Il dono – Ada Negri

Hans Brasen, Morgenhilsen and Solnedgand

 

Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d’anno in anno da te attesi, o vita,
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto) non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: — È oggi —
ad ogni giorno che tramonta io dico:
— Sarà domani. — Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita.

Ada Negri

da “Il dono”, A. Mondadori Editore, 1936

Il tuo miracolo, amore – Giuseppe Conte

Andrew Wyeth, Dogwood, 1981

 

Come si allungano le ore
di luce, come è ingordo Febbraio
di oro torbido e di vita
allo stato nascente
di rami germinanti dal niente
su cui si apriranno dei fiori
dicendoci che è possibile riavere
dal niente forme, profumi, colori.
È questo il tuo miracolo, Amore,
questa violenta volontà di essere
materia che si agita e si muove
e si piega e si mescola e confonde,
l’energia marina del vento,
l’energia aerea delle onde.
È questo il tuo miracolo, Amore,
lo spirito che entra nelle cose
che popola il vuoto di mimose
come fa sui viali liguri Febbraio.

Giuseppe Conte

9 febbraio 2000

da “Ferite e rifioriture”, “Lo Specchio” Mondadori, 2006

I gesti del lavoro – Fabio Pusterla

Mark Seliger, Portrait of Merce Cunningham, 2009

 

E poi talvolta dai gesti opachi del lavoro
scivola fuori il motivo di una danza.

Allora le mani accarezzano l’aria
le braccia diventano i rami di un melo che si aprono
verso la luce, e salutano qualcosa.

E gli altri sono qui, tutti qui insieme:
tutti nel gesto, tutti nel movimento
di una mano che attraversa ere biologiche,
stringe una sabbia lontanissima,
un cacciavite, un martello, un amo, una lama di selce,
la pelle tiepida di un animale scomparso,
un sasso caldo di fuoco,
un sesso vivo.

Allora è grano, semi di cereali, vento
che muove i passi, e canta: sotto i piedi
ci sono le grandi pianure, le pietre bianche
di strade bianche di strade che portano al mare,
feste di stagione.

Allora seguo le oche selvatiche, i branchi di pesci,
so tutti gli odori del bosco, i percorsi dell’acqua,
risalgo la schiena d’erba delle montagne,
le valli del cielo.

Perché talvolta dai poveri gesti del mio lavoro
scivola fuori il motivo di una danza.

Allora non ho più peso, e sono libero
in fondo al mio segreto quotidiano.

E se la luce si fa più lontana
ne custodisco l’assenza.

Fabio Pusterla

da “Corpo stellare”, Milano, Marcos y Marcos, 2010

«Non ho un bicchiere d’acqua» – Valerio Magrelli

Mayumi Terada, View of Moon and Bottle, 2007

 

Non ho un bicchiere d’acqua
sopra il letto:
ho questo quaderno.
A volte ci segno parole nel buio
e il giorno che segue le trova
deformate dalla luce e mute.
Sono oggetti notturni
posati ad asciugare,
che nel sole s’incrinano
e scoppiano. Restano pezzi sparsi,
povere ceramiche del sonno
che colmano la pagina.
È il cimitero del pensiero
che si raccoglie tra le mie mani.

Valerio Magrelli

da “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1989

«Tutta la perfezione» – Cesare Pavese

Cléo de Mérode, ca 1903

     

     Tutta la perfezione
è nel sogno della tua danza, ballerina bruna.
Come l’ignaro slancio primitivo
delle cose piú belle.
     Muovi come un grande sorriso
dolcissimo e vivo,
ma profondo, raccolto
in un’intensità che stordisce
nella spontaneità meravigliosa
dei fiori delle nubi e della gioia
di tutte le cose.
     Anche quando esprimi il dolore
nei movimenti stanchi
e negli occhi assenti,
sempre
il tuo corpo vibrante nel tuo viso
è il grido ignaro,
modulato nel ritmo,
della gioia fremente del tuo sogno.
     O giovanissima
che forse inconsciamente
crei tanto splendore,
io ti seguo cogli occhi, perdutamente,
vivificando nello slancio ignaro
di questa tua vita di sogno,
l’agonia disperata
della mia anima delusa
pazza e stanca di sforzi
anelanti verso l’alto,
devastata d’amore
e di ali rabbiose
contenute e schiacciate
in un buio fremente.
     Un’agonia atroce
come di chi già stremato
debba ancora avanzare.
    E dimentico in te
il mio lento morire.
     Anch’io o giovanissima
ho scelto nella mia vita
di creare per gli uomini il mio sogno
e gettarlo nel mondo.
     Ma è un tremendo dolore
che mi làcera l’anima
lento e febbrile
e me ne lascia in volto
le traccie disperate.
     Io sovente barcollo:
dinanzi alla tua gioia
non sono, o danzatrice,
che una pallida cosa in rovina.
    E un amore segreto
come tutte le cose piú belle
mi distrugge per te.
     E per la mia abbiezione,
per la tua, per tutto il dolore,
talvolta mi soffoca l’anima,
mi accascia nel buio;
ed io non sono piú, non sono piú.
     Ma a tratti mi accende
brividi intensi al cuore
e mi riarde mi soffoca di gioia
il pensiero che sopra tutto il fango,
sopra la morte,
quelle poche parole disperate
ch’escono limpide dal mio dolore,
sono le stesse che tu esprimi,
e non ti conoscerò mai,
nel rapimento ignaro
della verginità del tuo sogno.

Cesare Pavese

[2 gennaio 1928]

da “Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998