Sensation – Arthur Rimbaud

Portrait of Arthur Rimbaud at the age of seventeen, by Étienne Carjat, c. 1872.

 

Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l’herbe menue:
Rêveur, j’en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tête nue.
 
Je ne parlerai pas, je ne penserai rien:
Mais l’amour infini me montera dans l’âme,
Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature, – heureux comme avec une femme.

Arthur Rimbaud

da “Œuvres complètes”, a cura di Antoine Adam, “Bibliothèque de la Pléiade”, Paris, 1972

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Sensazione

Le sere turchine d’estate andrò nei sentieri,
Punzecchiato dal grano, calpestando erba fina:
Sentirò, trasognato, quella frescura ai piedi.
E lascerò che il vento m’inondi il capo nudo.

Non dirò niente, non penserò niente: ma
L’amore infinito mi salirà nell’anima,
E andrò lontano, più lontano, come uno zingaro
Nella Natura, – felice come con una donna.

Arthur Rimbaud

Marzo 1870

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1975

∗∗∗

Sensazione

Nelle azzurre sere d’estate, andrò per i sentieri,
punzecchiato dal grano, a pestar l’erba tenera:
trasognato sentirò la sua frescura sotto i piedi
e lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.

Io non parlerò, non penserò più a nulla:
ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
e me ne andrò lontano, molto lontano come uno zingaro,
nella Natura, – lieto come con una donna.

Arthur Rimbaud

Marzo 1870

(Traduzione di Laura Mazza)

da “Arthur Rimbaud, Tutte le poesie”, Newton Compton, 1972

Linee melodiche di convergenza – Luigi H. Perfetti

Luigi H. Perfetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un figlio che nasca per andare in viaggio
già nato e vissuto nell’uomo che stai abbracciando.
La terrena evidenza nel distrarre l’intimità
e salvarla dal rumore di chi prende e passa
senza conoscere, senza fermarsi a conoscere.
Ma è cielo questo che inonda ogni mattina presto
e che suona come Chet Baker la propria costellazione.
La tua costellazione, le tende scostate appena
fino al lembo di guerra che io stesso ho acceso
quando mi hai messo nel quadro.
E ancora in automobile, la strada quotidiana,
il pacchetto di sigarette da comprare – ma forse neanche
questa canzone – la luce di un semaforo che non conosce
mai riposo (solo se se non ci siamo),
il perdono così alto adesso, tenerti nel bicchiere
che ho dentro. Gli alberi che stanno sistemando
in quella via, tutti gli appuntamenti del giorno.
E la voce nel mare, sono io.
Ma sono anch’io, ripreso di lato, quello che cammina
a passo svelto e sorride. E a cosa sorride, ti chiedi.
Il colore del vestito, il vetro rosa, gli occhi più cari
di un intero e di un frammento.
È sempre stato e sempre così sarà.

«Amo il bianco tra le parole» – Chandra Livia Candiani

Donata Wenders, The Veil, Paris, 2002

 

Amo il bianco tra le parole,
il loro margine ardente,
amo quando taci
e quando riprendi a parlare,
amo la parola che spunta
solitaria
sullo specchio buio del vocabolario,
e quando sborda, va alla deriva
con deciso smarrimento,
quando si oscura
e quando si spezza,
si fa ombra.
Quando veste il mondo,
quando lo rivela,
quando fa mappa,
quando fa destino.
Amo quando è imminente
e quando si schianta,
quando è straniera,
quando straniera sono io
nella sua ipotetica terra,
amo quello che resta,
dopo la parola detta,
non detta. E quando è proibita
e pronunciata lo stesso,
quando si cerca e si vela,
quando si sposa
e quando è realtà di muri
limite che incaglia al suolo,
quando scorre candida
e corre per prima a bere,
e quando preme alla gola,
spinge all’aperto,
quando è presa a prestito,
quando mi impresta al discorso
dell’altro, quando mi abbandona.
Non voglio una parola di troppo,
voglio un silenzio a dirotto,
non un commercio tra mutezza e voce,
ma una breccia,
una spaccatura che allarga luce,
una pista delle scosse.
Dammi un ascolto che precipita –
parola.
Che nasce.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

Questo amore – Jacques Prévert

Willy Ronis, Les amoureux de la Bastille, 1957

 

Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
Cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore così bello
Così felice
Così gioioso
Così irrisorio
Tremante di paura come un bambino quando è buio
Così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che faceva paura
Agli altri
E li faceva parlare e impallidire
Questo amore tenuto d’occhio
Perché noi lo tenevamo d’occhio
Braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato
Perché noi l’abbiamo braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato
Questo amore tutt’intero
Così vivo ancora
E baciato dal sole
È il tuo amore
È il mio amore
È quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
Che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda viva come l’estate
Sia tu che io possiamo
Andare e tornare possiamo
Dimenticare
E poi riaddormentarci
Svegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognarci della morte
Ringiovanire
E svegli sorridere ridere
Il nostro amore non si muove
Testardo come un mulo
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Stupido come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
Ci parla senza dire
E io l’ascolto tremando
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti quelli che si amano
E che si sono amati
Oh sì gli grido
Per te per me per tutti gli altri
Che non conosco
Resta dove sei
Non andartene via
Resta dov’eri un tempo
Resta dove sei
Non muoverti
Non te ne andare
Noi che siamo amati noi t’abbiamo
Dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci morire assiderati
Lontano sempre più lontano
Dove tu vuoi
Dacci un segno di vita
Più tardi, più tardi, di notte
Nella foresta del ricordo
Sorgi improvviso
Tendici la mano
Portaci in salvo.

Jacques Prévert

(Traduzione di M. Cucchi e G. Raboni)

da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991

∗∗∗

Cet amour

Cet amour
Si violent
Si fragile
Si tendre
Si désespéré
Cet amour
Beau comme le jour
Et mauvais comme le temps
Quand le temps est mauvais
Cet amour si vrai
Cet amour si beau
Si heureux
Si joyeux
Et si dérisoire
Tremblant de peur comme un enfant dans le noir
Et si sûr de lui
Comme un homme tranquille au milieu de la nuit
Cet amour qui faisait peur aux autres
Qui les faisait parler
Qui les faisait blêmir
Cet amour guetté
Parce que nous le guettions
Traqué blessé piétiné achevé nié oublié
Parce que nous l’avons traqué blessé piétiné achevé nié oublié
Cet amour tout entier
Si vivant encore
Et tout ensoleillé
C’est le tien
C’est le mien
Celui qui a été
Cette chose toujours nouvelle
Et qui n’a pas changé
Aussi vraie qu’une plante
Aussi tremblante qu’un oiseau
Aussi chaude aussi vivante que l’été
Nous pouvons tous les deux
Aller et revenir
Nous pouvons oublier
Et puis nous rendormir
Nous réveiller souffrir vieillir
Nous endormir encore
Rêver à la mort
Nous éveiller sourire et rire
Et rajeunir
Notre amour reste là
Têtu comme une bourrique
Vivant comme le désir
Cruel comme la mémoire
Bête comme les regrets
Tendre comme le souvenir
Froid comme le marbre
Beau comme le jour
Fragile comme un enfant
Il nous regarde en souriant
Et il nous parle sans rien dire
Et moi je l’écoute en tremblant
Et je crie
Je crie pour toi
Je crie pour moi
Je te supplie
Pour toi pour moi et pour tous ceux qui s’aiment
Et qui se sont aimés
Oui je lui crie
Pour toi pour moi et pour tous les autres
Que je ne connais pas
Reste là
Là où tu es
Là où tu étais autrefois
Reste là
Ne bouge pas
Ne t’en va pas
Nous qui sommes aimés
Nous t’avons oublié
Toi ne nous oublie pas
Nous n’avions que toi sur la terre
Ne nous laisse pas devenir froids
Beaucoup plus loin toujours
Et n’importe où
Donne-nous signe de vie
Beaucoup plus tard au coin d’un bois
Dans la forêt de la mémoire
Surgis soudain
Tends-nous la main
Et sauve-nous.

Jacques Prévert

da “Paroles”, Paris, Gallimard, coll. «Folioplus classiques », 1946

Dice Penelope – Katerina Anghelaki-Rooke

Foto di Katia Chausheva

 

Non tessevo, non lavoravo a maglia,
cominciavo uno scritto, lo cancellavo
sotto il peso della parola
perché l’espressione perfetta è ostacolata
quando dentro sei oppressa dalla pena.
E se l’assenza è il tema della mia vita
– l’assenza dalla vita –
sulla carta viene fuori il pianto
e il dolore naturale del corpo
che sa la privazione.

Cancello, strappo, soffoco
le urla vive:
«dove sei, vieni, ti aspetto
questa primavera è diversa dalle altre»
e al mattino ricomincio
con nuovi uccelli e lenzuoli bianchi
che si asciugano al sole.
Tu non sarai mai qui
ad annaffiare i fiori con la canna
e i vecchi soffitti che gocciolano
impregnati di pioggia
e la mia personalità
ch’è dissolta nella tua
quietamente, autunnalmente…
Il tuo cuore eletto
– eletto perché io l’ho scelto –
sarà sempre altrove
e io taglierò con le parole
i fili che mi legano
a quest’uomo particolare
del quale ho nostalgia
finché Ulisse diventi simbolo di Nostalgia
e navighi per i mari
nella mente di ognuno.
Ogni giorno ti scordo
con passione
perché ti lavi dai peccati
del profumo e della dolcezza
e così purificato
entri nell’immortalità.
È un lavoro duro e ingrato.
Unica ricompensa, se alla fine
capirò cosa sia la presenza umana,
cosa sia l’assenza
o come funziona l’io
in tanta desolazione, in tanto tempo
come nulla fermi il domani
il corpo continua a rigenerarsi
si alza e si corica sul letto
quasi abbattuto a colpi d’ascia
a volte infermo a volte innamorato
sempre con la speranza
che quanto perde in tatto
lo guadagni in sostanza.

Katerina Anghelaki-Rooke

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da Le carte disperse di Penelope, 1977)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Λέει ἡ Πηνελόπη

Δέν ὕφαινα, δέν ἔπλεϰα,
ἕνα γραφτό ἅρχιζα, ϰι ἔσβηνα
ϰάτω ἀπ’ τό βάρος τῆς λέξης
γιατί ἐμποδίζεται ἡ τέλεια ἔϰφραση
ὅταν πιέζετ’ ἀπό πόνο τό μέσα.
Κι ἐνῶ ἡ ἀπουσία εἶναι τό Θέμα τῆς ζωῆς μου
– ἀπουσία ἀπ ό τή ζωή –
ϰλάματα βγαίνουν στό χαρτί
ϰι ἡ φυσι ϰή ὀδύνη τοῦ σώματος
πού στερεῖται.

Σβήνω, σχίζω, πνίγω
τίς ζωντανές ϰραυγές
«τοῦ εἷσαι, ἔλα, σέ περιμένω
ἐτούτη ἡ ἅνοιξη ὃέν εἶναι σάν τίς ἄλλες»
ϰαί ξαναρχίζω τό πρωί
μέ νέα πουλιά ϰαί λευϰά σεντ όνια
νά στεγνώνουν στ όν ἥλιο.
Δέ θά ’σαι ποτέ ἐδῶ
μέ τό λάστιχο νά ποτίζεις τά λουλούδια
νά στάζουν τά παλιά ταβάνια
φορτωμένα βροχή
ϰαί νά ’χει διαλυθεῖ ἡ διϰή μου
μές στή δι ϰή σου προσωπι ϰότητα
ἥσυχα, φθινοπωρινά…
Ἡ ἐϰλεϰτή ϰαρδιά σου
– ἐϰλε ϰτή γιατί τή διάλεξα –
θά ’ναι πάντα ἀλλοῦ
ϰι ἐγώ μέ λέξεις θά ϰόβω
τίς ϰλωστές πού μέ δένουν
μέ τόν συγϰε ϰριμένο ἄντρα
πού νοσταλγῶ
ὅσο νά γίνει σύμβολο Νοσταλγίας ὁ Ὀδυσσέας
ϰαί ν’ ἀρμενίζει τίς, θάλασσες
στοῦ ϰαθενός τό νοῦ.
Σέ λησμονῶ μέ πάθος
ϰάθε μέρα
γιά νά πλυθε ῖς ἀπό τίς ἁμαρτίες
τῆς γλύ ϰας ϰαί τῆς μυρω όιᾶς
ϰι ὁλο ϰάθαρος πιά
νά μπεῖς στήν ἀθανασία.
Εἶναι σϰληρή δουλειά ϰι ἄχαρη.
Μόνη μου πληρωμή ἂν ϰαταλάβω
στό τέλος τί ἀνθρώπωνη παρουσία
τί ἀπουσία
ἢ πῶς λειτουργεῖ τό ἐγώ
στήν τόσην ἐρημιά, στ όν τόσο χρόνο
πῶς δέ σταματάει μέ τίποτα τ ό αὔριο
τό σῶμα ὅλο ξαναφτιάχνει τόν ἑαυτό του
ση ϰώνεται ϰαί πέφτει στό ϰρεβάτι
σάν νά τό πελε ϰᾶνε
πότε ἄρρωστο ϰαί ποτε ἐρωτευμένο
ἐλπίζοντας
πώς ὅ,τι χάνει σέ ἁφή
ϰερδίζει σέ οὐσία.

Κατερίνα Ἀγγελάϰη-Ρούϰ

da “Τά σϰόρπία χαρτιά τῆς Πηνελόπης”, Θεσσαλονίκη: Τράμ, 1977