«Dentro la parola persa io mi perdo» – Franco Loi

Lauren Semivan, Wind, 2012

 

Dentro la parola persa io mi perdo,
divento le cose del mondo, l’aria che passa,
quella parola che sta dietro l’aria
e si fa chiara agli occhi che stanno nel tempo;
e se io parlo non so chi è a parlare,
è il vento che parla nel mio sentimento,
che niente si fa dal niente, e nel pensare
la voce che mi chiama mi viene dentro.

Franco Loi

da “Isman”, Einaudi, Torino, 2002

***

Dent la paròla vèrta mí me pèrdi,
deventi i ròbb del mund, l’aria che passa,
quèla parola che sta dedré de l’aria
e se fa ciara aj ögg che stann nel temp;
e se mí parli sú no chi l’è a parlà,
l’è ’l vent che parla nel mè d’un sentiment,
ché nient se fa dal nient e nel pensà
la vûs che mí me ciama me vègn dent.

Un giorno amerò Ocean Vuong – Ocean Vuong

 

Ocean, non avere paura.
La fine della strada è tanto distante
che è già alle nostre spalle.
Niente paura. Tuo padre è tuo padre soltanto
finché uno di voi non se ne dimentica. Come le vertebre
non si ricorderanno le proprie ali
a dispetto di tutte le volte che le tue ginocchia
baceranno il lastrico. Ocean,
mi ascolti? La parte più bella
del tuo corpo è ovunque
si proietta l’ombra di tua madre.
Ecco la casa con l’infanzia
ridotta a un unico cavetto rosso, innesco di mina.
Niente paura. Basta che lo chiami orizzonte
& non lo raggiungerai mai.
Ecco l’oggi. Salta. Ti garantisco non è
una scialuppa di salvataggio. Ecco l’uomo
dalle braccia ampie abbastanza da accogliere
il tuo andartene. & ecco l’attimo
subito dopo spente le luci, in cui ancora scorgi
la flebile fiaccola tra le sue gambe.
E come la usi, ripetutamente,
per ritrovare le tue mani.
Hai chiesto un’altra chance
& ti viene concessa una bocca da cui svuotarti.
Non avere paura, gli spari
sono solo il rumore di gente
che cerca di vivere un po’ più a lungo
& non ce la fa. Ocean. Ocean –
alzati. La parte più bella del tuo corpo
è il luogo verso cui si dirige. & ricorda,
la solitudine è comunque tempo trascorso
insieme al mondo. Ecco
la stanza in cui ci sono tutti.
Gli amici morti che ti
attraversano come il vento
che soffia tra i sonagli a vento. Ecco una scrivania
con la gamba zoppa & un mattone
per farla durare. Sì, ecco una stanza
così calda & vicina al sangue
che giuro, ti sveglierai –
& crederai che questi muri
siano pelle.

Ocean Vuong

(Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)

da “Cielo notturno con fori d’uscita”, La nave di Teseo, 2017

∗∗∗

Someday I’ll Love Ocean Vuong

Ocean, don’t be afraid.
The end of the road is so far ahead
it is already behind us.
Don’t worry. Your father is only your father
until one of you forgets. Like how the spine
won’t remember its wings
no matter how many times our knees
kiss the pavement. Ocean,
are you listening? The most beautiful part
of your body is wherever
your mother’s shadow falls.
Here’s the house with childhood
whittled down to a single red trip wire.
Don’t worry. Just call it horizon
& you’ll never reach it.
Here’s today. Jump. I promise it’s not
a lifeboat. Here’s the man
whose arms are wide enough to gather
your leaving. & here the moment,
just after the lights go out, when you can still see
the faint torch between his legs.
How you use it again & again
to find your own hands.
You asked for a second chance
& are given a mouth to empty out of.
Don’t be afraid, the gunfire
is only the sound of people
trying to live a little longer
& failing. Ocean. Ocean—
get up. The most beautiful part of your body
is where it’s headed. & remember,
loneliness is still time spent
with the world. Here’s
the room with everyone in it.
Your dead friends passing
through you like wind
through a wind chime. Here’s a desk
with the gimp leg & a brick
to make it last. Yes, here’s a room
so warm & blood-close,
I swear, you will wake—
& mistake these walls
for skin.

Ocean Vuong

da “Night Sky with Exit Wounds”, Random House, 2017

Dammi il mio giorno – Salvatore Quasimodo

Karl Hofer, Sinnende junge Frau

 

Dammi il mio giorno;
ch’io mi cerchi ancora
un volto d’anni sopito
che un cavo d’acque
riporti in trasparenza,
e ch’io pianga amore di me stesso.

Ti cammino sul cuore,
ed è un trovarsi d’astri
in arcipelaghi insonni,
notte, fraterni a me
fossile emerso da uno stanco flutto;

un incurvarsi d’orbite segrete
dove siamo fitti
coi macigni e l’erbe.

Salvatore Quasimodo

da “Òboe sommerso (1930-1932)”, in “Ed è subito sera”, Mondadori, Milano, 1942

«Io ti ho strappata dall’aria» – Nichita Stănescu

 

Io ti ho strappata dall’aria,
divinità melodiosa, esile,
per passare l’anello del mio braccio
intorno al tuo fianco nervoso, come un dito.
Oh, dilagare di profumi soavi;
correre di lepri; biancheggiare del giorno;
lento sciogliersi dei mondi di ghiaccio!
Ricadere delle chiome, gemello
della solitudine nera della terra…
Non ti insegnerò mai
nessuna parola della lingua dei pomeriggi.
Non ti svelerò mai
nessuna verità delle immobilità.
Resta dunque con me, resta,
scorrendo continuamente sui sassi azzurri
degli occhi,
sotto i salici delle costole
ramati dall’autunno,
e addormentati, addormentati
sotto il coro sibilante del mio corpo,
sognando di essere sveglia.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio Del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Una visione dei sentimenti”, 1964, in “Nichita Stănescu, La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

∗∗∗

«Eu te-am rupt pe tine din aer»

Eu te-am rupt pe tine din aer,
zeitate melodioasă, subţire,
ca să-mi trec inelul braţului meu
în jurul mijlocului tău nervos, ca un deget.
O, revărsare de mirosuri suave;
alergare de iepuri; albine de ziuă;
lină topire de lumi a gheţii!
Alunecare a pletelor, geamănă
cu singurătatea neagră a pământului…
Nu te voi învăţa niciodată
nici un cuvânt din limba după-amiezelor.
Nu-ţi voi destăinui niciodată
nici un adevăr al nemişcărilor.
Rămâi deci cu mine, rămâi,
întruna curgând peste bolovanii albaştri
ai ochilor,
pe sub sălciile arămite de toamnă
ale coastelor,
şi-adormi tu, adormi
sub cortul şuierător al trupului meu
visând că eşti trează.

Nichita Stănescu

da “O viziune a sentimentelor”, Editura pentru Literatură, 1964

Tuo fratello morì giovane… – Eugenio Montale

Sven Fennema, Concerto in silenzio

13

Tuo fratello morì giovane; tu eri
la bimba scarruffata che mi guarda
« in posa » nell’ovale di un ritratto.
Scrisse musiche inedite, inaudite,
oggi sepolte in un baule o andate
al màcero. Forse le riinventa
qualcuno inconsapevole, se ciò ch’è scritto è scritto.
L’amavo senza averlo conosciuto.
Fuori di te nessuno lo ricordava.
Non ho fatto ricerche: ora è inutile.
Dopo di te sono rimasto il solo
per cui egli è esistito. Ma è possibile,
lo sai, amare un’ombra, ombre noi stessi.

Eugenio Montale

da “Xenia I”, in “Satura. 1962-1970”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971