Di passaggio – Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un solo giorno, nemmeno. Poche ore.
Una luce mai vista.
Fiori che in agosto nemmeno te li sogni.
Sangue a chiazze sui prati,
non ancora oleandri dalla parte del mare.
Caldo, ma poca voglia di bagnarsi.
Ventilata domenica tirrena.
Sono già morto e qui torno?
O sono il solo vivo nella vivida e ferma
nullità di un ricordo?

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Segni – Ghiannis Ritsos

Foto di Herbert List

 

Se ne andranno a poco a poco i bei bagnanti. Sul mare
resteranno i grandi tramonti autunnali
e una barchetta triste. Noi
rinviamo ancora la pioggia, i venti infuriati,
rinviamo ancora l’inevitabile. (Quanto potrà durare?)
Foglie gialle si accumulano già sulle panchine del giardino.
In cima alla collina la chiesetta della Santa Trinità senza più liturgie
forse ricorda anche noi. Mentre in casa,
sparsi sul pavimento, restano i sandali estivi
e il grande asciugamano blu della piccola Persefone.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 16.VII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “I negativi del silenzio”, 1987, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

Σήματα

Θά φύγουν λίγο λίγο οἱ ὡραῖοι κολυμβητές. Πάνω ἀπ τή Θάλασσα
θά μείνουν τά μεγάλα φθινοπωρινά λιογέρματα
καί μιά λυπημένη βαρκούλα. Ἐμεῖς
ἀναβάλλουμε ἀκόμη τή βροχή, τούς ὀργισμένους ἀνέμους,
ἀναβάλλουμε ἀκόμη τό ἀναπότρεπτο. (Πόσο θά κρατήσει;)

Κίτρινα φύλλα σωριάζονται κιόλας στά παγκάκια τοῦ κήπου.
Στήν κορυφή τοῦ λόφου ἀλειτούργητο  τό  ξωκλήσι τῆς  Ἁγίας Τριάδος
ἴσως θυμᾶται κι ἐμᾶς. Ἐνῶ μέσα στό σπίτι,
σκόρπια στό πάτωμα, μένουν τά θερινά σαντάλια
κι ἡ μεγάλη γαλάζια πετσέτα τῆς μικρῆς Πέρσεφόνης.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 16.VII.87

da “Τά άρνητιϰα τñς σιωπñς”, 1987, in “Ἀργά, πολύ ἀργά μέσα στή νύχτα”, Κέδρος, 1991

 

Posto di lavoro – Vittorio Sereni

Francesco Menghini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quei gradini dove fa gomito la scala, tutta
quella gente passata (e ripassata ogni giorno:
per lavoro) svoltando dalla scala dalla vita.
                                                                                Logoro
di quei reiteranti il tappeto in quel punto
a un freddo riflesso di luce. Sia inverno sia estate
                                                                               e là si fredda
nell’agguato di un pensiero da sempre simile a sé
sempre previsto per quel punto
sempre pensato uguale
lo sguardo che là invariabilmente cade
a ogni giorno a ogni ora
di anni di lavoro di anni luce
di freddo – come sempre
là comincia un autunno.

Vittorio Sereni

da “Stella variabile”, Garzanti, 1981

Salmo – Paul Celan

Paul Celan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.

Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.

Con lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “La rosa di nessuno”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

Psalm

Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
niemand bespricht unseren Staub.
Niemand.

Gelobt seist du, Niemand.
Dir zulieb wollen
wir blühn.
Dir
entgegen.

Ein Nichts
waren wir, sind wir, werden
wir bleiben, blühend:
die Nichts-, die
Niemandsrose.

Mit
dem Griffel seelenhell,
dem Staubfaden himmelswüst,
der Krone rot
vom Purpurwort, das wir sangen
über, o über
dem Dorn.

Paul Celan

da “Die Niemandsrose”, S. Fischer Verlag, 1963

 

Il paradiso sui tetti – Cesare Pavese

Cesare Pavese – Foto Roberto Merlo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.

Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo piú grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno piú voci, né visi morti.

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati cosí come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Cesare Pavese

[11-16 gennaio 1940]

da “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998