Lo smeraldo – Luigi H. Perfetti

Foto di Luigi H. Perfetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non mi importa
che la strada sia lunga
o se faccia freddo,
buio di ferite,
o silenzio pieno di vergogna.
Voglio vederti
ancora vicino al duomo,
ascoltarti mentre sto
per addormentarmi.
E non solo dentro di me.

Non mi importa
che la strada sia lunga
se la tua voce ritorna.
Se di nuovo
quella meraviglia
nella stretta mia
dei fianchi tuoi
odo vibrare
come anemone di mare
al passaggio repentino
di un pesce.

Non mi importa
esser vissuto
nel disonore
o nel vizio.
Nessuno ora vede
quanta gioia e quanta luce
ho trattenuto
per il più caro
e incomparabile,
questo smeraldo.

Che la strada sia lunga
e alla fine tu sia lì.
Come nel principio.

«Dunque non ti ho detto addio» – Chandra Livia Candiani

Foto di Patty Maher

 

Dunque non ti ho detto addio
amica mia mia amica
e ora visiti le stanze
con andatura lieve
meno di una danza.
Sei aria che sorride,
che mi circonda amorosa
il buio tra le spalle,
sei soffio sul viso
tutta sorriso sei,
e sole insieme
guardiamo le foglie
piovere nel vento
della città operosa.
Sospesa per entrambe
l’indaffarata corsa
verso le infinite misture
del nulla,
lo abitiamo con pazienza:
i suoni che non giungono,
quelli già giunti e poi svaniti
sono nostra
costante compagnia,
che importa quello che si è detto,
è cosí bruciante ora
accoglierci senza tocco
nel telefono che non suona
nel messaggio che non arriva.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

Dall’Olanda – Vittorio Sereni

Jacob Olie, Lauriergracht, Amsterdam, 1891

Amsterdam

A portarmi fu il caso tra le nove
e le dieci d’una domenica mattina
svoltando a un ponte, uno dei tanti, a destra
lungo il semigelo d’un canale. E non
questa è la casa, ma soltanto
– mille volte già vista –
sul cartello dimesso: «Casa di Anna Frank».

Disse piú tardi il mio compagno: quella
di Anna Frank non dev’essere, non è
privilegiata memoria. Ce ne furono tanti
che crollarono per sola fame
senza il tempo di scriverlo.
Lei, è vero, lo scrisse.
Ma a ogni svolta a ogni ponte lungo ogni canale
continuavo a cercarla senza trovarla piú
ritrovandola sempre.
Per questo è una e insondabile Amsterdam
nei suoi tre quattro variabili elementi
che fonde in tante unità ricorrenti, nei suoi
tre quattro fradici o acerbi colori
che quanto è grande il suo spazio perpetua,
anima che s’irraggia ferma e limpida
su migliaia d’altri volti, germe
dovunque e germoglio di Anna Frank.
Per questo è sui suoi canali vertiginosa Amsterdam.

L’interprete

«Adesso tornano. Floridi, chiassosi
pieni zeppi di valuta.
Sono buoni clienti, non si possono respingere.
Informazioni, quante vogliono.
Non una parola di piú. Non si tratta
di rappresaglia o rancore.
Ma d’inflessibile memoria».

Volendam

Qui acqua cent’anni fa
– ripeteva la guida Federico –
oggi polder.
                      Vita
tra polder e diga, qui c’è posto
per la procreazione solamente
e la difesa dalla morte. Questo
dicono le facce arrossate dal freddo
fuori dalla messa cattolica
a Volendam, la nenia
del vento volubile tra i terrapieni.
L’amore è di dopo, è dei figli
ed è piú grande. Impara.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Me ne vado, ti lascio nella sera… – Pier Paolo Pasolini

Dino Pedriali, Pier Paolo Pasolini

                               

                                         
VI

Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea

che al quartiere in penombra si rapprende.
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
intorno, e, più lontano, lo riaccende

di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco

e assoluto. E senti come in quei lontani
esseri che, in vita, gridano, ridono,
in quei loro veicoli, in quei grami

caseggiati dove si consuma l’infido
ed espansivo dono dell’esistenza –
quella vita non è che un brivido;

corporea, collettiva presenza;
senti il mancare di ogni religione
vera; non vita, ma sopravvivenza

– forse più lieta della vita – come
d’un popolo di animali, nel cui arcano
orgasmo non ci sia altra passione

che per l’operare quotidiano:
umile fervore cui dà un senso di festa
l’umile corruzione. Quanto più è vano

– in questo vuoto della storia, in questa
ronzante pausa in cui la vita tace –
ogni ideale, meglio è manifesta

la stupenda, adusta sensualità
quasi alessandrina, che tutto minia
e impuramente accende, quando qua

nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
il mondo, nella penombra, rientrando
in vuote piazze, in scorate officine…

Già si accendono i lumi, costellando
Via Zabaglia, Via Franklin, l’intero
Testaccio, disadorno tra il suo grande

lurido monte, i lungoteveri, il nero
fondale, oltre il fiume, che Monteverde
ammassa o sfuma invisibile sul cielo.

Diademi di lumi che si perdono,
smaglianti, e freddi di tristezza
quasi marina… Manca poco alla cena;

brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d’operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,

verso il monte che cela in mezzo a sterri
fradici e mucchi secchi d’immondizia
nell’ombra, rintanate zoccolette

che aspettano irose sopra la sporcizia
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo

a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti

di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa

vespertina; e scrosciano le saracinesche
dei garages di schianto, gioiosamente,
se il buio ha resa serena la sera,

e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
il vento che cade in tremiti di bufera,
è ben dolce, benché radendo i capellacci

e i tufi del Macello, vi si imbeva
di sangue marcio, e per ogni dove
agiti rifiuti e odore di miseria.

È un brusio la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno: a godersi

eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce… Ma io, con il cuore cosciente

di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?

Pier Paolo Pasolini

1954

da “Le ceneri di Gramsci”, Garzanti, Milano, 1957

«C’è una dolcezza giù nella vita» – Giuseppe Conte

Édouard Boubat, Paris, Pont Des Arts, 1990

IX

C’è una dolcezza giù nella vita
che non cambierei con niente

di ciò che appartiene al cielo.
È quando chissà da che, perché cominciano

fra due bocche estranee sino ad allora
i miracoli tiepidi d’aurora

dei baci.

Giuseppe Conte

da “Canti di Yusuf Abdel Nur”, in  “Canti d’Oriente e d’Occidente”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997