Come chi, ferito – Giancarlo Pontiggia

Dipinto di Odilon Redon

 

Come chi, ferito
a morte dalla vita, dalla storia, all’improvviso
si sveglia, è un mattino di luce che tripudia
nell’anfora – scura, severa –
delle stanze, vede
il celeste del tempo che spiove
da un pertugio di persiana, è la polvere
del mondo che si accende, si sperpera
in baluginii di ambra
com’è dolce, pensa, il fiore
neghittoso dell’esistere, e si siede,
contempla
la teoria semplice delle cose, le sue,
che furono, una per una – lumi ombre disfatte –
sospese
nella loro formula di caso
e di ordine,

e ride

Giancarlo Pontiggia

da “Il moto delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2017

Estate – Cesare Pavese

Foto di Jonas Hafner

 

C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

Cesare Pavese

[3-10 settembre 1940]

da “Lavorare stanca”, 1936-1943, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Ai mitomani – Valentino Zeichen

 

Ai mitomani
versatili nell’ermeneutica
assai più che nell’aeronautica,
converrebbe mettere in funzione
i miti più semplici e far
decollare il tappeto volante,
senza vedervi l’antesignano dell’aereo
poiché tale visione evolutiva
è più consona agli storicisti.

∗∗∗

Come frecce scoccate
da un ludico arciere
che non ha sempre
per mira un bersaglio, bensì
la bellezza d’una traiettoria,
sorvoliamo lo spazio degli anni.
Nella permanenza in volo
ci viene meno l’orientamento,
siamo oggetto di lanci sbagliati
e privi di verosimile obiettivo.
Dove, dove cadremo?
così senza onore.

∗∗∗

Sul radar dello stagno
il fanciullo guerriero contempla
la propagazione dei cerchi
intervallati da centenari
dopo che un sasso caduto
molti millenni prima
ha dato origine
alla crescita del tempo;
albero d’acqua.

Valentino Zeichen

da “Museo interiore”, Guanda, Parma, 1987

Aiace – Lucio Mariani

Kaveh Hosseini, Vagueness

muoio disonorato cosí
davanti ai Greci
Sofocle, Aiace (v.440)

Sera d’estate. Salendo lungo l’erta
il passo rischia insidie ad ogni tratto
mentre lenti fendiamo due sipari
di querce e mirti, lecci e faggi in branchi
scolpiti come coltri d’ombra fitta.
E finalmente
le stanche vene arrivano
sul culmine di Tuscolo.

Sotto sguardi coperti dalle stelle
brulica larga Roma che s’accende
in fiammelle di luci fino al mare.

Muovendo accorti sopra al basolato
traversiamo l’orchestra del teatro
per sistemarci sulla gradinata
dove forse sedette il pensatore
che rintracciò la fonte del coraggio¹
nella contemptio mortis dolorisque.
Giunta notte, qui va a rappresentarsi
la tragedia di Aiace Telamonio.

Vicenda della fine d’un eroe
quale altro mai si mosse verso Troia
fra tutti i Greci dalla lunga chioma²
                                       nati da umani.
Il gigante dallo scudo invincibile
forte come ferro temprato,
                                  Aiace
baluardo degli Achei dai gambali di bronzo
che scosse l’asta dalla lunga ombra
                              affamata di carne
contro Ettore, domatore di cavalli
frantumando il suo scudo con un masso
e arrestandosi sol perché alla notte
bisognava obbedire.
Ma nel delirio della sua possanza
                              il Telamonio
ebbe il torto di osare e profferire
parole di superbo, grave orgoglio
nei confronti di Atena
                                    figlia di Zeus
e un rio disegno contro il suo valore.
Disegno che, nel rifiutargli
le invitte armi di Achille,
lo condusse a vendetta dell’affronto
per cieche indegnità nella follia
spingendolo a confondere le bestie
con i Greci da uccidere
                                    e cosí
facendo strage di montoni e buoi.
Affondato nei poveri animali
l’oltraggio al proprio onore
tornò Aiace finalmente al senno
e oltre non volle sopportare l’onta
confidando al silenzio
il suo finale intento senza scampo
“Aiace, nel nome che mi dettero – ahi! ahi! –
già era presagio della sofferenza.
Mi odiano gli dèi, l’esercito dei Greci
e m’odia Troia. Ombra mia luce
tenebra splendente, prendimi nel tuo regno
vieni e prendimi.
Accorri morte mia guardami in petto.
Anche laggiú con te potrò parlare”.

 

                                             Poi fermo
non raccogliendo il pianto di Tecmessa
si gettò sulla spada infissa a terra
e spegnendo la vita affrontò l’Ade.
                                          E finí
l’uomo d’animo indomabile
cui sarebbe spettata ogni altra gloria

spinto invece su quel percorso osceno
che solo il bronzo poté riscattare.

I grandi eroi sono il miglior bersaglio
dei voleri immanenti e ineludibili.
Pur se ognuno di noi viventi in terra
s’aggira da fantasma, ombra leggera
esposta ad ogni colpo degli eventi.
Poiché mai si è profeti del futuro
dal fato non sperare di proteggerti
se riso o pianto sono opera sua.

Questo raccontò Sofocle ad Atene
                                   emozionata
una sera dei secoli che furono.
Per quella amara fine
patiamo ancora adesso
noi misere creature del momento
quando il grande racconto ci conferma
che nessuna pietà coglierà mai
preghiere contrastate dal destino
e ogni lacrima si sperderà al vento.

Nulla è di nuovo al mondo
né agli insulti del tempo. Mentre muti
abbandoniamo Aiace
                                  nel suo onore perduto
e dal pendio scendiamo verso il chiosco,
ritorniamo fra giorni senza eroi
alle nostre ore spente
del povero viaggio che ci resta.

Lucio Mariani

Tuscolo, Argentario, 18-23/8/2010

da “Canti di Ripa Grande”, Crocetti Editore, 2013

¹ È la virtus nella filosofia stoica che Cicerone cosí descrive: “Viri autem propria maxima est fortitudo, cuius munera duo maxima sunt, mortis dolorisque contemptio” (È infatti la gagliardia propria dell’uomo nel suo grado piú alto; e i suoi massimi attributi sono la noncuranza del dolore e della morte).
² Da qua prendono le mosse e si succedono citazioni tratte dal testo omerico e da quello sofocleo, sia reinterpretate sia riportate fedelmente.

Lo scandalo del contraddirmi… – Pier Paolo Pasolini

Dino Pedriali, Pier Paolo Pasolini

                                               

                                    IV

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell’estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia…

Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto

ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante

dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

Pier Paolo Pasolini

1954

da “Le ceneri di Gramsci”, Garzanti, Milano, 1957