Segnassero una strada queste righe azzurrine – Pierluigi Cappello

 

Segnassero una strada queste righe azzurrine,
la pulizia tracciata sul quaderno,
da qui a lì, da sinistra a destra,
con l’inizio prima della fine;
invece niente, solo una neve alta, incalcolabile
in mezzo ai boschi, neanche un punto
e a capo, un cippo che dica qui comincio io.

Pierluigi Cappello

Cassacco, agosto 2017

da “Un prato in pendio”, Rizzoli, 2018

«I fiori mi dicono addio» – Sergej Aleksandrovič Esenin

 

I fiori mi dicono addio,
Scrollando in giù le corolle,
Perch’io mai più rivedrò
Il suo volto e il paese natio.

Non importa, mia cara, non importa!
Li ho visti ed ho visto la terra,
E accolgo questo brivido tombale
Come se fosse una nuova carezza.

E poiché penetrai l’intera vita
Passandole dinanzi sorridendo,
Mi dico ad ogni istante
Che a questo mondo tutto si ripete.

Verrà un altro, e che importa! La tristezza
Non cancella chi parte: per la donna
Abbandonata e cara comporrà
Il successore un canto ancor più bello.

E nel silenzio ascoltandolo
Dal nuovo amante l’amata,
Di me può darsi si ricorderà
Come di un fiore che non si ripete.

Sergej Aleksandrovič Esenin

[1925]

(Traduzione di G. P. Samonà)

da “Poesie”, Garzanti Editore, 1981

∗∗∗

«Цветы мне говорят—прощай.»

Цветы мне говорят—прощай.
Головками склоняясь ниже,
Что я навеки не увижу
Ее лицо и отчий край.

Любимая, ну, что ж! Ну, что ж!
Я видел их и видел землю,
И эту гробовую дрожъ
Как ласку новую приемлю.

И полому, что я постиг
Всю жизнь, пройдя с улыбкой мимо,
Я говорю на каждый миг,
Что все на свете повторило.

Не все ль равно—придет другой,
Печаль ушедшего не сгложет,
Оставленной и дорогой
Пришедший лучше песню сложит.

И, песне внемля в тишине,
Любимая с другим любимым,
Быть может, вспомнит обо мне
Как о цветке неповторимом.

Сергей Александрович Есенин

X-25

da “Sobranije socinenij v pjati tomach”, Moskva, Gosudarstvennoe isdatelstvo chudožestvennoj literatury, 1961-1962

Partirò – Nancy Cunard

Edward Drimsdale, Road, East of England, Autumn 1997

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non c’è fine alle cose; guarda il tramonto
Che solca i cieli eterno e inalienabile,
Ma non posso aspirare a quella caccia.
Un cieco
Vento freddo
Soffia e se ne va
Sospirando in lontananza; il passo errante
Tornerà più tardi. I corpi uccisi
In battaglia vanno in cielo su gambe spirituali,
Finché la terra non fa loro cenno
Di tornare sulla strada del ricordo.
E mai canzone
O cosa di avventura appassionata cade nella polvere
Guasta e avvizzita, quando da un cuore pulsante
È nata la sua voce
In un giorno vivido.
Di questo è fatto tutto ciò che chiedo
Una spada ardita da stringere in pugno
Per non temere le battaglie del tempo
                                          Magari un po’ di ruggine
Si posa su quello che non curiamo più.
Ma io ho chiuso la porta
A quelli che cianciano di morte, e partirò
A caccia di firmamenti senza fine.

Nancy Cunard

(Traduzione di Annalisa Crea)

dalla rivista “Poesia Nuova Serie”, Anno III, N. 14, Luglio/Agosto 2022, Crocetti Editore

∗∗∗

I Shall Depart

There is no end to things; behold the sunset
That sails aloft unseizable and deathless,
Though I may not aspire to that swift chase.
A blind
Cold wind
Blows and is gone again
Far in the distance sighing; his errant pace
Returns in later hour. The bodies slain
In battle climb to heaven on spiritual feet,
Till the earth beckon them again
To come and go on its remembered street.
And never a song
Or thing of passionate adventure falls to dust
Spoiling and faded, when from throbbing heart
Its voice has sprung
In some once-vivid hour.
Of such is fashioned all that I demand
As eager sword to carry in my hand,
So that I fear not on time’s battlefields.
                                      At most a little rust
Rankles on things that we no longer tend.
But I have closed my door
To those that prate of death, and shall depart
Coursing the firmaments that have no end.

Nancy Cunard

da “Sublunary”, London; New York: Hodder and Stoughton, 1923

Vola alta, parola… – Mario Luzi

Foto di Josef Sudek

 

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?

Mario Luzi

da “Tutto perso, tutto parificato?”, in “Per il battesimo dei nostri frammenti”, 1978-1984, Garzanti, 1985

La notte – Dinos Christianòpulos

Andrew Wyeth

 

La notte aggrava la solitudine,
coltiva le nostre rovine segrete.

La notte elabora la bellezza,
fa a brandelli la nostra supplica.

La notte sbottona le nostre vene,
trova nascosti i nostri sogni e li divora.

La notte frantuma la delicatezza,
rinnova le nostre ferite –

e appena ci assicuriamo un corpo
subito lascia libere le sue lune.

Dinos Christianòpulos

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Ἡ νύχτα

Ἡ νύχτα ἐπιδεινώνει τή μοναξιά,
ϰαλλιεργεῖ τά ϰρυερά μοις ἐρείπια.

Ἡ νύχτα ἐπεξεργάζεται τήν ὧμορφιά,
ϰαταρραϰώνει τήν ἱϰεσία μοις.

Ἡ νύχτα ξεϰουμπώνει τίς φλέβες μας,
βρίσϰει ϰρυμμένα τά ὅνειρά μοις ϰαί τά τρώει.

Ἡ νύχτα πετσοϰόβει τήν τρυφερότητα,
ἁνανεώνει τίς πληγές μοις –

ϰαί σάν ἐξασφαλίσουμε ϰάνοι ϰορμί,
ἀμέσως ἀμολάει τά φεγγάρια της.

Ντῖνος Χριστιανόπουλος

da “Ποι ήματα 1949-1964”, 1967