E se un giorno in una città straniera… – Piero Bigongiari

Foto di Paul Nelson

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando ancora il tuo nome nella mente,
Nausicaa Nausicaa, risuona,
– posso chiamarti così perché il mio nome è Nessuno –,
il sole inclina verso occidente
e qualcosa, e non è il mare, s’incrina,
che il boma ondeggiando indica al vento,
stilo che ancora scrive col tuo nome
sulla cera ardente della sera
l’illusione che il mare non dispera
di congiungersi a un porto.

E se un giorno in una città straniera
udrai un canto levarsi di ritorno
da una via laterale,
non distogliere il passo ma ascolta,
ascolta andando avanti,
quel canto che ricorda
quanto indimenticabile è il passato,
come se una lama ripassasse dentro la ferita;
ma il tuo stesso ascoltare, mia vita,
sia l’ultimo dono dell’oblio.

Ah se in città straniere ho ritrovato la patria
più che nella mia che non so ritrovare
per non distruggere questo canto che erra
forse più del mio orecchio…
Sono vecchio,
o giovane? Non so, non ne so altro
che l’enigma non serri nel suo petto.

Piero Bigongiari

21 novembre 1991

da “Abbandonato dall’angelo”, Armando Dadò Editore, 1992

Per Lulu – Rainer Maria Rilke

Cami Stone, Portrait Lou Albert-Lasard, um 1926

 

56.

Vedi, io non sono, ma se fossi,
sarei il centro della poesia;
sarei l’Esatto cui la vita,
confusa, non sentita, contraddice.

Vedi, io non sono. Perché gli altri sono;
mentre si vanno incontro
dimenticandosi in cieca brama –
io entro tacito nel cane
vuoto e nella pienezza del fanciullo.

Quando m’affondo in loro e trasfiguro
da loro il mio lume puro traspare…
Ma all’improvviso ritornano a spegnersi:
perch’io non sono. (Cara, vorrei che fossi –)

Rainer Maria Rilke

Monaco, ottobre 1914

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

da “Poesie sparse (1907-1926)”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

∗∗∗

Für Lulu

Sieh, ich bin nicht, aber wenn ich wäre,
wäre ich die Mitte im Gedicht;
das Genaue, dem das ungefähre
ungefühlte Leben widerspricht.

Sieh ich bin nicht. Den die Andern sind;
während sie sich zu einander kehren
blind und im vergesslichsten Begehren –,
tret ich leise in den leeren Hund und in das volle Kind.

Wenn ich mich in ihnen tief verkläre
scheint durch sie mein reiner Schein…
Aber plötzlich gehn sie wieder ein:
denn ich bin nicht. (Liebe, daß ich wäre –)

Rainer Maria Rilke

da “Verstreuten und nachgelassenen Gedichte”, in “Sämtliche Werke”, Wiesbaden, 1955-1966, II Vol.

Il fiume e il tempo – Marcello Comitini

DigitalArt di Marcello Comitini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo tutto della strada percorsa. Ma non ricordo come sia finito sulla sponda di questo fiume in un territorio assolutamente verde. Un verde che luccica di foglie e erbe, tanto fitte le une, tanto alte le altreinsieme a formare una stanza sconfinata con un grande balcone spalancato su un orizzonte verde che ondeggia al fiato dolce del vento.

Sto bene. Il mio abito è in perfetto ordine. Il viso sbarbato, i capelli lievemente arruffati come sempre. L’aria profuma di dolce umido muschio. Il fiume scorre lento, verde e silenzioso.  La luce èdiffusa in tutte le direzioni senza che se  ne veda la sorgente.

Non occorre che mi guardi ancora intorno. Ci siamo io e nessun altro. Tanto silenzio mi avvolge con un vago senso d’angoscia.

M’incammino senza sapere dove dirigermi. Seguo la sponda del fiume come fa il leopardo quando ha sete e cerca il punto più basso per bere. Mi guardo nello specchio sfuggente dell’acqua. Il mio abito scuro mi fa somigliare un  po’ al  leopardo.

Sono senza provviste e penso a quando avrò fame. Ho vissuto sempre in città e non sono assolutamente in grado di riconoscere che tipo di piante vivono nelle zone disabitate. Certo  mi dico –l e piante crescono anche nelle città. Viali alberati, ampi parchi e giardini, piccoli spazi verdi tra le case. Ma quella rara frutta che si vede sugli alberi non è commestibile.

Nei mercati o nelle campagne non volano i petali dei ciliegi o delle mele, tutto è regolato anche i profumi della merce sulle bancarelle e nelle cassette, i prodotti che i coltivatori mettono in mostra puoi solamente guardarli. Morderli, se li hai acquistati.

In città solo il vento si muove liberamente. Ma è un vento crudele. Urta i palazzi, ne assorbe gli umori, scende a raffiche sulle strade e i passanti abbassano la testa così per tanto tempo che dalla loro mente spariscono un qualsiasi cielo e anche le piante.

A primavera gli unici fiori sono le case, alcune memoria di antiche fioriture, altre sbocciano, giorno dopo giorno, dal cemento come le loro radici e strappano alla terra lo spazio per esistere. Non rimpiango quel modo di vivere né tutti i vantaggi che sento d’aver perduto. So che il momento che vivo è libertà. Anche dalle abitudini che pur sono un piacevole conforto.

Torno a specchiarmi nel fiume e mi assalgono lo stupore e l’orrore che potrei anch’io essere in fuga come lui.

Ma perché fuggire? La fuga non è che un modo per uscire da una situazione difficile, triste, dolorosa. Io nulla di tutto questo. Sono sposato, ho tre figli e un’amante francese. Insegno letteratura moderna all’Università di Bologna e a quella di Grenoble. Pubblico saggi letterari e scrivo poesie, che sono lette in moltissime nazioni perché tradotte in diverse lingue. Non ho più nulla da desiderare. Non mi manca nulla. Eppure il luogo in cui mi ritrovo è la dimostrazione che fuggo.

Il silenzio mi angoscia e mi spinge a interrogarmi ancora più a fondo se questa fuga non sia che il bisogno di desiderare novità inesplorate.

Come nel mito di Ulissese in mia moglie trovo Penelope e nell’amante la mia Calipso, nella mia mente cerco ogni giorno i mari da esplorare assieme a compagni-fantasma che mi permettono di lasciarmi incantare dalla melodia dell’effimeroquella a cui Ulisse è riuscito a sfuggire, quella che in fondo attraversa i miei versi.

Nei miti il mare e gli inferi sono oggetto di esplorazioneMa in questo luogo io sto vivendo il mito primordiale del  Paradiso, prima ancora che l’uomo fosse creato.

Nel Paradiso l’acqua dei fiumi scorreva come adesso?

Mi siedo ai piedi di un albero. Fra i rami rivedo la mela che Eva staccò dal ramo e quella che dicono cadde sulla fronte di Newton dando un nome al peso umano, al precipitare nel tempo.

Sulla sponda del fiume mi sembra di scorgere l’ombra di Eraclito che passeggia e scrive la sentenza che nessuno potrà cancellare. La ripeto mentalmente, nella lingua di Borges che definisce il filosofo l’artificio di un uomo grigio: Nadie baja dos veces a lasaguas del mismo río.

I fiumi e il tempo. Entrambi nomi immobili che portano in sé l’acqua e le ore, misure dell’esistere, del mutamento,  annuncio silenzioso della morte.

È qui, in questo virginale verde a fianco del fiume, contro lo scorrere dell’acqua e delle oreche voglio scrivere il mio ultimo verso, quello che contiene in sé tutte le lingue, e disperatamente trattenere l’eterno.

Marcello Comitini

Il mondo – Ewa Lipska

Ewa Lipska, foto di Danuta Węgiel

 

A volte sei bello. Un vestito cosmico.
Un guardaroba celestiale di paesaggi.
Del tuo corpo si occupano gli eruditi.
Gli studiosi degli elementi.

Qualcuno prevede sempre la tua fine.
Non hai parenti stretti. A chi
lascerai tutto questo? Pianeti ficcanaso
forse ne avrebbero voglia.

Sei eterno? L’odore
della stagione morta lo nega.
La menzogna a volte ha ragione.

Ce la farò senza di te.
In fondo non mi hai promesso nulla.

Non so nemmeno
se è la storia che ha creato noi
o se noi abbiamo creato la storia.
Se siamo solo l’eco
di un cuore altrui.

Ewa Lipska

(Traduzione di Marina Ciccarini)

da “Il lettore di impronte digitali”, Donzelli Poesia, 2017 

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Świat

Czasem jesteś piękny. Kosmiczny ciuch.
Nieziemska garderoba krajobrazów.
Twoim ciałem zajmują się erudyci.
Badacze żywiołów.

Ktoś ciągle przewiduje twój koniec.
Nie masz bliskiej rodziny. Komu
to wszystko zapiszesz? Wścibskie planety
miałyby pewnie ochotę.

Jesteś wieczny? Zapach
martwego sezonu zaprzecza.
Nieprawda ma czasem rację.

Poradzę sobie bez ciebie.
W końcu niczego mi nie przyrzekałeś.

Nawet nie wiem
czy to historia nas stworzyła
czy my stworzyliśmy historię.
Czy jesteśmy tylko echem
czyjegoś innego serca.

Ewa Lipska

da “Czytnik linii papilarnych”, Wydawnictwo Literackie, Kraków, 2015

Separarsi, unirsi – Pierpaolo Annunziata

Foto tratta dal film “L’avventura” di Michelangelo Antonioni, 1960

 

Prima di separarsi, un caldo sorriso,
l’abbraccio in tralice dello sguardo
dritto sui passi che si discostano.
Da lontano, soltanto la forma
afona di una parola letta sulla
bocca, nel gesto della mano.

Prima di partire, in mezzo
c’è stata la notte: morbida
stola di luna ad unire
un punto d’appoggio e la fame
dei baci. Perché prima che ci
si affondi dentro e ci si morda
il collo, per il sapore e il segno,
ci si lascia sorprendere da un diverso
parlarsi delle labbra: l’alfabeto chiuso
delle chiostre dei denti, respiro e saliva.

Prima di unirsi, prima di separarsi
il desiderio accetta anche il silenzio,
il corpo conserva una memoria che non giace
muta.

Pierpaolo Annunziata

da “Trame confesse”, «NarrativaePoesia», 2011