«Mi spingo oltre il dolore» – Antonella Anedda

Foto di Katia Chausheva

 

Mi spingo oltre il dolore
dove nessuno sospetta che si soffra
in una zona di pelle mai colpita
cupa come l’avambraccio
o molata dall’osso come il gomito.
Striscio piano con l’anima coperta da scaglie rosso-grigie
per sostenere i rovi e lasciare a terra
il sangue minimo. Un passo − sono paziente −
e il corpo ha imparato a frusciare dentro l’erba.

Da molto lontano − da un’alba di ottobre
da un oggetto mosso nella sabbia del lago
viene ciò che la pena contempla: un paesaggio
dove non si può dormire.
Era una lunga immagine
il mormorio di un brivido.
Troppo tardi si compone l’astuzia di ogni sera
fingere che il mio braccio sia il tuo
che stringa la mia mano
di nuovo, senza pace.

Antonella Anedda

da “Notti di pace occidentale”, Donzelli Poesia, 1999

Isola – Pierluigi Cappello

Foto di Danilo De Marco

 

Padre, io a te
io inchiodato a te su questo scoglio
divino che conosci la tua alba
e allacci la tua potenza al fulmine
da questo culmine di spasimo
io vinto mando a te
vincitore di padri
la prora disorientata delle mie parole.
Concedi a coloro che erano ciechi
e a dismisura adesso vedono,
rotto il sigillo della fiamma,
l’ustione della carezza, il fragore
del pugno, ora che sanno
il tossico del palmo e delle nocche
ed è notte, profonda notte
a occidente di ogni immaginare
ora che le iridi conoscono
le costellazioni del dolore e del piacere;
concedi loro di sopportare
per ogni ciglio sospeso alle tenebre
al tramonto di ogni palpebra sfinita
la pronuncia dell’alba e del crepuscolo
e il rombo immenso, che sale dall’uomo.

Pierluigi Cappello

da “Assetto di volo. Poesie 1992-2005”, Crocetti Editore, 2006

«Non ho mai capito se io fossi» – Eugenio Montale

Amedeo Modigliani, Donna con vestito scozzese, 1916, collezione privata

5

Non ho mai capito se io fossi
il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me.
Per gli altri no, eri un insetto miope
smarrito nel blabla
dell’alta società. Erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di esser visti anche al buio e smascherati
da un tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello.

Eugenio Montale

da “Xenia I”, in “Satura. 1962-1970”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971

Granisce nel suo apice oro-brace – Mario Luzi

Roberto Nespola, Perugia, agosto 2020

 

Granisce nel suo apice oro-brace
lei maturità
di fruge allo zenith dell’anno;
                                                                        flagra,
azzurro e suoi barbagli,
luglio, la gremita pigna
a picco sulla voragine.
                                                                         Siamo,
coro di cicale,
                                                              presi
noi pure in quell’ardore,
ci tiene
                                           la celestiale fabbrica
impaniati nel suo miele,
racchiusi nei suoi stampi.
Forse
nemmeno lo vorremmo, eppure
ci informa di sé, di sé ci brucia
estate la consustaziata carne,
ci mette nelle arterie luce,
ne espelle opacità,
tossici –
                                          o nuda
creatura che divampi
e canti il tuo plenario assenso
a non sai che – lo sa
però il tuo canto, lo reca in sé.

Mario Luzi

da “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999

È qui, o dove? – Piero Bigongiari

Foto di René Groebli

 

L’amore, questo esotico miraggio
del segreto… Sei inquieto
per così poco?

                            Sii discreto, cuore,
sii discreto se vedi quel suo raggio
stillare nello sguardo misterioso
della creatura a cui hai dato un nome
o l’hai appena sospirato e già
è il sospiro lucente del creato.

È il mistero che estrai da te stesso
l’enigma che propone,
indelebile stigma sulle palme
aperte: con dolcezza ti accarezzano.

È sull’inerte che qualcosa piove
di quel raggio di sole. Quali prove,
quali altre prove ancora chiedi?

                                                                 Guarda
con altrettanta dolcezza quello che non vedi.

Piero Bigongiari

da “È qui, o dove?”, in “Dove finiscono le tracce”, (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996