Canone IV – Cristina Campo

 

Il Tremendo, conoscendone l’animo
pieghevole come il salice al vento dell’idolatria,
trasfuso ch’ebbe nella divina icone
il suo indicibile sguardo sugli uomini,
volle talora sottilmente provarne
l’antico occhio di carne,
un lampo trasfondendo della suprema Maschera
in un volto di carne:
centro celato nel cerchio, essenza nella presenza,
lido inafferrabilmente coperto e riscoperto
della Somiglianza, fermo orizzonte dell’Immagine,
all’incrocio del tempo e dell’eterno,
là dove la Bellezza,
la Bellezza a doppia lama, la delicata,
la micidiale, è posta
tra l’altero dolore e la santa umiliazione,
il barbaglio salvifico e
l’ustione,
per la vivente, efficace separazione
di spirito e anima, di midolla e giuntura,
di passione e parola…
                                          O quanto ci sei duro
Maestro e Signore! Con quanti denti il tuo amore
ci morde! Ciò che dal tuo temibile
pollice luminoso è segnato
– spazio ducale tra due sopraccigli, emisferi
cristallini di tempie, sguardi senza patria quaggiù,
silenzi più remoti dell’uranico vento –
ancora e ancora, scoperta e riscoperta
la tua Cifra per ogni angolo della terra, per ogni angolo
dell’anima da te è gettata, da te è scagliata:
a testimoniare, a ferire,
a insolubilmente saldare
a inguaribilmente separare.

Cristina Campo

da “Poesie Sparse”, in “Cristina Campo, La Tigre Assenza”, Adelphi Edizioni, 1991

Oltre il dopo – Eugenio De Signoribus

Leonardo Di Caprio in The Basketball Diaries

 

 

 

 

 

 

 

XII

Guardandosi, avvertono che sanno di più delle loro
sembianze. Essi hanno ripercorso tutto il male
del genere adulto. E ora lo lasciano come un abito
da smettere per sempre.
Se lo avvolgi a una pietra, questa sanguina.
Come si può fare perché non abbia radici?
Qualcuno ha brividi, qualcuno vomita ancora al solo
pensiero di ciò che è stato. Qualcuno piange
in silenzio: sa che ci furono vite esemplari,
minime e massime, mai mancanti all’appello della propria
coscienza… ma non sono bastate a fermare i crescenti
barbari e la pronta moltitudine degli asserviti, i draghi
delle finanze e i nuovi capi incarniti in quei corpi
numerici, indifferenti vaticini di morte…
(All’improvviso, egli rivede il bianco lenzuolo coprire
il volto di suo padre e pare di colpo un albero scosso
da un’interna bufera: il pianto dirotto fatto persona)

Eugenio De Signoribus

da “Cruna filiale”, in “Trinità dell’esodo”, Garzanti, 2011

«Sono quello che non ha valigie da portare» – Roberto Deidier

Walker Evans, Dressing Stand with Mirror Reflection of Bed, 1930

 

Sono quello che non ha valigie da portare,
File che m’attendono, biglietti da mostrare.

Sono quello che ogni volta resta a terra,
Guardandoti andare, senza voltarti.

Non ho malinconia per me
E non ti penso rifacendo la strada.

Ma c’è un dolore nella tua casa vuota
Dove piano risuonano altri passi,
C’è un dolore, un riverbero
Che batte sul letto ricomposto
E c’è qualcuno che riordina in silenzio
Con la stessa nostra discrezione
Dei non visti, usciti di nascosto.

Roberto Deidier

da “Solstizio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

«Non ho che questi versi da intrecciarti» – Roberto Deidier

Luigi Ghirri, Modena, 1970, dalla serie “Kodachrome”

XIII

Non ho che questi versi da intrecciarti.
Stasera il fondo urbano s’è rappreso
In un murale senza proporzione
Come un secolo storto, come un fiore
Rimasto a galleggiare sull’oceano.
Da un palazzo si affaccia un volto enorme
Ma non può minacciarti ed è incompiuto.
La mezzanotte è soltanto un’illusione.
Mentre aspetto in questa casa sottile
Sono il guardiano che nascosto compie
L’ultima ronda e incauto già s’avverte
Oltre la porta di sentirti ancora
Diteggiare il morse d’una poesia.
Per te m’inventerei un alfabeto,
Ma arriva solo un suono di sirena.
M’accosto al legno scuro, nell’occhiello
Ti chiedo a voce bassa di tornare.

Roberto Deidier

da “Solstizio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

Notte – Giorgio Caproni

Brassaï, Paris de nuit

 

Una chitarra chi accorda in un bar
(in un bar nella nebbia) mentre illune
transita sulla terra ancora un tram
verso l’una di notte? Nel barlume
torbo di quel fanale che si sfa
col mio cuore fra i platani, ahi l’agrume
d’unghie che slentano e slargano là
nel raggelo gli accordi!… Dove il fiume
sciacqua e sullo sterrato che non sa
né di mare né d’erba alza il sentore
vuoto dell’acqua, perché in un tremore
lumescente di vetri la città
nelle tenebre un soffio sperde, e muore
tra i lenti accordi quel gelido tram?

Giorgio Caproni

1946.

da “Il «Terzo libro» e altre cose”, Einaudi, Torino, 1968