Le vie più difficili – Hilde Domin

Hilde Domin

 

Le vie più difficili
vengono percorse da soli,
la delusione, la perdita,
il sacrificio,
sono soli.
Persino il morto che risponde a ogni richiamo
e che non si nega a nessuna richiesta
non ci soccorre
e osserva
se noi non cediamo.
Le mani dei vivi che si tendono
senza raggiungerci
sono come i rami degli alberi d’inverno.
Tutti gli uccelli tacciono.
Si sente solo il proprio passo
e il passo che il piede non ha ancora fatto
ma che farà.
Fermarsi e voltarsi
non serve. Si deve
andare.

Prendi in mano una candela
come nelle catacombe,
la piccola luce respira appena.
E tuttavia, quando hai camminato a lungo,
il miracolo non tarda,
perché il miracolo sempre accade,
e perché senza grazia
non possiamo vivere:
la candela brilla per il respiro libero del giorno
tu la spegni sorridendo
quando appari nel sole
e tra i giardini che fioriscono
la città è davanti a te,
e nella tua casa
la tavola è apparecchiata di bianco.
E i vivi che perderemo
e i morti che non possiamo perdere
spezzano per te il pane e ti porgono il vino –
e tu senti di nuovo la loro voce
vicinissima
al tuo cuore.

Hilde Domin

(Traduzione di Daniela Maurizi)

dalla rivista Poesia, Anno XXIV, Aprile 2011, N. 259, Crocetti Editore

∗∗∗

Die schwersten Wege

Die schwersten Wege
werden alleine gegangen,
die Enttäuschung, der Verlust,
das Opfer,
sind einsam.
Selbst der Tote der jedem Ruf antwortet
und sich keiner Bitte versagt
steht uns nicht bei
und sieht zu
ob wir es vermögen.
Die Hände der Lebenden, die sich ausstrecken
ohne uns zu erreichen
sind wie die Äste der Bäume im Winter.
Alle Vögel schweigen.
Man hört nur den eigenen Schritt
und den Schritt den der Fuß
noch nicht gegangen ist aber gehen wird.
Stehenbleiben und sich Umdrehen
hilft nicht. Es muß
gegangen sein.

Nimm eine Kerze in die Hand
wie in den Katakomben,
das kleine Licht atmet kaum.
Und doch, wenn du lange gegangen bist,
bleibt das Wunder nicht aus,
weil das Wunder immer geschieht,
und weil wir ohne Gnade
nicht leben können:
die Kerze wird hell vom freien Atem des Tags,
du bläst sie lächelnd aus
wenn du in die Sonne trittst
und unter den blühenden Gärten
die Stadt vor dir liegt,
und in deinem Hause
dir der Tisch weiß gedeckt ist.
Und die verlierbaren Lebenden
und die unverlierbaren Toten
dir das Brot brechen und den Wein reichen –
und du ihre Stimme wieder hörst
ganz nahe
bei deinem Herzen.

Hilde Domin

da “Gesammelte Gedichte”, Fischer Verlag, 1987

Pietroburgo – Nina Nikolaevna Berberova

Henri Cartier-Bresson, Leningrado, 1973

 

Là gettò l’ancora una tranquilla città
e si fece vascello immobile,
tutt’intorno allargò le sue rive
e trasfigurò ogni cosa attorno.

E ora gli alberi maestri concentrano
il loro incantevole ardore
e guardano il buio, e conficcano nel buio
il rabesco che scintilla.

Non si distinguono i deserti confini −
dove sono le strade, dove le rive?
Tra cortili, piazze, gallerie,
un unico brivido, un’unica tormenta.

Anch’io non molto tempo fa vivevo
su quell’enorme vascello,
e attorno al più bello dei suoi alberi
camminavo e aspettavo nella nebbia.

Sapevo meravigliosamente
obliare che vivessimo sul mare,
quando nel corridoio deserto
tu mi venisti incontro.

Ricorda ora come ci faceva barcollare,
come si frangeva contro i bordi la tempesta,
quando ti sembravano pochi
il silenzio e la quiete.

Nina Nikolaevna Berberova

Berlino, 1922

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Antologia Personale. Poesie 1921-1933”, Passigli Poesia, 2004

∗∗∗

ПЕТЕРБУРГ

Там мирный город якорь кинул
И стал недвижным кораблем,
Он берега кругом раздвинул
И все преобразил кругом.

И ныне мачты напрягают
Свой упоительный задор,
И в мрак глядят, и в мрак вонзают
Поблескивающий узор.

Не различить границ пустынных −
Где улицы, где берега?
Средь площадей, дворов, гостиных
Один озноб, одна пурга.

И я сама жила недавно
На том огромном корабле,
И возле мачты самой славной
Ходила и ждала во мгле.

О том, что мы живем на море
Умела дивно забывать,
Когда в пустынном коридоре
Ты выходил меня встречать.

Узнай теперь, как нас качало,
Как билась буря о борты,
Когда тебе казалось мало
Молчания и тишины.

Нина Николаевна Берберова

Берлин, 1922

da “Стихи, 1921-1983”, New York: Russica Publishers, 1984

«Canterò per noi canterò per lei» – Adonis

Scultura di Yves Pires

2

Canterò per noi canterò per lei
in suo nome, o compagno della mia esplosione lucente suo corpo,
insegnami il canto,
di’ a questo tempo-muro che sono stato iniziato
e mi sono aperto al suo mistero,
in lui mi sono radicato,
le mie poesie ne sono ricoperte,
ed io non voglio esistere soltanto per esistere.
Non voglio che lasciar fluire il mio tempo tra le sue braccia
non voglio che estasiarmi di lei e estasiarmi per lei,
cantare per noi e cantare per lei
in suo nome, o compagno della mia esplosione lucente suo corpo, insegnami il canto.

Adonis

(Traduzione di Fawzi Al Delmi)

da “Cento poesie d’amore”, Guanda, Parma, 2003

Di te resta – Daria Menicanti

John Mills in “The Vicious Circle”, 1957

a G. P.

Di te resta sospeso nelle stanze
un leggero sospiro di tabacco
francese,
l’eco delle tante imprese
col Pensiero per balze rarefatte.
Resta di te l’alone romanzesco
degli amori di vecchio Don Giovanni
tenero e stanco, quasi senza impegno
ghermitore di soffici colombe.

Daria Menicanti

aprile 1964

da “Canzoniere per Giulio”, Manni Editori, 2004

Da una crepa – Elisa Biagini

Foto di Francesca Woodman

 

mi scrivo tra le
crepe, nei nodi
del legno, nella
polvere sotto il tappeto:

il buio, che aspetta
d’entrare, s’aggruma
d’occhiaie.

∗∗∗

come su foglio
accartocciato
che si liscia
resta il
segno
           crepa
a colarci
l’inchiostro.

(noi ci imbeviamo
d’infiniti spigoli.)

∗∗∗

mi si vede solo
in controluce,
materia come
chiara d’uovo,
patina gocciolata
dalla crepa:
un alfabeto braille
d’ossa che vogliono
uscire.

∗∗∗

e la schiena si
crepa, astuccio
di semi
che spingono,
che s’aprono in rami,
cespuglio di dita
che mai giunge a toccare,
che taglia l’aria d’unghia.

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014