiche che danno vita a un elenco, tristemente sofisticato di ciò che ha deragliato, soprattutto dall’inizio del nuovo millennio.
     Da qui parte un viaggio interiore e stilistico fra i più complessi nella poesia italiana 2.0 che alterna l’indignazione civile, a volte proprio la protesta, alla riflessione filosofica, dove i due filoni non solo si amalgamano, ma si nutrono e si rafforzano l’un l’altro: Dall’orditura incostante/ dell’orologio fermo/ di luce lacrima/ l’occhio prosciugato”.
Una poesia che nella sua versificazione robusta, veloce e appropriata nello stesso tempo diventa l’obiettivo con cui riprendere il mondo. In questo modo l’oggetto diventa sempre soggetto “da non riuscire più a scrivere/ il proprio nome/ rispettando lo spazio”.
     Il pensiero poetico di Luppi non rispetta la gara, “teme il vincitore sempre banale”. Si pone invece, come dice il titolo del libro, che è da prendere alla lettera, “dalla parte della radice”. Lo fa riflettendo sulla poesia, spiazzando; l’autore sceglie questo terreno, la riflessione estetico-etica, per introdurci al catalogo dei propri strumenti linguistici, che sono vari: compreso il gioco di parole o meglio il gioco dei versi a volte quasi enigmistico; l’uso della lirica per esprimere, però, più pensiero che sensazione o sentimento; una rima libera od occasionale ma sempre stringente fino ad arrivare a “un solo verso”.
Luppi non teme di perdersi se non “nell’oceano/ reciso/ della traduzione”; governa il labirinto che nelle sue mani diventa un percorso, solo più ricco di sorprese, di agguati alla nostra pigrizia dietro i suoi angoli. Così coraggio e consapevolezza portano a un esito alto, fra i più alti nella poesia contemporanea sia dal punto di vista dei temi, dei contenuti, sia nella scelta stilistica che è quella di perseguire il movimento oltre il limite naturale del linguaggio: “Il limite è nella lingua di chi legge/ e nella rima degli occhi di chi scrive”.
     Nelle composizioni finali prevale l’atteggiamento estetico fondante della poetica di Luppi, la sua “diciamo” radice che è la poesia che si fa pensiero o naturalmente il pensiero che si fa poesia: “significante è il ruolo/ non significativo”.
     Con un versificare sciolto, al servizio di un’etica ferita e di un pensiero profondamente solidale con l’umano, usando sofisticati strumenti culturali, Marco Luppi ha composto un libro che arriva dritto dritto al lettore consapevole, dritto ed efficace come una freccia.
Pier Damiano Ori

 

Voi non vi ha amato nessuno – Agota Kristof

Agota Kristof, foto di Jean-Pierre Baillod

 

Lentamente imbianca la notte sul suo viso senza sole
incessanti le stelle cadono
in profondi laghi scuri cadono
e in profondi boschi scuri cadono
le stelle

bianche
case ai margini della foresta inceneriscono si tende
il corpo di pietra delle strade dolore insensato
si nasconde nelle vene degli alberi
sempre più forte è il vento
sempre più scura la neve

fratelli
voi non vi ha amato nessuno ma domani
metterete piede sui raggi
della luna
i vostri occhi si abbelliranno laverete via macchie di sangue
dalle vostre mani dalle vostre labbra
attorno a voi cresceranno gli alberi
si placherà anche la notte e il vento porterà
cenere tiepida sulle vostre terre sterili

Agota Kristof

(Traduzione di Vera Gheno)

da “Chiodi”, Edizioni Casagrande, 2018

∗∗∗

Titeket senki sem szeretett

Lassan megőszül az éj naptalan arcán
a csillagok egyre hullnak
sötét mély tavakba hullnak
és sötét mély erdőkbe hullnak
a csillagok

fehér
erdőszéli házak hamvadnak el megfeszül
az utak kő teste esztelen fájás
bujkál a fák ereiben
egyre erősebb a szél
egyre sötétebb a hó

testvéreim
titeket senki sem szeretett de holnap
kiléptek a hold
sugaraira
szemetek megszépül vérfoltokat mostok
kezeitekről ajkaitokról
körétek nőnek a fák
megcsendesül az éj is s langyos hamut hord
a szél meddő földjeitekre

∗∗∗

Vous n’étiez aimés de personne

Lentement la nuit devient vieille sur son visage pâle
les étoiles tombent sans arrêt
tombent dans les profondes rivières sombres
et dans les sombres forêts profondes tombent
les étoiles

blanches
maisons à la lisière de la forêt en cendres se tend
le corps caillouteux des routes la douleur insensée
se dérobe dans les veines des arbres
le vent est de plus en plus fort
et la neige de plus en plus sombre

mes frères
vous n’étiez aimés de personne mais demain
vous marcherez sur les rayons
de la lune
vos yeux pleins de beauté vous laverez les taches de sang
sur vos mains sur vos lèvres
autour de vous pousseront des arbres
la nuit aussi se calmera et la cendre tiède
le vent la portera sur vos terres stériles

Agota Kristof

(Traduit du hongrois par Maria Maïlat)

da “Agota Kristof, Clous -Szögek”, Poèmes hongrois et français, Éditions Zoé, 2016