Se ne va un grande poeta – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski, foto di Damian Klamka

[Pensando a C.M.]

Davvero nulla muta
nell’ordinaria luce diurna,
quando se ne va un grande poeta.
Nelle corone dei vecchi olmi
continua la controversia appassionata
di grigi passeri e distinti storni.

Quando un grande poeta se ne va,
la città non si arresta affatto, la metropolitana
e i tram continuano a cercare il Graal moderno.
In biblioteca una bella ragazza
invano si guarda attorno in cerca di una poesia
che le possa dire il vero su tutto.

Al meriggio risuona lo stesso frastuono di sempre,
di notte domina un silente raccoglimento,
fra le stelle – eterna inquietudine.
Presto apriranno le discoteche,
si aprirà l’indifferenza –
benché sia appena morto un grande poeta.

Quando, però, ci dovremo allontanare per molto
o per sempre da qualcuno che amiamo,
sentiremo improvvisamente che ci mancano le parole
e che saremo noi, da soli, a dover parlare:
più nessuno provvederà per noi
– perché se ne è andato un grande poeta.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “La mano invisibile”, 2009, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Kiedy odchodzi wielki poeta

Naprawdę nic się nie zmienia
w zwyczajnym świetle dziennym
kiedy odchodzi wielki poeta.
W koronach starych wiązów
wciąż się namiętnie spierają
szare wróble i wytworne szpaki.

Kiedy odchodzi wielki poeta
miasto nie zatrzymuje się wcale, metro
i tramwaje wciąż szukają nowoczesnego Graala.
W bibliotece piękna dziewczyna
na próżno rozgląda się za wierszem, który
powiedziałby jej prawdę o wszystkim.

W południe rozlega się ten sam co zawsze zgiełk,
w nocy panuje ciche skupienie,
wśród gwiazd – wieczny niepokój.
Wkrótce otworzą się dyskoteki,
otworzy się obojętność –
mimo że właśnie umarł wielki poeta.

Adam Zagajewski

da “Niewidzialna ręka”, Kraków: Znak, 2009

«A scrivere ho imparato dagli amici» – Beppe Salvia

Beppe Salvia

 

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.

Beppe Salvia

da “Un solitario amore”, Fandango Libri, 2006

La storia della poesia – Mark Strand

Foto di Chris Felver

 

I nostri maestri se ne sono andati e se tornassero
chi tra noi li sentirebbe, chi riconoscerebbe
il suono corporeo del paradiso o il paradisiaco
suono del corpo, infinito ed evanescente, che dava sintonia
ai nostri giorni prima che le stelle roteanti
venissero private di ogni potere? La risposta è
nessuno di noi qui. E cosa significa se vediamo
le montagne invetriate di luna e il paese con le porte
e i serbatoi piezometrici muti, e ci viene da alzare la voce
un poco, o a volte a fine autunno
quando la sera fiorisce un momento sui monti a occidente
e ci immaginiamo angeli che si precipitano lungo gli scalini freddi
dell’aria per augurarci il bene, se abbiamo perso ogni volontà
e non facciamo altro che poltrire, udendo e non udendo, i sospiri
di questa o quella brezza vagare senza meta sulle fattorie in malora
e i giardini sterili? Questi giorni quando ci svegliamo
ogni cosa risplende della stessa luce celeste
che colmava il nostro sonno qualche minuto prima,
così non facciamo altro se non contare alberi, nubi,
i pochi uccelli rimasti; poi decidiamo che non dovremmo
essere severi con noi stessi, che il passato non era meglio
di adesso, perché non è forse sempre esistito il nemico,
e la chiesa del mondo non era già in macerie?

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan)

da “La vita ininterrotta”, 1990, in “Mark Strand, Tutte le poesie”, Mondadori, 2019

∗∗∗

The history of poetry

Our masters are gone and if they returned
Who among us would hear them, who would know
The bodily sound of heaven or the heavenly sound
Of the body, endless and vanishing, that tuned
Our days before the wheeling stars
Were stripped of power? The answer is
None of us here. And what does it mean if we see
The moon-glazed mountains and the town with its silent doors
And water towers, and feel like raising our voices
Just a little, or sometimes during late autumn
When the evening flowers a moment over the western range
And we imagine angels rushing down the air’s cold steps
To wish us well, if we have lost our will,
And do nothing but doze, half-hearing the sighs
Of this or that breeze drift aimlessly over the failed farms
And wasted gardens? These days when we waken,
Everything shines with the same blue light
That filled our sleep moments before,
So we do nothing but count the trees, the clouds,
The few birds left; then we decide that we shouldn’t
Be hard on ourselves, that the past was no better
Than now, for hasn’t the enemy always existed,
And wasn’t the church of the world already in ruins?

Mark Strand

da “The Continuous Life”, in “Collected Poems”, Alfred A. Knopf, 2014

«Cos’è, creatura amata» – Roberto Carifi

Josef Sudek, Untitled, n.d.

 

Cos’è, creatura amata,
questa luce arata dal destino,
la trasparenza dove continuo a vederti,
che inchioda la mia anima al tuo viso?
Lo bacio nell’assenza, l’accarezzo
come nei sogni si sfiora il nostro desiderio,
quello che nella veglia si sottrae.
Se chiudo gli occhi
e vorrei soffocarmi nel cuscino
i tuoi si accampano nel sonno
e in questa specie di morte fanno il nido.
Al mio risveglio li ritrovo,
principio della luce.
Così i tuoi occhi
sono la notte e il giorno,
la mia fuga nei sogni e il mio ritorno.
Se non fossero lì, custodi del silenzio,
chi mai difenderebbe il labile confine
che sta tra il sonno e la mia fine?

Roberto Carifi

da “Amore d’autunno”, Guanda Editore, 1998

Canto di uscita – Rainer Maria Rilke

Leonid Pasternak, Rainer Maria Rilke

     

     Placido Amico delle lontananze!
Senti come lo spazio, al tuo respiro,
cresce! Tra i ceppi bui delle campane,
divieni squilla! Ciò che in te si strugge,

     si fa vigore in te, poi che ti nutre.
Sii la risacca del Mutar perenne!
Qual sofferenza, non provasti ancóra?
Se amaro il vino è a te, diventa vino!

     In questa notte, ove trabocchi, sii
magica forza, al crocevia dei sensi:
simbolo, in cui si esprima il loro incontro.

     E se il mondo, di te, si è fatto cieco,
grida alla terra, che sta ferma: Io scorro;
rigrida all’acqua, che fluisce: Io sto.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “I sonetti a Orfeo” (1922), in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

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II, 29

Stiller Freund der vielen Fernen, fühle,
wie dein Atem noch den Raum vermehrt.
Im Gebälk der finsteren Glockenstühle
laß dich läuten. Das, was an dir zehrt,

wird ein Starkes über dieser Nahrung.
Geh in der Verwandlung aus und ein.
Was ist deine leidendste Erfahrung?
Ist dir Trinken bitter, werde Wein.

Sei in dieser Nacht aus Übermaß
Zauberkraft am Kreuzweg Deiner Sinne,
ihrer seltsamen Begegnung Sinn.

Und wenn dich das Irdische vergaß,
zu der stillen Erde sag: Ich rinne.
Zu dem raschen Wasser sprich: Ich bin.

Rainer Maria Rilke

da “Die Sonette an Orpheus”, Insel-Verlag, Lipsia, 1923