«Ho pensato i tuoi occhi» – Michele Mari

Frances Mortimer, Reflection, Paris, 1950s

 

Ho pensato i tuoi occhi
cosí tante volte
che alla fine il pensiero
mi è rimbalzato addosso
e non ho piú avuto un gesto
che non fosse riflesso
dal tuo sguardo

Questo dirò a discolpa
quando dovrò spiegare
perché della mia vita
ho fatto cosa aliena
                                     e complicata

Michele Mari

da “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, Einaudi, Torino, 2007

Il resto manca – Bartolo Cattafi

Foto di Peter Stackpole

 

Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piedi divide
cetera desunt…. cetera desunt…
parole sul frontone d’un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.

Bartolo Cattafi

da “Tenebra e azzurro”, in “L’aria secca del fuoco”, Mondadori, 1971

Inno terzo – Piero Bigongiari

Foto di Noell S. Oszvald

 

Basta un uccellino posato sopra un’altana
e silenzioso che ti guardi come un aerolito
picchiettando col capino
a dirti che il mondo è piú grande della tua immaginazione,
piú lontano, piú attento: piú vicino.

Esplora il vento, cede, vede terra
verde e acqua torbida la rondine
che s’avvita al suo volo.
                                            Tu vicino
alla sua libertà ma qui con me
che pensi, che pensiero han queste pietre
nel tuo destino, gli ireos che nel vaso
sul tavolino sembrano volare
nella penombra?
                               La rondine è ferma,
erma della sua vita tra due venti,
e la rapina è in corso, nulla esplora
piú della sua fermezza questa ancóra
per un istante in equilibrio scelta
perduta, questo andarsene dei rami
a terra nella giravolta in volo…

Cosí si attacca il cuore a quel che ha visto
in sogno, in cielo, nel suo stesso sangue,
cosí, veduto, tutto è il suo contrario:
è vero, in terra, è l’arrossire primo
del figlio che correndo, da lontano
t’apre le braccia, sangue rattenuto
in pelle dalle lacrime.
                                        Anche il sangue
raggiorna in una stilla dolorosa
offerta a tutto quello che l’attornia
e lo tramanda equanime, il dolore
è solo moto, e resistenza al moto,
di questa luce spinta tra colori
diversi, che tra le diverse cose
fruga attenta, incisiva, anche festante
d’essere già diversa da quel ch’era
come la cagna che non ha padrone
annusa l’uno o l’altro, entra ed esce
di bottega in bottega ed attraversa
scodinzolando in tralice la strada:
luce certa, immutabile, hanno detto
i poeti, io direi meglio raminga…

Quello ch’è stato, questo impallidire
lo rinnova, non lo ripete, rondine
mentre cadi avvitata sulla gabbia
che una povera via cittadina
rallegra del suo pettirosso arguto
a un tratto ora col muto passeggero.

Piero Bigongiari

maggio – 2 giugno ’61

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

La guerra – Giovanni Raboni

Foto di André Kertész

 

Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso, marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
cosí dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello piú grande, piú sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figli, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato fra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, cosí povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.

Giovanni Raboni

da “A tanto caro sangue”, (1956-1987), in “Tutte le poesie”, Einaudi, Torino, 2014

«Mi adagio nel mattino» – Sandro Penna

Kees van Dongen, “Primavera”, 1908, San Pietroburgo, Hermitage

 

Mi adagio nel mattino
di primavera. Sento
nascere in me scomposte
aurore. Io non so più
se muoio o pure nasco.

Sandro Penna

da “Poesie giovanili ritrovate”, 1927-1936, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1987