Mattino – Cesare Pavese

Édouard Boubat, Lella, France, 1949

 

La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.

Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.

Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l’impregna
e un sapore di frutto marino vivo.

Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.

Cesare Pavese

[9-18 agosto 1940]

da “Le poesie aggiunte”, in “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

«Essere tanto vivi quanto ti appartiene vivere» – Pierluigi Cappello

 

Essere tanto vivi quanto ti appartiene vivere,
dai boschetti di un lago scuro
si sono levati in volo, adesso li vedi,
neri contro il cielo grigio, favoriti;
si sono slegati dalla bocca della terra umida
per appartenere all’aria, vengono da lì
e nessuno può imitarli. Neanche
un solo pensiero, neanche leggende cantate
a misura di fuoco si alzano così e scaldano,
metti le mani in tasca, i milioni di anni
un poco alla volta evoluti.
E dopo passi e guardi i tuoi piedi
premere la terra nera
e il cielo è vuoto, nei secoli.

Pierluigi Cappello

Tolmezzo, agosto 2017

da “Un prato in pendio”, Rizzoli, 2018

«Subito si cuce questo niente da dire» – Mariangela Gualtieri

Foto di Jonas Hafner

 

Subito si cuce questo niente da dire
ad una voce che batte. Vuole
palpitare ancora, forte, forte forte
dire sono – sono qui – e sentire che c’è
fra stella e ramo e piuma e pelo e mano
un unico danzare approfondito, e dialogo
di particelle mai assopite, mai morte mai finite.

Siamo questo traslare cambiare posto e nome.

Siamo un essere qui, perenne navigare
di sostanze da nome a nome. Siamo.

Mariangela Gualtieri

da “Quando non morivo”, Einaudi, Torino, 2019

«La memoria insiste» – Maurizio Cucchi

Giorgio Morandi, Natura morta, 1960

a Sandro Martini

La memoria insiste
sul legno abraso e opaco
dove la mano, nel tempo,
briciola su briciola, minima, invisibile,
ha eroso d’affetto il suo colore, il rosso,
il rosso umano dell’attrezzo.
In queste fruste teche barocche,
resiste l’attrezzo antico, povero
come la mano attiva. Povero e enorme
come la macchina meccanica
nobile e astrusa, cieco ordigno
che ruota e lavora la piazza.
Le cose, vedi, si nutrono di noi, ci assorbono
nelle crepe e nei cunicoli
sfaldati del colore, nelle ditate
che macchiano un po’ l’impugnatura,
la vernice. Ci assorbono, le cose,
nei pori pazienti. Ma oggi
di meno, sempre meno, perché
siamo altrove, schermati. Ricordi
il cordaio di Roma, il vasaio del Nilo?
L’oggetto, avvilito,
non ha più da noi il suo nome,
né senso di terra e di cuore.
Ci è accanto remoto. Così,
senza traccia né attrito, ci siamo
estraniati, ci siamo un po’ persi
in questa identità pulviscolare.

Maurizio Cucchi

da “Vite pulviscolari”, “Lo Specchio” Mondadori, 2009

Il vegetale – Sandro Penna

Raffaele Belliazzi, Il riposo

 

Lasciato ho gli animali con le loro
mille mutevoli inutili forme.
Respiro accanto a te, ora che annotta,
purpureo fiore sconosciuto: assai
meglio mi parli che le loro voci.
Dormi fra le tue verdi immense foglie,
purpureo fiore sconosciuto, vivo
come il lieve fanciullo che ho lasciato
dormire, un giorno, abbandonato all’erbe.

Sandro Penna

da “Poesie (1927-1938)”, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1987