Il dolore – Attila József

Bill Brandt, Edinburgh, 1942

 

Il dolore è un postino grigio, muto,
col viso scarno, gli occhi azzurro-chiari;
gli pende giù dalle fragili spalle
la borsa, scuro e logoro ha il vestito.

Dentro al suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timido egli sguscia
di strada in strada, si stringe alle mura
delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. Ed ha una lettera per te.

Attila József

(Traduzione di Umberto Albini)

da “Attila József, Poesie”, Lerici editore, Milano, 1957

***

A bánat

A bánat szürke, néma postás,
sovány az arca, szeme kék,
keskeny válláról táska lóg le,
köntöse ócska meg setét.

Mellében olcsó tik-tak lüktet,
az uccán félénken suhan,
odasimul a házfalakhoz
és eltűnik a kapuban.

Aztán kopogtat. Levelet hoz.

Attila József

da “Összes versei: 1928-1937”, Budapest: Szépirodalmi konyvkiadó, 1954

Pensa a chi è stato invano – Gottfried Benn

Portrait of James Dean of Roy Schatt, 1955

 

Se un disperare –
tu che hai pur avuto ore grandi
e certezze e il dono di tante
ebbrezze e aurore e svolte
inattese
e di potervi anche indugiare –
se un disperare,
sia pure con estinzioni e annientamenti,
dall’insondabile ti vuole
in suo potere:

pensa a chi è stato invano,
tempie delicate, sguardi introversi,
fedeltà di ricordi
che lasciavano poca speranza
ma anche loro chiedevano fiori,
e con un sorriso poco espressivo
sollevavano il non detto, il taciuto
al loro piccolo cielo
prossimo a spegnersi.

Gottfried Benn

13 aprile 1950.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

∗∗∗

Denk der Vergeblichen

Wenn ein Verzweifeln
– der du doch große Stunden hattest
und sicher gingst und viele Beschenkungen
aus Rausch und Morgenröten und Wendungen,
unerwarteten,
dir pflegen konntest –
wenn ein Verzweifeln,
selbst mit Zerstörung und Endverglimmen
aus dem Unergründlichen
in seine Macht dich will:

denk der Vergeblichen,
die zarter Schläfe, inngewendeten Gesichts
in der Erinnerungen Treue,
die wenig Hoffnung ließen,
doch auch nach Blumen fragten
und still Verschwiegenes
mit einem Lächeln von wenig Ausdruck
in ihren kleinen Himmel hoben,
der bald verlöschen sollte.

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986

Una lettura – Pierluigi Cappello

Foto di Danilo De Marco

 

Pioveva fuori.
Aprii il libro di Odisseo
e il libro cominciò con la sconfitta.
Sotto, immaginai, c’era la fitta
schiera di cimieri e alte controcielo
le aste dei barbari di Grecia;
sulle muraglie rosse,
ma in lontananza, e delicate come
il verde degli steli fra le pietre,
quelle dei fanti d’Ilio sbigottiti.
L’incantatore greco,
qui mi conduce e qui trema – pensai –
in mezzo a questa piana di polveri e di terre
che hanno veduto rompersi difesa
e forza e rovinare all’urto
del combattente acheo
le armi d’Ettore, il fuoriclasse d’Asia.
Pioveva fuori,
dentro l’oscillare del pendolo
tagliava minuti e il frusciare
teso dei fogli.
Per tre volte intorno alle mura
e trenta miglia almeno,
legati gli stinchi al carro di guerra,
sconcio e scempio facendone,
Achille trascinò le spoglie
del principe di Priamo
finché, estenuata, la ferocia
ricadde come polvere sul campo.
Lí posava la testa bruna d’Ettore
e potevi vedere
di sotto le palpebre malchiuse
il bianco delle sclere rovesciate
e potevi sentire,
ma prima che Achille in alto levasse
via nel cielo
asta di frassino e urlo di vittoria,
salire dal corpo del vinto
il silenzio del vincitore vero.

Pierluigi Cappello

da “La misura dell’erba”(1993-1998), in “Assetto di volo. Poesie 1992-2005”, Crocetti Editore, 2006

Madre – Gottfried Benn

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attesa, 1965

 

Ti porto come una ferita
sulla fronte che non si rimargina.
Non sempre duole. E il cuore
non ne muore dissanguato.
Solo talvolta sono di colpo accecato e sento
del sangue in bocca.

Gottfried Benn

(Traduzione di Paola Quadrelli)

La madre di G. Benn morì il 9 aprile 1912.

dalla rivista “Poesia”, Anno XV, Gennaio 2002, N. 157, Crocetti Editore

∗∗∗

Mutter

Ich trage dich wie eine Wunde
auf meiner Stirn, die sich nicht schließt.
Sie schmerzt nicht immer. Und es fließt
das Herz sich nicht draus tot.
Nur manchmal plötzlich bin ich blind und spüre
Blut im Munde.

Gottfried Benn

1913

da “Sämtliche Werke”, J.G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger GmbH, Stuttgart, 1986

Settima elegia – Jiří Orten

Gertrude Käsebier, The Bride, 1902

 

Vi scrivo Kàrina, e non so se siete viva,
se già non siete dove non c’è desiderio,
se intanto non è finita la vostra precaria età.
Siete morta? Chiedete dunque alla vostra pietra
di farsi lieve. Chiedete alle rose, signora,
di richiudersi in boccio. Chiedete al disintegrarsi
di leggervi la lettera del mio disgregamento.
La morte tace al cospetto dei versi, nei quali vengo a voi,
giovane cosí crudelmente e appena sul maturare,
che nella mia giovinezza a un re mi fa somigliare
d’un perduto reame. Ma voi lo sapevate
quanto a noi di ali manca per volare come angeli,
come ridiamo col sangue come col sangue piangiamo.
La mia caduta ho trovato. E voglio dirvi su cosa.

Sul cielo una volta (questo io scrivo di Dio)
la trasparenza si ferí di un rosso
e sanguinava, si dileguò, tramontava.
Forse era solo un sogno, nel quale sognavo
madre e padre, la casa, entrambi i miei fratelli,
forse era solo un sogno, nel quale un uomo scorga
se stesso sotto i cerchi d’acqua d’uno stagno,
forse era un sogno, specchio della luna,
ma non doveva apparirmi, se poi non mi fossi svegliato,
non doveva lasciarmi nel fuoco che abbrividiva!
La caduta di Dio! E poi resta solo il ragazzo,
senza la forza beata che sa abbassare
l’altezza degli ostacoli, ridurre la lontananza,
e l’inferno sbarrare con le viole, con la fragranza.
Poi resta solo il ragazzo e si sveglia e va
a una realtà di mali. Pensa di non trovare.

Il tempo non guarisce, se non vuole. Il tempo è un ciarlatano.
Su una donna, una volta, in ogni sua parte amorosa,
la caduta parve un non-cadere: ciò scrivo di Narcisa.
Tutto era lieve. E inesprimibilmente vicina
a noi parlò la gioia. Era un accento
che mai si potrà dissolvere in un vento,
era una lingua, la cara lingua materna
di labbra, mani, occhi, corpi e del grembo amato,
da cui sopra un letto si china la splendida sicurezza,
era una lingua che parla senza lingua.
Che voleva Narcisa, quando davanti ai suoi specchi
stava e si raggelava da lei ogni cosa toccata?
Come Narciso, sua ombra, lei nient’altro voleva
che vedere se stessa senz’anima, senza corpo,
nel trasparente specchio, cercava solo parole
di beltà di durezza, piú dure del diamante,
bramava di se stessa sapere in sogni estranei.
Non fu come sorgente, ma da sorgente annegata!

Ah, dove scaturisce ciò che qua ci fa scorrere?
Di chi le notti insonni su me si sono tanto
posate e dilatate che piú non c’è spazio?
La mia caduta ho trovato. Su che cosa? Sul pianto!

Cadevano mie lacrime. Cadevano nelle paludi,
cadevano per un regno di miserie e di dolori,
cadevano senza pudore, Kàrina, scrivo a voi,
domandate alla pietra, che lavo con la pioggia,
mi sento come pioggia, che piove sul vostro sepolcro,
mi sento come un pianto, senza tempo né forma,
vi scrivo, Kàrina, e non so se siete viva,
se già non siete dove non c’è desiderio,
se intanto non è finita la vostra precaria età.

Conosco una bambina. È come un bacio che ancora
si cela nella bocca, non deve passare piú oltre,
si distende soltanto a un sole che è tenue,
che non brucia, che disseta: su un seno ci fa addormentare.
È giovane come la terra, lieve come il respiro,
come le prime foglie, come il mattino e la gioia.
Anch’io conosco bei giorni. Ma dove ci porteranno?
Voi l’avete provato? E lo sapete, Kàrina?
So anche la grandezza di donne: aspettare di madre
se mai ritorni a lei un triste figlio.
So anche la mia terra, letizie senza ragione.
E so la fedeltà, ma ignoro dove sia adesso.
So i risvegli improvvisi da strazi, da non-speranze –
ma sapere è ben poco, ma ben poco è volere,
sapere il tradimento, quando il perdono è impossibile.

La morte tace al cospetto dei versi, ecco, ne sogno ancora.
A quale tempesta si tace? A quale cosa tremenda?
Che cosa laggiú capiremo? Che cosa non si disgrega?
Che cosa anche là muore? Che cosa là cade in eterno?
Gli amori? –
                       Non volevo, non volevo non tacere,
perdonate a Narcisa, perdonate la colpa e il mondo,
cosí, col cero acceso, pregate per la terra
che troppo non la prostri il dicembre col suo gelo,
che le sia dato un aprile di fiori,
che sia per lei bandiera in vetta a una torre la notte,
che sventoli alla luce, quando è l’ora delle stelle,
che gli amanti la lodino per il dolore.

Giovane cosí crudelmente e appena sul maturare,
rido da sanguinare e piango lacrime di sangue
e da Dio abbandonato e Dio abbandonato vi scrivo,
Kàrina, e non so se sono vivo…

Jiří Orten

24. 3. 1941.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Edmá elegie

Píši vám, Karino, a nevím, zda jste živa,
zda nejste nyní tam, kde se už netoužívá,
zda zatím neskončil váš nebezpečný věk.
Jste mrtva? Poproste tedy svůj náhrobek,
aby se nadlehčil. Poproste růže, paní,
aby se zavřely. Poproste rozpadání,
aby vám přečetlo list o mém rozpadu.
Smrt mlčí před verši. A já v nich před vás jdu
tak mlád, tak krutě mlád a ponejprve zralý,
že ve své mladosti podobám se již králi
zašlého království. Vy jste přec věděla,
co křídel chybí nám k rozletu anděla,
jak krví smějeme se a jak krví pláčem.
Nalezl jsem svůj pád. A chci vám říci, na čem.

Jedenkrát na nebi (to píši o Bohu)
ťala se průzračnost o rudou oblohu
a krvácela pak a šla a zapadala.
Snad to byl jenom sen, ve kterém se mi zdála
maminka s tatínkem, domov a oba bratři,
snad to byl jenom sen, ve kterém člověk spatří
sám sebe ve vodě, pod koly v rybníce,
snad to byl jenom sen, zrcadlo měsíce,
neměl se mi však zdát, když jsem se neprobudil,
neměl mne zanechat v plameni, který studil!
Pád Boha. Jaký pád! Potom je chlapec sám,
bez blahé mocnosti, jež umí překážkám
snižovat výšiny, jež umí blížit dálku
a peklo zavírá na vůni, na fialku,
potom je chlapec sám a procítá a jde
za skutečností zel. Myslí, že nenajde.

Čas neléčí, když nechce. Čas je šarlatán.
Jedenkrát na ženě, milostné ze všech stran,
pád zdál se nepadat: to píši o Narcisce.
Všechno se vznášelo. A nevýslovně blízce
k nám štěstí mluvilo. Byla to mluva ta,
co nikdy nemůže být větrem odváta,
byla to ona řeč, ta drahá mateřština
rtů, rukou, očí, těl a milenčina klína,
v níž k loži sklání se nádherné bezpečí,
byla to ona řeč, jež mluví bez řeči.
Co chtěla Narciska, když stála před zrcadly
a věci kolem ní dotčeny rychle chladly?
Jak Narcis, její stín, nic, nic už nechtěla
než sebe uvidět bez duše, bez těla
v zrcadle průhledném; shledávala jen slova
o kráse tvrdosti, tvrdší než démantová,
toužila zvěděti o sobě v cizích snech.
Nebyla pramenem. Tonula v pramenech!

Ach, odkud vyvěrá to, čím tu odtékáme?
Čí noci probdělé se položily na mé
a rozšířily se, že místo nestačí?
Nalezl jsem svůj pád. A na čem? Na pláči!

Padaly slzy mé, padaly do močálů,
padaly na živé království běd a žalu,
padaly nestoudně, Karino, píši vám,
poproste náhrobek, jejž deštěm omývám,
připadám si jak déšť, jenž prší na váš hrob,
připadám si jak pláč, bez času, bez podob,
píši vám, Karino, a nevím, zda jste živa,
zda nejste nyní tam, kde se už netoužívá,
zda zatím neskončil váš nebezpečný věk.

Znám jednu holčičku. Je jako polibek,
jenž ještě schovává se v ústech, nesmí dále,
protahuje se jen na slunci, jež je malé,
nepálí, dává pít: usínat na ňadrech.
Je mladá jako zem. Je lehká jako dech,
jak rané lupení, jak jitro, jako štěstí.
Znám také krásné dny. Kam mne však mohou vésti?
Vy jste to věděla? A víte, Karino?
Znám také velkost žen: čekání matčino,
zda jednou vrátí se k ní její smutný syn.
Znám také svoji zem. Znám radost bez příčin.
Znám věrnost, ano, znám, leč nevím právě, kde je.
Znám náhlá procitnutí z muk a beznaděje –
a je to málo, znát, a je to málo, chtíti,
je málo, zradu znát, když nelze odpustiti.

Smrt mlčí před verši, hle, ještě o tom sním.
Před jakou bouří mlčí? Před čím strašlivým?
Co pochopíme tam? Co se tam nerozpadá?
Co i tam umírá? Co i tam věčně padá?
Milenky? –
                    Nechtěl jsem, nechtěl jsem nemlčet,
odpusťte Narcisce, odpusťte hřích a svět,
rozsviťte svíčku; tak; a modlete se za zem,
aby ji prosinec nezkrušil příliš mrazem,
aby jí duben dal, co květům náleží,
aby jí byla noc praporem na věži,
jenž vlaje do světla, když nastává čas hvězd,
aby ji milenci chválili za bolest.

Tak mlád, tak krutě mlád a zralý ponejprve,
směji se do krve a pláči kapky krve,
a Bohem opuštěn a Boha opustiv,
píši vám, Karino, a nevím, zda jsem živ…

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958