La vita in versi – Giovanni Giudici

Foto di Rupert Vandervell

 

Metti in versi la vita, trascrivi
Fedelmente, senza tacere
Particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
Sapere, né potere, bensí ridicolo
Un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
Complicità di visceri, saettando occhiate
D’accordi. E gli astanti s’affacciano

Al limbo delle intermedie balaustre:
Applaudono, compiangono entrambi i sensi
Del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
È possibile a tutti piú che nascere
E in ogni caso l’essere è piú del dire.

Giovanni Giudici

da “La vita in versi”, “Lo Specchio” Mondadori, 1965

Posta – Cees Nooteboom

Michael Kenna, The Cob, Study 2, Lyme Regis, Dorset, England, 1997

 

Ma sono poi davvero chiare le tue idee?
domandò il postino. In quell’istante
si oscurò il cielo,
ma non fu per quello,
qui succede sempre cosí,
da un momento all’altro.

Pioverà, disse, e cosí accadde.
Grosse gocce. Dietro di lui vedevo la baia,
un aereo pesante tra le nubi,
lento. Atterrava.

Che ne è di tali momenti?
Quanto brusio può andare perduto?
Quali dialoghi possono non
infrangersi contro il muro del tempo, in mancanza
di memoria, da qualche parte, laggiú
in un sogno?

Finzione, una casa su una collina,
il salmo della pioggia, pagina sei,
portalettere, discesa, sentiero di collina,
entrando nell’oblio,
il suo, il mio,
il lardo del tempo.

Come qualcuno volta una pagina
senza averla letta,

tutto scritto per niente.

Cees Nooteboom

(Traduzione di Fulvio Ferrari)

da “Luce ovunque (2012- 1964)”, Einaudi, Torino, 2016

∗∗∗

Post

Maar hoe helder zijn je ideeën dan,
vroeg de postman. Op dat ogenblik
verduisterde de hemel,
maar dat had er niets mee te maken,
dat gaat hier altijd zo,
van het ene ogenblik op het andere.

Dat wordt regen, zei hij, en zo was het.
Dikke druppels. Achter hem zag ik de baai,
een vliegtuig loodzwaar in wolken,
langzaam. Het landde.

Waar blijven zulke secondes?
Hoeveel geruis kan worden gemist?
Welke gesprekken kunnen niet worden
verpulverd tegen de tijdmuur, in een gebrek
aan geheugen, ergens onderaan
in een droom?

Fictie, een huis op een heuvel,
de psalm van de regen, pagina zes,
postbode, afdaling, heuvelpad,
de vergetelheid in,
de zijne, de mijne,
het spek van de tijd,

zoals iemand een bladzij omslaat
zonder te hebben gelezen,

alles geschreven voor niets.

Cees Nooteboom

da “Zo kon het zijn”, Baarn: Atalanta Pers, 1998

Alla fine dei secoli – Margherita Guidacci

Foto di Katia Chausheva

 

Alla fine dei secoli, quando
mi chiamerà un’altra voce
e proverò per la seconda volta
l’impeto di risurrezione
prego che come questa volta,
quando sei stato tu a chiamarmi,
alzandomi stupita dalla fossa
con le ossa che sentono la carne
stendersi nuovamente su di loro,
con la carne che sente
in sé di nuovo penetrare l’anima –
io possa, in quel tremendo campo
dove avrà inizio l’eterno,
fissare il primo sguardo su di te,
ritrovarti al mio fianco.

Margherita Guidacci

da “Inno alla gioia”, Nardini, Firenze, 1983 

Dedica – Ol’ga Sedakova

Vlada Roslyakova by Paolo Roversi

 

Tu ricorda, io dico, ricorda
tu ricorda, ti dico e piango:
ogni cosa scompare e muta
e la stessa speranza uccide.

Non v’è oceano che torni nel fiume,
né fiume che risalga alle fonti,
né a chi il tempo sia misericorde –

ma ti amo, ti amo come
se tutto questo fosse stato e sia.

Ol’ga Sedakova

(Traduzione di Adalberto Mainardi)

Da Appendice ai ‘Vecchi canti’ (1980-1981)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIV, Luglio/Agosto 2011, N. 262, Crocetti Editore

Scena muta – Milo De Angelis

Foto di Alex Pardi

 

Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.

 *

L’essenza della carne ferita
vagava tra due muri,
l’amore usciva
dal presente e il lenzuolo
dei volti era lì, ed era cemento
tra le dita ed era buio
tutta la luce era chiusa
nel petto, tutte le parvenze
della rosa, tutta la forza
dell’ora persa.

*

Sotto i cavi sospesi
chiedemmo una costanza,
tra gli allucinogeni chiedemmo
di sapere il codice terrestre,
il canto sotterraneo che bussava
alle vertebre.
Vattene
nulla morente,
vattene ferita
dei minuti che tornano qui.

*

Dove ondeggiava il sangue, dove il perfetto
insieme era più nostro, c’è l’ombra
del geranio, le sostanze crocifisse,
un metro d’asfalto e di nulla
e il respiro è d’asfalto, le labbra d’asfalto,
il silenzio e l’andarsene
sono d’asfalto. L’ultimatum, anche quello,
ce l’ha dato l’asfalto, l’asfalto.

*

Un improvviso ci porta nel dolore
che tutto ha preparato in noi, nell’attimo
strappato al suo ritmo, nel suono
dei tacchi, nel respiro
che si estingue: era un pomeriggio
d’agosto tra le ombre della tangenziale,
il nostro niente
da dire, filo di voce, scena muta.

*

Eri l’ultima
donna della vita, eri il temporale
e la quiete, il luogo
dove la luce è insanguinata
e il sangue fiorisce: pochi minuti,
pochi metri, sempre lì,
nel cemento che parla, nella città
degli amanti, nel silenzio
dei lavandini, il bacio
avvenne
e noi non abbiamo
voluto più uscire.

Si muore così, all’ingresso
di una scuola, un cerchio perfetto.

*

Lungo una strada di Roserio
e di ombra, cammino, resto accanto
a te, ai tuoi sandali
che l’asfalto bruciava, l’asfalto
di ogni estate, l’asfalto
che penetra nel seno, finché appare
la ferita, finché la vista
è silenziosa come la sua fine.

*

Noi che abbiamo conosciuto
il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,
l’idea che illumina la carne,
la sapienza delle misure
e il lampo, noi ci lasciamo
qui, in due metri di cemento, con un atto
di presenza, un battito
estivo, uno scambio di persona.

Milo De Angelis

da “Tema dell’addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005