«O datemi qualcuno che mi ascolti» – Patrizia Valduga

Foto di Katia Chausheva

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

O datemi qualcuno che mi ascolti,
ché di parole straripo.. qualcuno
che mi prenda per mano e dei sepolti
dei fatti polvere e niente al raduno
mi porti… di occhi ho paura… di volti…
Non mi restava ormai niente e nessuno,
e come sanguinando intorno intorno
pesantemente in me cadeva il giorno.

Patrizia Valduga

da “Medicamenta e altri medicamenta”, Einaudi, Torino, 1989

 

Lettera – Henrik Nordbrandt

Mimmo Jodice, Sibari, 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se un giorno ci venisse in mente di incontrarci
(cosa di cui in fondo dubito)
allora per amor di Dio scegliamo un luogo
in cui nessuno di noi è mai stato prima.
Una qualche isola in disparte nell’Egeo
o una spiaggia nei pressi di Alessandria.

Un posto dove i giardini notturni non ci portino
subito a vedere noi stessi
come fantasmi, dove la gente scorgendoci
non finisca per pensare
a chi è morto dopo il nostro ultimo incontro
e dove non compariamo nelle loro storie.

Potremo passare la notte insieme
a bere, a parlare di nulla
e magari remare sul mare al chiaro di luna
e se non ci venisse in mente di annegarci
potremo separarci prima dell’alba
felici, prima di essere tornati sobri.

– Se dunque esiste un posto così
(cosa di cui come ho detto dubito)
un posto in cui persino certi tardi sprazzi di sole
e i profumi di certi alberi notturni
di tanto in tanto non ci ricordino che abbiamo provato
tutto questo tante volte prima, senza successo.

Oppure lasciamo perdere l’idea di incontrarci.

Henrik Nordbrandt

(Traduzione di Bruno Berni)

da “Vicinanze”, in “Il nostro amore è come Bisanzio”, Donzelli Editore, 2000

∗∗∗

Brev

Hvis vi en dag skulle finde på at mødes
(hvilket jeg i grunden tvivler på)
så lad os da for Guds skyld vælge et sted
hvor ingen af os har været før.
En eller anden forlagt ø i Ægæerhavet
eller en strand nær Alexandria.
Et sted, hvis natlige haver ikke straks
får os til at opleve os selv
som spøgelser, hvor folk ved synet af os
ikke straks kommer til at tænke
på den som døde siden vi sidst sås
og hvor vi ikke optræder i deres historier.
Vi kunne tilbringe natten sammen
med at drikke, tale om ingenting
og måske ro ud på havet i måneskinnet
og hvis vi ikke fandt på at drukne os
skilles lige inden solopgang
lykkelige, inden vi var blevet ædru.
– Hvis der altså findes et sådant sted
(hvilket jeg som sagt tvivler på)
et sted hvor selv visse sene solstrejf
og visse natlige træers dufte
ikke nu og da minder os om at vi har forsøgt
alt dette så mange gange før, uden held.
Ellers lad os opgive tanken om at mødes.

Henrik Nordbrandt

da “Omgivelser”, Copenhagen: Gyldendal, 1972

 

Tutto il mondo è vedovo… – Amelia Rosselli

Amelia Rosselli, foto di Dino Ignani

         

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora
tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo
è vero se è vero che tua cammini ancora, tutto il
mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi
dalla tua nascita e l’importanza del nuovo giorno
non è che notte per la tua distanza. Cieca sono
chè tu cammini ancora! cieca sono che tu cammini
e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.

Amelia Rosselli

da “Variazioni Belliche”, 1960-1961, in “Amelia Rosselli, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2002

 

Sirena – Giorgio Caproni

Giorgio Caproni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia città dagli amori in salita,
Genova mia di mare tutta scale
e, su dal porto, risucchi di vita
viva fino a raggiungere il crinale
di lamiera dei tetti, ora con quale
spinta nel petto, qui dove è finita
in piombo la parola, jodio e sale
rivibra sulla punta delle dita
che sui tasti mi dolgono?… Oh il carbone
a Di Negro celeste! oh la sirena
marittima, la notte quando appena
l’occhio s’è chiuso, e nel cuore la pena
del futuro s’è aperta col bandone
scosso di soprassalto da un portone!

195…

Giorgio Caproni

da “Il passaggio d’Enea” (1943- 1955), in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

La malattia dell’olmo – Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

 

 

 

 

 

 

 

 

Se ti importa che ancora sia estate
eccoti in riva al fiume l’albero squamarsi
delle foglie più deboli: roseogialli
petali di fiori sconosciuti
– e a futura memoria i sempreverdi
immobili.

Ma più importa che la gente cammini in allegria
che corra al fiume la città e un gabbiano
avventuratosi sin qua si sfogli
in un lampo di candore.

Guidami tu, stella variabile, fin che puoi…

– e il giorno fonde le rive in miele e oro
le rifonde in un buio oleoso
fino al pullulare delle luci.
                                                Scocca
da quel formicolio
un atomo ronzante, a colpo
sicuro mi centra
dove più punge e brucia.

Vienmi vicino, parlami, tenerezza,
– dico voltandomi a una
vita fino a ieri a me prossima
oggi così lontana – scaccia
da me questo spino molesto,
la memoria:
non si sfama mai.

È fatto – mormora in risposta
nell’ultimo chiaro
quell’ombra – adesso dormi, riposa.

                                                                   Mi hai
tolto l’aculeo, non
il suo fuoco – sospiro abbandonandomi a lei
in sogno con lei precipitando già.

Vittorio Sereni

da “Stella variabile”, Garzanti, 1981