Un autunno come quello – Giuseppe Conte

Domenico Tattoli, Autumn Leaves

 

Dammi un autunno come quello
degli alberi cedui, mia vita.
Il tremolio glorioso e tintinnante
di una luce superstite e infinita,
di esistere ancora la voglia,
il sogno di essere il sole che fa ogni foglia
prima della caduta.

Giuseppe Conte

da “Ferite e rifioriture”, “Lo Specchio” Mondadori, 2006

Miraggi – Piero Bigongiari

Photo by Antonio Maria Fantetti

 

Sono io che ho creduto di non averti
mentre mi guardavi nel più profondo del cuore
coi tuoi occhi poco esperti di abissi.
Sono io che non ho reso i tuoi sguardi
alla loro innocenza, li ho tenuti
prigionieri, nascosti, fissi dentro
di me.

                       Ah! tu capissi quanta luce
spandono in fondo a quei penetrali.
Mentre altri sguardi volano con ali
felici chissà dove, troppo alti,
e si fondono, luce con la luce,
qui nel fondo di me c’è un abisso
scintillante di quanto hai visto in me.

Io ti prego, perdona il carceriere
del tuo notturno splendore. Se è
amore quello che non sa risolversi
a rendere al sole i suoi raggi,
è più tuo l’amore che incoraggi
e che non tutto sia restituito
dei suoi insostenibili miraggi.

È il fondo oscuro in cui il tuo sguardo brilla
come un diamante puro. I ritardi
− o sono io già te, se tu mi guardi? −,
i miei ritardi forse si giustificano
dinanzi alla misura imperscrutabile
della velocità di quella luce.
Ne trattengo le stigmate qui abbasso
perché non so quel raggio ove conduce
in quel suo mirabile stoccaggio
della felicità nell’universo.
Ti ricordi a Patrasso, appena scesi
dal traghetto, come splendeva il sasso
della riva e lo stesso mio andare
alla deriva in un raggio perfetto?
Era il tuo sguardo perso che fioriva
nell’azzurro e sfioriva? Era il sussurro,
quello, non soltanto di una riva.
Solo se all’impossibile tu chiedi
aiuto, forse qualcosa arriva.
Nessuno sguardo su chi è ferito
rimane muto. Per questo ti scrivo
con questo inchiostro intriso nel tuo raggio.
Cerca un viso. Lo trova? È un miraggio?

Piero Bigongiari

24-25 maggio 1995

da “Residui del viaggio”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

«Stringo una mano d’aria, eppure è calda» – Maria Luisa Spaziani

Trude Fleischmann, Tilly Losch-James, 1932

 

Stringo una mano d’aria, eppure è calda,
mi sveste tutta, entro in sintonia
con frequenze di onde celesti. Una nuvola
basta per inventare il tuo profilo.

Manca all’appello qualche senso. Manca
un profumo silvano di pelle. Mi avverte
però l’angelo muto di fermarmi.
“Quanto ti è giunto è molto. Ora ti basti”.

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Mondadori, Milano, 2002

Senza risposta – Luciano Erba

Edward Weston, A stunning portrait, 1921

 

Ti ha portata novembre. Quanti mesi
durerà la dolceamara
vicenda di due sguardi, di due voci?
Se io avessi una leggenda tutta scritta
direi che questo tempo che ci sfiora
ci appartiene da sempre. Ma non sono
che un uomo fra mille e centomila
ma non sei
che una donna portata da novembre
e un mese dona e un altro ci saccheggia.
Sei una donna
che adesso tiene un naufrago impaziente
dimmi tu
sei scoglio
o continente?

Luciano Erba

1950

da “Si passano le stagioni”, Interlinea Edizioni, Novara, 2002

L’avevo fatto nascere… – Angela Botta

René Magritte, La Mémoire, 1948

 

L’avevo fatto nascere,
come si fa nascere l’amore.
Era freddo per aver troppo atteso,
troppo aveva voluto.
Un libro bruciato giaceva nel fondo
dolce sparava alla mia sete,
alla potenza della mia dispersa voce.
Troppo sangue mi dissero.
Eppure era finito da tanto
il tempo degli aironi,
della giovinezza delle violente rose.
Saliva dagli occhi il tuo pensiero
e mi coglieva attonita
mentre disperdevo la bocca
e i denti per l’ultimo respiro.
E ti amavo a bordo del nulla
perché nulla eri.
Eri solo il mio sguardo
che inseguiva me ancora in vita.

Angela Botta

Testo inedito, 21/06/2016

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