Una visita in fabbrica – Vittorio Sereni

Mario Sironi, Paesaggio urbano, 1921

I

Lietamente nell’aria di settembre più sibilo che grido
lontanissima una sirena di fabbrica.
Non dunque tutte spente erano le sirene?
Volevano i padroni un tempo tutto muto
sui quartieri di pena:
ne hanno ora vanto dalla pubblica quiete.
Col silenzio che in breve va chiudendo questa calma mattina
prorompe in te tumultuando
quel fuoco di un dovere sul gioco interrotto,
la sirena che udivi da ragazzo
tra due ore di scuola. Riecheggia nell’ora di oggi
quel rigoglio ruggente dei pionieri:
sul secolo giovane,
ingordo di futuro dentro il suono in ascesa
la guglia del loro ardimento…
ma è voce degli altri, operaia, nella fase calante
stravolta in un rancore che minaccia abbuiandosi,
di sordo malumore che s’inquieta ogni giorno
e ogni giorno è quietato – fino a quando?
O voce ora abolita, già divisa, o anima bilingue
tra vibrante avvenire e tempo dissipato
o spenta musica già torreggiante e triste.
Ma questa di ora, petulante e beffarda
è una sirena artigiana, d’officina con speranze:
stenta paghe e lavoro nei dintorni.
Nell’aria amara e vuota una larva del suono
delle sirene spente, non una voce piú
ma in corti fremiti in onde sempre piú lente
un aroma di mescole un sentore di sangue e fatica.

II

La potenza di che inviti si cerchia
che lusinghe: di piste di campi di gioco
di molli prati di stillanti aiuole
e persino fiorirvi, cuore estivo, può superba la rosa.
Sfiora torrette, ora, passerelle
la visita da poco cominciata: s’imbuca in un fragore
come di sottoterra, che pure ha regola e centro
e qualcuno t’illustra. Che cos’è
un ciclo di lavorazione? Un cottimo
cos’è? Quel fragore. E le macchine, le trafile e calandre,
questi nomi per me presto di solo suono nel buio della mente,
rumore che si somma a rumore e presto spavento per me
straniero al grande moto e da questo agganciato.
Eccoli al loro posto quelli che sciamavano là fuori
qualche momento fa: che sai di loro
che ne sappiamo tu e io, ignari dell’arte loro…
Chiusi in un ordine, compassati e svelti,
relegati a un filo di benessere
senza perdere un colpo – e su tutto implacabile
e ipnotico il ballo dei pezzi dall’una all’altra sala.

III

Dove piú dice i suoi anni la fabbrica,
di vite trascorse qui la brezza
è loquace per te?
                               Quello che precipitò
nel pozzo d’infortunio e di oblio:
quella che tra scali e depositi in sé accolse
e in sé crebbe il germe d’amore
e tra scali e depositi lo sperse:
l’altro che prematuro dileguò
nel fuoco dell’oppressore.
Lavorarono qui, qui penarono.
(E oggi il tuo pianto sulla fossa comune.)

IV

«Non ce l’ho – dice – coi padroni. Loro almeno
sanno quello che vogliono. Non è questo,
non è più questo il punto.»
                                               E raffrontando e
rammemorando:
«… la sacca era chiusa per sempre
e nessun moto di staffette, solo un coro
di rondini a distesa sulla scelta tra cattura
e morte…»
                   Ma qui, non è peggio? Accerchiati da gran [tempo
e ancora per anni e poi anni ben sapendo che non
più duramente (non occorre) si stringerà la morsa.
C’è vita, sembra, e animazione dentro
quest’altra sacca, uomini in grembiuli neri
che si passano plichi
uniformati al passo delle teleferiche
di trasporto giù in fabbrica.
                                                   Salta su
il piú buono e il piú inerme, cita:
E di me si spendea la miglior parte
tra spasso e proteste degli altri – ma va là – scatenati.

V

La parte migliore? Non esiste. O è un senso
di sé sempre in regresso sul lavoro
o spento in esso, lieto dell’altrui pane
che solo a mente sveglia sa d’amaro.
Ecco. E si fa strada sul filo
cui si affida il tuo cuore, ti rigetta
alla città selvosa:
                                 – Chiamo da fuori porta.
Dimmi subito che mi pensi e ami.
Ti richiamo sul tardi –.
Ma beffarda e febbrile tuttavia
ad altro esorta la sirena artigiana.
Insiste che conta piú della speranza l’ira
e piú dell’ira la chiarezza,
fila per noi proverbi di pazienza
dell’occhiuta pazienza di addentrarsi
a fondo, sempre piú a fondo
sin quando il nodo spezzerà di squallore e rigurgito
un grido troppo tempo in noi represso
dal fondo di questi asettici inferni.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Leggendo Miłosz – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski, foto di Damian Klamka

 

Leggo di nuovo le sue poesie, signore,
opera di un riccone che aveva capito ogni cosa
e di un poveraccio cui era stata sottratta la casa,
di un emigrante e di un solitario.

Lei vuol sempre dire di più
di quanto si possa – al di sopra della poesia, verso l’alto,
verso l’altezza, ma anche verso il basso, lì dove
appena comincia il nostro territorio, umile e timido.

Lei parla a volte con un tale tono
che – davvero – il lettore
per un attimo crede
che ogni giorno sia sacro, di festa

e che la poesia – come esprimerlo? –
renda la vita più rotonda,
piena, fiera, senza la vergogna
della perfetta formula.

Soltanto a sera,
quando ripongo il libro
torna l’ordinario romorio della città –
qualcuno tossisce, piange, qualcuno bestemmia.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Le antenne, 2005”, in “Guarire dal silenzio: Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Czytając Miłosza

Znów czytam Pańskie wiersze
spisane przez bogacza, który wszystko zrozumiał,
i przez biedaka, któremu zabrano dom,
przez emigranta i samotnika.

Pan zawsze chce powiedzieć więcej
niż można – ponad poezję, w górę, w stronę wysokości,
ale i w dół, tam gdzie dopiero się zaczyna
nasz region, pokornie i nieśmiało.

Pan mówi niekiedy takim tonem
że – naprawdę – czytelnik
przez chwilę wierzy,
że każdy dzień jest świętem

i że poezja, jakby to wyrazić,
sprawia, iż życie jest zaokrąglone,
pełne, dumne, nie wstydzące się
doskonałej formuły.

Dopiero wieczorem,
gdy odkładam książkę
wraca zwyczajny zgiełk miasta –
ktoś kaszle, płacze, ktoś złorzeczy.

Adam Zagajewski

da “Anteny”, Krakow: Wydawnictwo a5, 2005

Di passaggio – Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un solo giorno, nemmeno. Poche ore.
Una luce mai vista.
Fiori che in agosto nemmeno te li sogni.
Sangue a chiazze sui prati,
non ancora oleandri dalla parte del mare.
Caldo, ma poca voglia di bagnarsi.
Ventilata domenica tirrena.
Sono già morto e qui torno?
O sono il solo vivo nella vivida e ferma
nullità di un ricordo?

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Segni – Ghiannis Ritsos

Foto di Herbert List

 

Se ne andranno a poco a poco i bei bagnanti. Sul mare
resteranno i grandi tramonti autunnali
e una barchetta triste. Noi
rinviamo ancora la pioggia, i venti infuriati,
rinviamo ancora l’inevitabile. (Quanto potrà durare?)
Foglie gialle si accumulano già sulle panchine del giardino.
In cima alla collina la chiesetta della Santa Trinità senza più liturgie
forse ricorda anche noi. Mentre in casa,
sparsi sul pavimento, restano i sandali estivi
e il grande asciugamano blu della piccola Persefone.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 16.VII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “I negativi del silenzio”, 1987, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

Σήματα

Θά φύγουν λίγο λίγο οἱ ὡραῖοι κολυμβητές. Πάνω ἀπ τή Θάλασσα
θά μείνουν τά μεγάλα φθινοπωρινά λιογέρματα
καί μιά λυπημένη βαρκούλα. Ἐμεῖς
ἀναβάλλουμε ἀκόμη τή βροχή, τούς ὀργισμένους ἀνέμους,
ἀναβάλλουμε ἀκόμη τό ἀναπότρεπτο. (Πόσο θά κρατήσει;)

Κίτρινα φύλλα σωριάζονται κιόλας στά παγκάκια τοῦ κήπου.
Στήν κορυφή τοῦ λόφου ἀλειτούργητο  τό  ξωκλήσι τῆς  Ἁγίας Τριάδος
ἴσως θυμᾶται κι ἐμᾶς. Ἐνῶ μέσα στό σπίτι,
σκόρπια στό πάτωμα, μένουν τά θερινά σαντάλια
κι ἡ μεγάλη γαλάζια πετσέτα τῆς μικρῆς Πέρσεφόνης.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 16.VII.87

da “Τά άρνητιϰα τñς σιωπñς”, 1987, in “Ἀργά, πολύ ἀργά μέσα στή νύχτα”, Κέδρος, 1991

 

Posto di lavoro – Vittorio Sereni

Francesco Menghini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quei gradini dove fa gomito la scala, tutta
quella gente passata (e ripassata ogni giorno:
per lavoro) svoltando dalla scala dalla vita.
                                                                                Logoro
di quei reiteranti il tappeto in quel punto
a un freddo riflesso di luce. Sia inverno sia estate
                                                                               e là si fredda
nell’agguato di un pensiero da sempre simile a sé
sempre previsto per quel punto
sempre pensato uguale
lo sguardo che là invariabilmente cade
a ogni giorno a ogni ora
di anni di lavoro di anni luce
di freddo – come sempre
là comincia un autunno.

Vittorio Sereni

da “Stella variabile”, Garzanti, 1981