«E grave» – Paul Celan

Paul Celan e Gisèle Celan-Lestrange

       

                  E GRAVE,
e grave come il tuo,
ora da contare in anni,
esserci qui e con me.
 
E grave, o tu leggera, e grave.
 
E grave come l’essere
soppesato qui e fuori
nel secondo
buio.
 
Tre volte e altre tre volte
e sempre con te.
 
Grave e grave e grave.
 
E non mai con
cuore travestito.

Paul Celan

15-12-1960

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

In un manoscritto, con dedica alla moglie Gisele: «Scritto a Parigi, il 15 dicembre 1960. Trascritta a Montana, il 20 dicembre 1960, “sur le pont des années”, attendendoti, coi tuoi lillà bianchi. Paul». (Michele Ranchetti)

∗∗∗

«Und schwer»

               UND SCHWER,
und schwer wie dein
nun nach Jahren zu zählendes
Da- und Mit-mir-Sein.
 
Und schwer, du Leichte, und schwer.
 
Und schwer wie das Hierund
Hinaus-ins-zweite-
Dunkel-Gewogenwerden.
 
Dreimal und abermals dreimal
und immer mit dir.
 
Schwer und schwer und schwer.
 
Und niemals mit
verkleidetem Herzen.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Tardi – Gottfried Benn

Foto di Ralph Gibson

I.

I vecchi alberi immensi
nei grandi parchi
e i giardini in fiore,
gli umidi grovigli –

dolce è l’autunno,
cuscini di erica
lungo l’autostrada,
tutto è brughiera
di Lüneburg, color lilla, sterile 1,
meditazioni che non portano a nulla,
erba introversa
che presto terrea s’accascia –
è questione di un mese –
nel mai fiorito.

Natura è questo.
E attraverso la city
fra luci amiche
viaggiano i furgoni della birra
come lettighe di fine festa, né qualcuno bada
a stati d’irritazione, sete e non placate seti –
ma cosa non si placa? Solo piccole cerchie!
Le grandi nuotano
nel superfluo.

II.

Cosí hanno fine gli sguardi, cosí tornano:
campi e laghi crescono dentro i tuoi giorni
e i primi canti
da un vecchio pianoforte.
Incontri dell’anima! Giovinezza!
Poi di tua mano
infedeltà, cecità, abbandoni –
gli sfondi delle felicità.

E amore!
«Io ti credo, avresti voluto restare con me,
ma non potevi,
ti assolvo da ogni colpa» –
sí, amore
difficile e multiforme,
per anni in cuor nostro
invocheremo l’un l’altro: «non dimenticare»,
finché uno dei due non muore –
cosí hanno fine le rose,
petalo dopo petalo.

III.

Ancora una volta essere come un tempo:
irresponsabili e non sapere la fine,
sentire la carne: sete, tenerezza, conquistare, perdere,
arrivar dentro, in quell’altro – in che cosa?

La sera, lí fermi, guardare in gola alla notte,
che si restringe, ma al fondo ci sono dei fiori,
il profumo sale, esile, tremante,
dietro, s’intende, c’è la decomposizione,
allora si fa buio e tu di nuovo sai cosa ti spetta,
getti la tua moneta e te ne vai –

quante menzogne hai amato,
quante parole hai creduto,
che venivano solo da un curvarsi di labbra,
e il tuo stesso cuore
cosí mutevole, senza fondo e preda dell’attimo –
quante menzogne hai amato,
quante labbra hai cercato
(«togliti il rossetto dalla bocca,
dammela pallida»)

e sempre piú domande –

IV.

Little old lady
in a big red room
little old lady –
canticchia Marion Davies 2
mentre Hearst, il suo amico da trent’anni,
in una pesante bara di rame, con una potente scorta
e seguito da ventidue limousines,
arriva davanti al mausoleo di marmo,
ronzano le telecamere.

Little old lady, grande stanza rossa,
rosso henné, blando rosso gladiolo, rosso imperatore (cocciniglia)
camera da letto nel castello di Santa Monica
à la Pompadour –

Louella! chiama lei, la radio!
I blues, il jitterbug – zigzag 3!
La borghesia nell’area atlantica:
ragazze da marito e sesso obliterato,
palazzi sulle baie, coltri di piuma sui soffici letti,
il mondo lo dividono in monde e demimonde 4
io ero sempre il secondo –

Louella, il mio cocktail – molto alcolico!
Cosa significhi tutto ciò –
umiliazioni, lotte per salire, soffrire come un cane –
i tratti, brutti tratti, che la bara di rame ora annulla,
li invase una luce, quando mi vide,
anche i ricchi amano, tremano, conoscono la dannazione.

Molto alcolico – il bicchiere accanto al telefono d’argento,
ora resterà muto in quell’ora
che solo noi due sapevamo –
dalla cornetta venivano buffi detti,
«la vita si decide ai tavoli della prima colazione,
sulla spiaggia in bathdress piove granito,
l’inatteso di solito avviene,
lo sperato non si verifica mai» –
queste erano le sue stories.

Basta, fine della passeggiata! Ancora solo qualche lastra di pietra,
su quella davanti il vetro,
molto alcolico, tintinnio, ultima rapsodia –
little old lady,
in a big red room –

V.

Senti – ma sappi che millenni sentirono –
mari e creature e stelle senza testa
lo ricacciano ora come un tempo –

pensa – ma sappi che anche i piú illustri
seguono la propria scia, la propria rotta,
sono soltanto il giallo del ranuncolo,
anche altri colori sono in gioco –

sappi e sopporta l’ora, questa,
nessuna è come questa e come lei è ognuna,
angeli, uomini e cherubini,
esseri con gli occhi chiari o le ali nere,
e nessuno fu tuo –
tuo mai nessuno.

VI.

Non vedi come alcuni tengon duro,
come molti volgono le spalle,
strane figure, alte e sottili,
e tutti vanno alla volta dei ponti.

Giú coi bastoni, fermi gli orologi,
alle cifre non serve avere luce,
schiere fuggenti, figure nere 5,
piangono tutti – forse non lo vedi?

Gottfried Benn

Inizio settembre 1951.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

Uno dei due dattiloscritti originali porta la nota: «In memoria di Oberneuland, 1-3 settembre 1951». Benn aveva trascorso due giorni a Brema-Oberneuland, nella casa di Oelze. Nell’edizione di Destillationen del 1953 non figura la parte IV. Dopo le visioni naturali della strofa 1 si passa a una fuggevole impressione di metropoli nelle luci della sera, poi nelle strofe 2 e 3 a una spietata riflessione sui propri amori in registro colloquiale. La strofa 4 commenta in stile di reportage la fine di un amore fra due celebrità ed è in effetti un corpo estraneo. La poesia si riaddensa, tornando sintomaticamente a verso e rima, nelle strofe 5 e 6. I ponti parrebbero suggerire un transito, uno sbocco, o, al contrario, la triste via dell’Ade. Il senso delle luttuose figure nere della strofa 6 non è chiaro.
1 La brughiera di Lüneburg, attraversata sulla via di Brema, è famosa per la sua intatta bellezza e la fioritura autunnale dell’erica.
2 Famosa attrice hollywoodiana (1897-1961), anche autrice di libri. Amante di W. R. Hearst (1863-1951), il grande magnate della stampa americana che ispirò a O. Welles il personaggio di Citizen Kane nell’omonimo film (Quarto potere, 1941), film che in Europa arrivò solo nel dopoguerra. I due vissero fino alla morte di lui in uno sfarzoso castello a Santa Monica in California.
Il jitterburg era un ballo acrobatico americano, in voga nel 1940 e importato in Europa dopo la guerra.
Il francese demimonde intende piccola gente equivoca: una civetteria di Benn che equivoco non era, ma rimpiangeva di avere sempre avuto un fisico da sottufficiale.
«Schwindenden» è da leggersi come «schwindende». (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Spät

I.

Die alten schweren Bäume
in großen Parks
und die Blumengärten,
die feucht verwirrten –

herbstliche Süße,
Polster von Erika
die Autobahn entlang,
alles ist Lüneburger
Heide, lila und unfruchtbar,
Versonnenheiten, die zu nichts führen,
in sich gekehrtes Kraut,
das bald hinabbräunt
– Frage eines Monats –
ins Nieerblühte.

Dies die Natur.
Und durch die City
in freundlichem Licht
fahren die Bierwagen
Ausklangssäfte, auch Unbersorgnis
vor Reizzuständen, Durst und Ungestilltem –
was stillt sich nicht? Nur kleine Kreise!
Die großen schwelgen
in Übermaßen.

II.

So enden die Blicke, die Blicke zurück:
Felder und Seen eingewachsen in deine Tage
und die ersten Lieder
aus einem alten Klavier.
Begegnungen der Seele! Jugend!
Dann selbst gestaltet
Treubruch, Verfehlen, Verfall –
die Hintergründe der Glücke.

Und Liebe!
«Ich glaube dir, daß du gerne bei mir geblieben wärest,
aber es nicht konntest,
ich spreche dich frei von jeder Schuld» –
ja, Liebe
schwer und vielgestalt,
jahrelang verborgen
werden wir einander zurufen: «nicht vergessen»,
bis einer tot ist – 
so enden die Rosen,
Blatt um Blatt.

III.

Noch einmal so sein wie früher:
unverantwortlich und nicht das Ende wissen,
das Fleisch fühlen: Durst, Zärtlichkeit, Erobern, Verlieren,
hinüberlangen in jenes andere – in was?

Abends dasitzen, in den Schlund der Nacht sehn,
er verengert sich, aber am Grund sind Blumen,
es duftet herauf, kurz und zitternd,
dahinter natürlich die Verwesung,
dann ist es ganz dunkel und du weißt wieder dein Teil,
wirfst dein Geld hin und gehst –

so viel Lügen geliebt,
so viel Worten geglaubt,
die nur aus der Wölbung der Lippen kamen,
und dein eigenes Herz
so wandelbar, bodenlos und augenblicklich –
so viel Lügen geliebt,
so viel Lippen gesucht
(«nimm das Rouge von deinem Munde,
gib ihn mir blaß»)

und der Fragen immer mehr –

IV.

Little old lady
in a big red room
little old lady –
summt Marion Davies,
während Hearst, ihr Freund seit dreißig Jahren,
in schwerem Kupfersarg unter dem Schutz einer starken Eskorte
und gefolgt von zweiundzwanzig Limousinen
vor dem Marmormausoleum eintrifft,
leise surren die Fersehkameras.
Little old lady, großer roter Raum,
hennarot, sanft gladiolenrot, kaiserrot (Purpurschnecke).
Schlafzimmer in Santa Monica Schloß
à la Pompadour –

Louella, ruft sie, Radio!
Die Blues, Jitterbur – Zichzack!
Das Bürgertum im atlantischen Raum:
heiratsfähige Töchter und oblitierter Sexus,
Palazzos an den Bays, Daunendecken auf den Pfühlen,
die Welt teilen sie ein in Monde und Demimonde –
ich war immer letzteres –

Louella, meine Mischung – hochprozentig!
Was soll das alles –
gedemütigt, hochgekämpft, hündisch gelitten –
die Züge, häßliche Züge, mit denen jetzt der Kupfersarg Schluß macht,
überrann ein Licht, wenn er mich sah,
auch Reiche lieben, zittern, kennen die Verdamnis.

Hochprozentig – das Glas an den Silberapparat,
er wird nun stumm sein zu jener Stunde,
die nur wir beide wußten –
drollige Sprüche kamen aus der Muschel,
«in Fruhstücksstuben entscheidet sich das Leben,
am Strand im Bathdress hagelt es Granit,
das Unerwartete pflegt einzutreten,
das Erhoffte geschiet nie» –
das waren seine Stories.

Schluß mit der Promenade! Nur noch einige Stenfliesen,
auf die vorderste das Glas,
hochprozentig, Klirren, letzte Rhapsodie –
little old lady,
in a big red room –

V.

Fühle – doch wisse, Jahrtausende fühlten –
Meer und Getier und die kopflosen Sterne
ringen es nieder heute wie einst –

denke – doch wisse, die Allererlauchtesten
treiben in ihrem eigenen Kiel,
sind nur das Gelb einer Butterblume,
auch andere Farben spielen ihr Spiel –

wisse das alles und trage die Stunde,
keine wie diese, jede wie sie,
Menschen und Engel und Cherubime,
Schwarzgeflügeltes, Hellgeäugtes,
keines war deines –
deines nie.

VI.

Siehst du es nicht, wie einige halten,
viele wenden den Rücken zu,
seltsame hohe schmale Gestalten,
alle wandern den Brücken zu.

Senken die Stecken, halten die Uhren
an, die Ziffern brauchen kein Licht,
schwindenden Scharen, schwarze Figuren,
alle weinen – siehst du es nicht?

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986

La morte – Paul Celan

Yvan Goll

Per Yvan Goll […]

La morte è un fiore che solo una volta fiorisce.
Ma fiorisce come nient’altro fiorisce.
Fiorisce, appena lo vuole, non fiorisce nel tempo.

Essa viene, una grande falena, che adorna steli cedevoli.
Tu lasciami essere uno stelo, cosí forte, che la rallegri.

Paul Celan

13-2-1950

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

Scritta dopo una visita di Celan a Yvan Goll (1891-1950), scrittore di lingua francese e tedesca, allora ricoverato nell’ospedale di Neuilly-sur-Seine. (Michele Ranchetti)

∗∗∗

Der Tod

Für Yvan Goll […]

Der Tod ist eine Blume, die blüht ein einzig Mal.
Doch so er blüht, blüht nichts als er.
Er blüht, sobald er will, er blüht nicht in der Zeit.

Er kommt, ein großer Falter, der schwanke Stengel schmückt.
Du laß mich sein ein Stengel, so stark, daß er ihn freut.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Il primo Inno alla notte – Novalis

Caspar David Friedrich, Zwei Männer am Meer, Gemälde von 1817

 

Qual mai vivente dotato di sensi
non ama,
sovra tutte le splendide apparenze
dello spazio che intorno gli dilaga,
la Luce giocondissima
con le sue tinte, i raggi, i flutti;
e con la dolce onnipresenza sua,
squillante giorno?

Come la piú riposta
anima della Vita,
la respira il cosmo immane
delle insonni costellazioni
che nuotano danzando
in quell’azzurro oceano.
La respira la pietra, che brilla
in sua quiete eterna;
la pianta sensitiva, che risucchia;
il selvaggio focoso animale
d’innumerevoli forme.
Ma, sovra tutti,
il Viandante superbo:
gli occhi ricolmi di sensi profondi;
librati i passi leggieri;
dolcemente socchiuse le labbra
ricche di suoni.

Della Natura fulgida sovrana,
tutte costringe le forze terrestri
a trasmutarsi interminabilmente;
annoda e scioglie vincoli infiniti;
ogni creatura avvolge
nel suo divino ammanto.
La sua presenza sola,
svela (stupefacente meraviglia)
i reami del mondo.

Pure, io mi volgo altrove:
verso la santa inesprimibile
misteriosa Notte.

Giace lontano il mondo,
come sepolto in un profondo avello.

Squallida solitudine
vaneggia là dove prima splendeva.
Malinconia profonda
per le corde dell’anima mi vibra.
In gocce di rugiada
io voglio giú disciogliermi,
mescermi con la cenere!
Lontananze della memoria,
fervide brame della giovinezza,
sogni beati della dolce infanzia,
gioie fugaci e inutili speranze
della trascorsa vita,
vengono in veste grigia,
come labili nebbie vespertine
quando caduto è il sole.
In altri spazii, trapiantò la Luce
le sue tende gioiose.
E non ritornerà, dunque, piú mai
ai figli che l’aspettano
con innocente fede?

Ma che cosa zampilla, ora, repente
di sotto al cuore, in émpito presago,
ad inghiottir le brezze
della malinconia?
Prendi, a tua volta, gioia
dagli esseri terreni,
o tenebrosa Notte?
Che cosa celi mai sotto il tuo manto,
che sí mi giunge all’anima
con impeto invisibile?

Prezioso balsamo
un fascio di papaveri
dalle tua mani stilla.
Le gravi ali del cuore, in alto trai.
Una passione oscura, inesprimibile,
lo invade in ogni fibra.
Raggiante e spaurito,
un vólto grave io scorgo
che dolcemente pio su me si china,
per mostrarmi, fra riccioli conserti
in vaghi avvolgimenti multiformi,
la giovinezza della Madre vera.

Come infantile e grama,
ora, mi appar la Luce!
Come consolatore e benedetto,
l’addio del Giorno!
Solo perché la Notte ti sottrae
i fedeli adoranti,
tu seminasti per gli spazii immensi
le rifulgenti sfere,
ad annunciar l’onnipotenza tua,
(il tuo ritorno, o Luce!)
nell’ore in cui ti assenti.

Piú divini degli astri che lampeggiano
lassú nel cielo,
ne appaion gl’infiniti occhi interiori
che in noi la Notte ha schiusi.
Scrutano in piú remote lontananze
che non i piú pallenti astri remoti
di quelle schiere innumeri.
Senza l’ausilio di veruna luce,
esploran quelli
nel piú profondo un’anima che ama;
e d’ebbrezza indicibile riempiono
un piú sublime spazio.

Divino premio,
la Regina dei mondi,
l’Annunziatrice delle sfere etèree,
custode eccelsa del divino Amore,
mi manda te, soave Amante,
o vago sole
della notturna tenebra.
Ed ora, io veglio:
ché tuo mi sento come sono mio.
Ecco: ritorni, Amata!
È sorto il regno della Notte; e l’anima
mi ritrabocca d’infinita ebbrezza.
Sparve per sempre dalla terra il giorno,
e  mia novellamente, ora, tu sei!
E se lo sguardo affondo
entro gli abissi del tuo sguardo buio,
altro non scorgo che beato Amore!
Sovra l’altare della Notte immensa,
cadiamo avvinti come in molle talamo.
Cade da noi l’involucro terreno:
e, fatta ardente dall’ardente amplesso,
brucia la pura vampa
dell’olocausto dolce.
Consuma nell’ardore dello Spirito
questo mio corpo, Amata,
a che, vanendo, in piú intimo amplesso
con Te mi mesca; e duri eternamente
la notte nuziale.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

Esemplare N.759

***

Die erste Hymne an die Nacht

Welcher Lebendige,
Sinnbegabte,
liebt nicht vor allen
Wundererscheinungen
des verbreiteten Raums um ihn
das allerfreuliche Licht,
mit seinen Farben,
seinen Strahlen und Wogen;
seiner milden Allgegenwart
als weckender Tag.
Wie des Lebens
innerste Seele
atmet es der rastlosen Gestirne
Riesenwelt,
und schwimmt tanzend
in seiner blauen Flut,
atmet es
der funkelnde, ewigruhende Stein,
die sinnige, saugende Pflanze,
und das wilde, brennende,
vielgestaltete Tier.
Vor allen aber
der herrliche Fremdling
mit den sinnvollen Augen,
dem schwebenden Gange
und den zartgeschlossenen,
tonreichen Lippen.
Wie ein König
der irdischen Natur
ruft es jede Kraft
zu zahllosen Verwandlungen,
knüpft und löst
unendliche Bündnisse,
hängt sein himmlisches Bild
jedem irdischen Wesen um.
Seine Gegenwart allein
offenbart die Wunderherrlichkeit
der Reiche der Welt.

Abwärts wend ich mich
zu der heiligen, unaussprechlichen,
geheimnisvollen Nacht.
Fernab liegt die Welt,
in eine tiefe Gruft versenkt:
wüst und einsam ist die Stelle.
In den Saiten der Brust,
weht tiefe Wehmut.
Fernen der Erinnerung,
Wünsche der Jugend,
der Kindheit Träume,
des ganzen langen Lebens
kurze Freuden
und vergebliche Hoffnungen
kommen in grauen Kleidern,
wie Abendnebel
nach der Sonne
Untergang.
In andern Räumen
schlug die lustigen Gezelte
das Licht auf.
Sollte es nie zu seinen Kindern
wiederkommen,
die mit der Unschuld Glauben
seiner harren?

Was quillt auf einmal
so ahndungsvoll
unterm Herzen,
und verschluckt
der Wehmut weiche Luft?
Hast auch du
ein Gefallen an uns,
dunkle Nacht?
Was hältst du
unter deinem Mantel,
das mir unsichtbar kräftig
an die Seele geht?
Köstlicher Balsam
träuft aus deiner Hand,
aus dem Bündel Mohn.
Die schweren Flügel des Gemüts
hebst du empor.
Dunkel und unaussprechlich
fühlen wir uns bewegt.
Ein ernstes Antlitz
seh ich froh erschrocken,
das sanft und andachtsvoll
sich zu mir neigt,
und unter unendlich
verschlungenen Locken
der Mutter liebe Jugend zeigt. 

Wie arm und kindisch
dünkt mir das Licht nun;
wie erfreulich und gesegnet
des Tages Abschied!
Also nur darum,
weil die Nacht dir
abwendig macht die Dienenden,
säetest du
in des Raumes Weiten
die leuchtenden Kugeln,
zu verkünden deine Allmacht,
deine Wiederkehr
in den Zeiten deiner Entfernung.
Himmlischer als jene blitzenden Sterne,
dünken uns die unendlichen Augen,
die die Nacht
in uns geöffnet.
Weiter sehn sie
als die blässesten
jener zahllosen Heere.
Unbedürftig des Lichts
durchschaun sie die Tiefen
eines liebenden Gemüts —
was einen höhern Raum
mit unsäglicher Wollust füllt.

Preis der Weltkönigin,
der hohen Verkündigerin
heiliger Welten,
der Pflegerin
seliger Liebe,
sie sendet mir dich,
zarte Geliebte,
liebliche Sonne der Nacht.
Num wach ich:
denn ich bin dein und mein.
Du kommst, Geliebte.
Die Nacht ist da.
Entzückt ist meine Seele.
Vorüber ist der irrdische Tag,
und du bist wieder mein.
Ich schaue dir ins tiefe dunkle Auge,
sehe nichts als Lieb und Seligkeit.
Wir sinken auf der Nacht Altar,
aufs weiche Lager.
Die Hülle fällt,
und angezündet von dem warmen Druck
entglüht des süssen Opfers
reine Glut.
Zehre mit Geisterglut
meinen Leib,
dass ich lustig mit dir
inniger mich mische
und dann ewig
die Brautnacht währt.

Novalis

da “Hymnen an die Nacht”, Athenäum-Fassung, 1800

L’altro – Paul Celan

 

Piú profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere,
piú grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,
piú bianca cenere
giace sulla parola cui hai creduto.

Paul Celan

10 dicembre 1952

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

∗∗∗

Der Andere

Tiefere Wunden als mir
schlug dir das Schweigen,
größere Sterne
spinnen dich ein in das Netz ihrer Blicke,
weißere Asche
liegt auf dem Wort, dem du glaubtest.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997