Itaca – Alexandros Panagulis

Alexandros Panagulis e Oriana Fallaci

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando sbarcasti a Itaca
che tristezza avrai provato, Ulisse!
Altra vita avevi dinanzi
perché arrivare tanto presto?

Senza più scopo restavi
da grande diventavi piccolo
“Se Itaca fosse più lontana”
credo che tu mormorassi
e una nuova Itaca non volesti cercare
per paura di giungere
anche là troppo presto

Dovevi cercare all’inizio
un’Itaca tutta diversa
un’Itaca bella e lontana
che a raggiungerla
non ci prova un uomo soltanto

Questa non era la tua
perché tu solo la desideravi
se fu vista da tanti così bella
il merito è d’Omero.

Aléxandros ‘Alékos’ Panagulis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da “Vi scrivo da un carcere in Grecia”, a cura di Oriana Fallaci e Pier Paolo Pasolini, Rizzoli, 1974

∗∗∗

Ἰθάκη

Ὀδυσσέα σἂν βγῆκες στήν Ἰθάκη
τίδυστυχία θἂνιωσες
Ἀφού κί ἂλλη ζωή μπροστά σου εἲχες
γιατί τόσο νωρίς να φτάσεις;

Χωρίς σκοπό ἒμεινες πιά
ἀπό μεγάλος ἒγινες μικρός
«Πιό μακρυνή ἂς εἲταν ἡ Ἰθάκη»
πιστεύω πῶς ψιθύρισες
καί πῶς δέ θέλησες
καινούργια πιά Ἰθάκη νά ζητήσεις
γιατί φοβήθηκες
πῶς καί σ’ αὐτή νωρίς θά φτάσεις

Άπ’ τήν ἀρχή ἒπρεπε
ἀλλιώτικη Ἰθάκη να ζητοῦσες
Ἰθάκη ὂμορφη καί μακρυνή
πού νά τή φτάσει
δέν ζητᾶ μονάχα ἓνας

Τέτοια δέν εἲταν ἡ δική σου
ἀφοῦ μονάχος τήν ποθοῦσες
κί  ἂν ὂμορφη τήν εἶδαν οἱ πολλοί
στήν πέννα ἑνός Ὁμήρου τό χρωστάει.

Αλέξανδρος Παναγούλης

da “Μέσα από φυλακή σᾶς γράφω στην”, Ελλάδα, 1974

Odissea (Proemio) – Nikos Kazantzakis

Nikos Kazantzakis

 

Sole, grande astro orientale, berretto d’oro della mente,
che amo portare di traverso, ho voglia di giocare,
perché gioiscano i cuori finché siamo entrambi vivi.
È buona questa terra, ci piace, come l’uva riccia
che pende nell’aria azzurra e oscilla nel piovasco,
Dio, la beccano gli spiriti e gli uccelli del vento;
pilucchiamola anche noi, che ci rinfreschi la mente!
Tra le mie tempie che pulsano, dentro il grande tino,
pigio i grappoli turgidi, il mosto ribolle fiero,
e la mia testa ride e fuma al culmine del giorno.
È la terra che spiega le vele, o il cervello freme
e la Necessità occhi neri intona ebbra il canto?
Sopra di me il cielo ardente, sotto, il mio ventre sfiora
come una gabbianella la schiuma fresca delle onde;
le nari colme di salsedine, i flutti sulla schiena
battono e vanno rapidi, e vado anch’io con loro.
Sole, grandissimo sole, che dall’alto contempli tutto,
vedo il berretto marino del Distruttore di fortezze;
diamogli un calcio per gioco, vediamo fin dove arriva!
Vedi, il Tempo ha i suoi cicli, e il Destino ha ruote,
e la mente dell’uomo, seduta in alto, le fa girare.
Su, diamo un calcio alla terra, facciamola ruzzolare!
Sole, occhio vivido malizioso, fulgido segugio,
stana e insegui la preda che amo, e riferiscimi
quello che vedi nel mondo, dimmi cos’hai sentito;
lo passerò nella fucina segreta del mio cuore,
e piano, col riso e con il gioco, con la carezza fonda,
pietre, acqua, fuoco e terra diventeranno spirito;
l’anima dolce dalle ali di fango lascerà il corpo,
e come una fiamma serena si perderà nel sole!
Avete ben banchettato, amici, sulla festosa riva,
danze e risa, pizzichi di baci, lenti conversari,
la festa in voi si è compiuta, si è persa nella carne;
ma in me fermenta il vino e la carne si fa spirito,
dal mare sorge un canto che mi getterà al suolo;
voglio intonare una canzone, fratelli, fate spazio!
Ah, la festa è molto grande e il luogo troppo angusto,
fatemi spazio per distendermi, spazio per respirare,
per allungare le braccia e lanciare in alto i piedi,
perché la vertigine non ferisca le vostre spose e i figli.
quello che vedi nel mondo, dimmi cos’hai sentito;
lo passerò nella fucina segreta del mio cuore,
e piano, col riso e con il gioco, con la carezza fonda,
pietre, acqua, fuoco e terra diventeranno spirito;
l’anima dolce dalle ali di fango lascerà il corpo,
e come una fiamma serena si perderà nel sole!
Avete ben banchettato, amici, sulla festosa riva,
danze e risa, pizzichi di baci, lenti conversari,
la festa in voi si è compiuta, si è persa nella carne;
ma in me fermenta il vino e la carne si fa spirito,
dal mare sorge un canto che mi getterà al suolo;
voglio intonare una canzone, fratelli, fate spazio!
Ah, la festa è molto grande e il luogo troppo angusto,
fatemi spazio per distendermi, spazio per respirare,
per allungare le braccia e lanciare in alto i piedi,
perché la vertigine non ferisca le vostre spose e i figli.
è un canto altero e solitario che nel vento muore!
Bevete l’acqua amara di Lete, schiaritevi la mente,
dimenticate le vostre pene e gli ignobili profitti,
ritrovate il cuore fragile e vergine di un bimbo;
il cervello sia un ramo in fiore su cui canta l’usignolo!
Vegliardi, urlate forte, che vi rispuntino i denti,
i capelli si anneriscano, la mente impazzi ancora!
Giuro sul nostro signore Sole, sulla regina Luna:
è un sogno fallace la vecchiaia, fantasia la morte,
tutti artifici dell’anima, giocattoli della mente,
sono un meltemi soave che soffia e schiude le tempie;
il lieve sogno di un sogno che ha generato il mondo;
assoggettiamo il mondo, amici, con il nostro canto!
Compagni di viaggio, ai remi, arriva il Capitano;
madri, date il seno ai neonati perché non piangano!
Coraggio! Prestatemi ascolto, e bando alle amarezze,
narro i tormenti e le passioni del famoso Ulisse!

Nikos Kazantzakis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Odissea”, Crocetti Editore, 2020

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UN SEGUITO MODERNO DI OMERO¹
La lingua greca è bella
come la Elena di Omero.
N. KAZANTZAKIS
L’Odissea di Nikos Kazantzakis è la prosecuzione ideale dell’epos omerico. È un’opera fluviale, proteiforme, poliedrica, straordinariamente complessa e visionaria, che l’autore cretese considerava il suo opus magnum, e nella quale profuse tutte le sue energie fisiche e intellettuali.
È animata da un fuoco e da una passione ideali che ricordano la Commedia dantesca (che Kazantzakis ha integralmente tradotto in greco), il Kalevala e Il Signore degli anelli. È un viaggio negli abissi dell’anima umana e del suo bisogno di conoscenza, un omaggio ai grandi personaggi della storia, dal Cristo al Buddha, a grandi filosofi come Nietzsche e Bergson, che di Kazantzakis furono maestri. Ma è soprattutto un monumento immortale alla lingua greca, alla sua storia e civiltà trimillenarie, alla sua poesia, mitologia e filosofia, alle sue ballate e ai canti popolari. È un inno alla vita e un’esortazione al perseguimento e alla conquista della libertà assoluta, individuale e collettiva. È, infine, un’Arca di Noè linguistica dei suoi dialetti, delle sue tradizioni, delle parole dei pastori, dei contadini e dei pescatori di Creta e delle isole dell’Egeo, di anziani analfabeti che usano ancora i termini di Omero.
Anche se molto di ciò va fatalmente perso nella traduzione, resta il disegno ambizioso e fantastico di un autore tra i maggiori dell’età moderna, con il suo sorprendente miscuglio di elementi: utopia visionaria, passione per l’avventura, per l’esplorazione e la conoscenza, per la lotta contro la tirannia e le idee illiberali e oscurantiste, in nome di un mondo più giusto e dell’affrancamento dalla schiavitù e dalla paura della morte; il tutto pervaso da un fortissimo empito lirico, da un robusto afflato spirituale e dalla ricerca inesausta e ossessiva di Dio.
Kazantzakis vi lavorò per tredici anni e mezzo, dal 1925 al 1938, riscrivendola sette volte, fino a darle la forma definitiva cui ambiva: il numero “sacro” di 33.333 versi – quasi tre volte l’Odissea di Omero – suddivisi in 24 canti, uno per ciascuna lettera dell’alfabeto greco. Il numero tre è per lui “sacro” sia per il suo legame con la terzina dantesca, sia perché è lo schema triadico della filosofia hegeliana: tesi, antitesi, sintesi.
Il metro è il decaeptasillabo giambico, inusitato per la letteratura neogreca, che per tradizione predilige il verso politico, o decapentasillabo. Kazantzakis optò per questo nuovo metro perché convinto che rendesse al meglio l’esametro di Omero e perché rispondeva “alla fluttuazione del suo sangue”. Farà la stessa scelta quando, anni dopo, tradurrà entrambi i poemi omerici assieme al filologo Ioannis Kakridìs.
Le innovazioni di Kazantzakis non si limitano alla metrica: egli utilizza una serie di forme ortografiche, sintattiche e lessicali rivoluzionarie per la Grecia dei primi decenni del secolo scorso. Per esempio, sostituisce la complicata accentazione del greco, risalente all’epoca bizantina, con un unico accento tonico (la medesima scelta verrà fatta ufficialmente in tutta la Grecia nel 1982, con l’adozione del sistema monotonico oggi in uso) e fa parlare il suo Ulisse, che nelle opere letterarie si esprimeva fino ad allora nella katharèvusa (la lingua dotta dei letterati), in un greco popolare, la dimotikì, la lingua demotica, per la quale Kazantzakis nutriva un amore che sconfinava nell’ossessione. Per comprendere la radicalità di tali scelte, basterà ricordare che sulla questione della lingua in Grecia non solo si erano accapigliati a lungo studiosi e intellettuali, ma i fautori delle due lingue avevano dato vita a moti di piazza in cui era scorso il sangue, e illustri docenti erano stati deposti dalle cattedre.
Per parare le critiche di chi avrebbe potuto accusarlo (e molti lo fecero) di voler sfidare Omero, l’autore cretese intitola il suo poema ΟΔΥΣΕΙΑ (con un solo sigma), anziché ΟΔΥΣΣΕΙΑ. E per dimostrare di non avere alcuna intenzione emulatrice o di sfida, introduce subito un cambiamento rispetto al poema omerico: trascura quasi completamente Penelope, la cui immagine nella mente dell’eroe è offuscata dai diciannove anni di lontananza, e stabilisce nuovi rapporti tra Ulisse e il figlio Telemaco, il padre Laerte (del quale descrive la morte) e il suo stesso popolo, che gli si rivolta contro. Abbandona quasi del tutto anche gli dèi dell’Olimpo a beneficio di una nuova divinità ideale, e passa a occuparsi dei problemi del mondo moderno, avviando un’angosciosa analisi delle grandi questioni esistenziali dell’uomo.
L’Ulisse di Kazantzakis è radicalmente diverso non solo da quello omerico, ma da tutte le numerose trasposizioni letterarie successive. Il poeta cretese spoglia il suo eroe della veste epica e guerresca, e lo trasforma in un asceta visionario, votato alla ricerca utopica, donchisciottesca, della conoscenza e dell’“acqua immortale”, cioè della fonte dell’eterna giovinezza. Il primo traduttore dell’Οδύσεια, il grecista americano Kimon Friar, lo ha definito “un avatar dell’eroe centrifugo dell’Inferno di Dante” così come si è evoluto dalla tradizione che “da Dante conduce, attraverso Tennyson e Pascoli, ai giorni nostri”. Un avatar assetato di sapere, per il quale – come afferma l’Ulisse dantesco – né la dolcezza per il figlio né la pietà per il vecchio padre né il legittimo amore per Penelope poterono vincere l’ardore di scoprire i paesi e le virtù delle genti.
Riprendendo anche l’idea espressa da Kavafis nella celebre poesia Itaca, secondo cui l’esperienza più inestimabile dell’uomo non è l’approdo finale alla sua meta ma il viaggio stesso, Kazantzakis, nel XVI canto del suo poema, tesse un inusitato “elogio dell’infedeltà”, e fa esclamare al suo Ulisse: “Anima, la tua patria è sempre stata il viaggio!”.
L’Ulisse di Kazantzakis, infine, assomma in sé molte caratteristiche del suo creatore: è il suo ritratto filosofico, politico, morale e psicologico, un suo alter ego, quasi una sua metempsicosi.
Nicola Crocetti, dall’introduzione a “Nikos Kazantzakis, Odissea”, Crocetti Editore, 2020 

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¹Devo molta parte delle informazioni contenute in questa introduzione al testo isagogico di Kimon Friar contenuto nella sua traduzione dell’Odissea (The Odyssey. A Modern Sequel, Simon and Schuster, New York 1958) e al volume di Pandelìs Prevelakis, Kαζαντζάκης. Ο ποιητής και το ποίημα της Οδύσσειας (Kazantzakis. Il poeta e il poema dell’Odissea, Estìa, Athina 1958). Negli anni in cui traduceva l’Odissea, Kimon Friar collaborò lungamente con Kazantzakis, che gli chiarì il significato di tutti i lemmi athisàvrista (non repertati), ed è stato perciò una fonte preziosa per me come per tutti gli altri traduttori dell’Odissea. Pandelìs Prevelakis è stato uno dei migliori amici e più stretti collaboratori di Kazantzakis, oltre che il suo più accreditato biografo. (Nicola Crocetti)

Odissea (I, 1-129) – Nikos Kazantzakis

Nikos Kazantzakis

 

Dopo la strage dei Proci

Dopo che nelle ampie sale Ulisse ha sterminato
i giovani arroganti, e l’arco ormai sazio appende,
entra nel bagno caldo a lavare il possente corpo.
Due schiave versano l’acqua, ma appena vedono il padrone
strillano, perché il ventre ricciuto e le cosce fumano,
e un sangue denso e nero gli gocciola dalle mani;
le brocche di rame rotolano in terra con frastuono.
L’Errabondo ride mansueto sotto la barba crespa
e congeda le ancelle con un cenno dei sopraccigli.
Si gode a lungo il bagno tiepido, e le vene del corpo
si distendono come fiumi, si rinfrescano i lombi;
nell’acqua la grande mente si rasserena e si acquieta.
Si addolcisce, e lentamente, con oli profumati,
unge i lunghi capelli e il corpo rinsecchito dal sale;
la giovinezza rifiorisce dopo l’inverno della carne.
Nella penombra odorosa, sopra i chiavelli dorati,
brillano in fila gli abiti tessuti dalla casta sposa,
ornati di navi rapide, venti impetuosi e numi;
allunga il braccio arso dal sole e con cura sceglie
la veste più fiammante e se la infila sulle spalle,
poi ancora fumante tira il chiavaccio ed esce.
Gli schiavi sono abbagliati, le travi nere per il fumo
nel palazzo paterno mandano riverberi di fiamma.
Penelope, che aspetta sul trono pallida e muta,
si volge e guarda, le ginocchia sciolte per il terrore:
“Non è questo, Dio mio, l’uomo atteso per tanti anni!
È un drago gigantesco che calpesta la mia casa!”
Il perspicace Arciere intuisce il terrore oscuro
della misera donna, e al proprio cuore gonfio sussurra:
“Mio cuore, questa è la donna che per anni ha atteso
che le aprissi le ginocchia e con lei godessi il pianto,
è la donna per cui smaniavi lottando contro i mari,
contro i numi e le voci gravi della mente immortale!”
Così dice, ma il cuore non sobbalza nel petto virile.
Gli sale di nuovo alle nari il bollore della strage,
rivede ancora la moglie avvinta ai corpi giovani,
e lo sguardo acuto si vela; sarebbe mancato poco
che nella foga del massacro la trafiggesse con la spada.
Passa veloce, si ferma muto davanti all’ampia soglia;
il sole ardente tramonta, getta ombre azzurre e rosa
in ogni angolo della casa e sulle dispense a volta.
Al centro, il nero altare di Atena ormai sazio fuma,
nei lunghi portici ondeggiano al fresco della sera
file di schiave pallide appese con la lingua fuori.
Con sguardo calmo scruta gli occhi stellati della notte,
che cala giù dai monti con le greggi dal vello riccio;
nel petto, come un sogno cupo, stilla e si acquieta
il lungo giorno della strage e il sibilo dei dardi;
il tigre del cuore nell’ombra si lecca le labbra sazio.
Dopo la gioia del bagno, la mente è rasserenata,
non guarda indietro al sangue versato, né più ripensa
a come i suoi subdoli tranelli possano salvare
dai gravi pericoli incombenti la sua tremenda testa;
il tormentato Ulisse si gode in pace l’ora santa,
senza pensieri, fresco di bagno, sulla paterna soglia.

Nikos Kazantzakis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Nikos Kazantzakis, Odissea”, Crocetti Editore, 2020

Un vecchio sulla riva del fiume – Giorgio Seferis

Foto di Herbert List

A Nanis Patiaghiotòpulos

Ma bisogna pensare a come andiamo avanti:
ché sentire non basta, né pensare né muoversi
né rischiare alla vecchia feritoia,
quando l’olio bollente e il piombo fuso
rigano la muraglia.

Ma bisogna pensare dove andiamo,
non come vuole il nostro dolore, i nostri figli
affamati, lo iato d’un appello di compagni
dall’altra riva,
né secondo il bisbiglio della luce
illividita nell’ospedaletto,
il barbaglio di clinica
al capezzale di quel giovine operato
a mezzogiorno,
ma in qualche altra maniera. Io vorrei dire come
il lungo fiume che nasce
dai grandi laghi chiusi in fondo all’Africa
(divinità, una volta, e poi via, donatore,
giudice, delta)
sempre da sé diverso, come gli antichi dotti
insegnavano, eppure
eguale corpo sempre, letto eguale, eguale Segno,
orientamento eguale.

Voglio solo parlare semplicemente: chiedo questa grazia.
Anche il canto l’abbiamo caricato di tante
musiche, che annega a poco a poco,
e l’arte nostra tanto decorata, che il volto
n’è roso dagli orpelli.
Ora è tempo di dire le nostre poche sillabe,
perché domani l’anima fa vela.

La sofferenza è umana, ma non siamo
uomini solo per soffrire.
Perciò medito tanto, questi giorni, il grande fiume,
questo senso che incede fra erbe e macchie grame
e animali che pascono e si dissetano
e uomini che seminano e mietono
e grandi tombe e piccoli abituri di morti.
Questa corrente va per la sua strada. Non diversa
dal sangue umano
e dagli occhi degli uomini che fissano lontano
senza paura in cuore,
senza trasalimenti quotidiani per piccole faccende
o – sia pure – per grandi,
che fissano lontano come il viandante avvezzo
a misurare la sua via con gli astri,
non come noi che l’altro giorno guardavamo
il giardinetto chiuso nella casa araba addormentata,
dietro le grate, il giardinetto fresco
cangiare forma, farsi grande farsi piccolo.
Cangiavamo, a misura dello sguardo,
anche noi la figura della nostra
brama, del nostro cuore,
nello stillare del meriggio, noi, docile pasta
d’un mondo che c’incalza e che ci plasma,
impigliati alle reti sfarzose d’una vita
ch’era giusta e s’è fatta polvere ed è colata
a picco nella rena,
lasciandosi dietro soltanto
l’indefinito dondolio d’un’alta
palma, che ci ha stordito.

Giorgio Seferis

Il Cairo, 20 giugno 1942

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

(da Giornale di bordo II, 1944)

da “Giorgio Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

∗∗∗

ΕΝΑΣ ΓΕΡΟΝΤΑΣ ΣΤΗΝ ΑΚΡΟΠΟΤΑΜΙΑ
Στό Νάνη Παναγιωτόπουλο

Κι’ ὅμως πρέπει νά λογαριάσουμε πῶς πρυχωροῦμε,
Νά αἰσθάνεσαι δέ φτάνει μήτε νά σϰέπτεσοιι μήτε νά ϰινεῖσαι
μήτε νά ϰινδυνεύει τό σῶμα σου στήν παλιά πολεμίστρα,
ὅταν τό λάδι ζεματιστό ϰαί τό λειωμένο μολύβι αὐλαϰώνουνε τά τειχιά.

Κι’ ὅμως πρέπει νά λογαριάσουμε ϰατά ποῦ προχωροῦμε,
ὅχι ϰαθώς ὁ πόνος μοις τό θέλει ϰαί τά πεινϰσμένα παιδιά μοις
ϰαί τό χάσμα τῆς πρόσϰλησης τῶν συντρόφων ἀπό τό ν ἀντίπερα γιαλό·
μήτε ϰαθώς τό ψιθυρίζει τό μελανιασμένο φῶς στό πρόχειρο νοσοϰομεῖο,
τό φαρμακευτικό λαμπύρισμα στό προσκέφαλο τοῦ παλικαριοῦ ποέ χειρουργήθηκε τό μεσημέρι·
ἀλλά μέ κάποιον ἄλλο τρόπο, μπορεῖ νά θέλω νά πῶ καθώς
τό μαϰρύ ποτάμι πού βγαίνει ἀπό τίς μεγάλες λίμνες τίς ϰλειστές βαθιά στήν Ἀφριϰή
ϰαί εἴτανε ϰάποτε θεός ϰι’ ἔπειτα γένηϰε δρόμος ϰαί δωρητής ϰαί διϰαστής ϰαί δέλτα·
πού δέν εἶναι ποτές του τό ἴδιο, ϰατά πού δίδασϰαν οἱ παλαιοί γραμματισμένοι,
ϰι’ ὡστόσο μένει πάντα τό ἴδιο σῶμα, τό ἴδω στρῶμα, ϰαί τό ἴδιο Σημεῖο,
ὁ ἴδιος προσανατολισμός.

Δέ θέλω τίποτε ἄλλο παρά νά μιλήσω ἁπά νά μοῦ δοθεῖ ἐτούτη ἡ χάρη.
Γιατί ϰαί τό τραγούδι τό ῳορτώσαμε μέ τόσες μουσιϰές πού σιγά-σιγά βουλιάζει
ϰαί τήν τέχνη μας τή στολίσαμε τόσο πολύ πού φαγώθηϰε
ἀπό τά μαλάματα τό πρόσωπά της
ϰι’ εἶναι ϰαιρός νά ποῦμε τά λιγοστά μας λόγια γιατί ἡ ψυχή μας αὔριο ϰάνει πανιά.

Ἂν εἶναι ἀνθρώπινος ὁ πόνος ὃέν εἴμαστε ἄνθρωποι μόνο γιά νά πονοῦμε
γι’ αὐτό συλλογίζομαι τόσο πολύ, τοῦτες τίς μέρες, τό μεγάλο ποτάμι
αὐτό τό νόημα πού προχωρεῖ ἀνάμεσα σέ βότανα ϰαί σέ χόρτα
ϰαί ζωντανά πού βόσϰουν ϰαί ξεό ιψοῦν ια’ ἀνθρώπους πού σπέρνουν ϰαί πού θερίζουν
ϰαί σέ μεγάλους τάφους ἀϰόμη ϰαί μιϰρές ϰατοιϰίες τῶν νεϰρῷν.
Αὐτό τό ρέμα πού τραβάει τό δρόμο του ϰαί πού δέν εἶναι τόσο διαφορετιϰό ἀπό τό αἷμα τῶν ἀνθρώπων
ϰι’ ἀπό τά μάτια τῶν ἀνθρώπων ὅταν ϰοιτάζουν ἴσια-πέρα χωρίς τό φόβο μές στήν ϰαρδιά τους,
χωρίς τήν ϰαθημερινή τρεμούλα γιά τά μιϰροπράματα ἢ ἔστω ϰαί γιά τά μεγάλα·
ὅταν ϰοιτάζουν ἴσια-πέρα ϰαθώς ὁ στρατοϰόπος πού συνήθισε ν’ ἀναμετρᾶ τό δρόμο του μέ τ’ ἄστρα,
ὄχι ὅπως ἐμεῖς, τήν ἄλλη μέρα, ϰοιτάζοντας τό ϰλειστό περιβόλι στό ϰοιμισμένο ἀράπιϰο σπίτι,
πίσω ἀπό τά ϰαφασωτά, τό δροσερό περιβολάϰι ν’ ἀλλάζεμ
σχῆμα, νά μεγαλώνει ϰαί νᾶ μιϰραίνει·
ἀλλάζοντας ϰαθώς ϰοιτάζαμε, ϰι’ ἐμεῖς, τό σχῆμα τοῦ πόθου μας ϰαί τῆς ϰαρδιᾶς μοις,
στή στάλα τοῦ μεσημεριοῦ, ἐμεῖς τό ὑπομονετιϰό ζυμάρι ἑνός ϰόσμου πού μᾶς διώχνει ϰαί πού μᾶς πλάθει,
πιασμένοι στά πλουμισμένα δίχτυα μιᾶς ζωῆς πού εἴτανε σωστή ϰι’ ἕγινε σϰόνη ϰαί βούλιαξε μέσα στήν ἄμμο
ἀφήνοντας πίσω της μονάχα ἐϰεῖνο τό ἀπροσδιόριστο λίϰνισμα πού μᾶς ζάλισε μιᾶς ἀψηλῆς φοινιϰιᾶς.

Γιώργος Σεφέρης

Κάῖρο, 20 Ἰουνίου 1942

da “ Ἡμερολόγιο ϰαταστρώματος, Β’”, 1944

Come Endimione – Odisseas Elitis

Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson, Le Sommeil d’Endymion, 1791, Musée du Louvre

 

Dolci vallate ha il sonno proprio come
La vita del mondo di sopra. Con chiesette che pascolano vento nel prato
Che senza sosta ruminano fino a diventare dipinti
Cancellandosi l’un l’altra in cadenze plagali. Talvolta
Vanno in giro due o tre lune. Presto però scompaiono
La bellezza là dove rimase immobile perdura come un altro corpo celeste
La materia non ha età. Sa soltanto cambiare. Che si prenda dall’inizio
O dalla fine. Con calma corre avanti il ritorno e tu lo segui con apparente indifferenza
Ma intanto tiri la cima in una baia solitaria del mare Mirtoo
E neppure un albero di olivo è assente
Ah Mare come tutto si rinnova non appena ti svegli!
Da bambini quante carezze e come ci giocavamo i genitori ai cinque sassi!
Guarda quale scompiglio solleva nella calma lo Scirocco del sonno e come la divide in due!
Da una parte mi sveglio e piango per i giocattoli che mi portarono via
E dall’altra dormo
Nel momento in cui Elefterios se ne va e la Ionia si perde
Appena si distingue una collinetta con dolci avvallamenti piena di erba riccia
E di fronte massicci contrafforti
Dove proteggerti da ogni eventualità; mentre esuli api
Ronzano a sciami e una nonna nel pescato della sventura riesce
a tirar fuori dai suoi pochi ori figli e nipoti
Scaricato da un fianco ti rotola e t’ignora il pericolo
Che tu stesso una volta hai voluto ignorare
Questo certamente nelle bugie dell’abito che indossi senza rivoltare la fodera
Là dove le macchie si toccarono con le monete d’oro
Come il profano con il sacro
                                                   È strano
Viviamo in modo così incomprensibile ma ci aggrappiamo a questo
Piccola verde colomba bacio del basilico che ti ho dato sul mio letto
E nei miei scritti tre e quattro venti sgrammaticati
Da disorientare i mari ma
Con intelletto e conoscenza ogni imbarcazione segua la sua rotta
Vacillano i fatti e alla fine cadono anche prima degli uomini
Ma l’oscurità non ha la lanterna antivento
Dove è Mileto dove è Pergamo dove Attalia e dove
Costan Costantino Costantinopoli?
Tra mille sonni solo uno è il risveglio ma per sempre.

Artemide Artemide reggi per me il cane della luna
Morde un cipresso e stanno in ansia gli Eterni
Dorme più profondamente chi è intriso di Storia
Avanti accendila con un fiammifero come fosse alcol
                                                                                                   Solo Poesia è
Quello che rimane. Poesia. Giusta essenziale e retta
Come forse l’hanno immaginata le prime due creature
Giusta nell’asprezza del giardino e infallibile nel tempo.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “A occidente del dolore”, 1995, in “Odisseas Elitis, È presto ancora”, Donzelli Poesia, 2011

***

ΩΣ ΕΝΔΥΜΙΩΝ

Ἁπαλές κοιλάδες ἔχει ὁ ὕπνος ἀκριβῶς ὅπως
Καί ἡ ἐπάνω ζωή. Μ’ ἐκκλησάκια πού βόσκουν σέ χορτάρι ἐμπρός ἀέρα
Πού ὁλοένα μηρυκάζουν ὥοπου νά γίνουν ζαηραφιές
Ἡ μιά τήν ἄλλη σβήνοντας σέ πλάγιον ἦχο. Κάποτε
Περιοδεύουν δύο ἢ τρία φεγγάρια. Γρήγορα ὅμως χάνονται
Ἡ ὀμορφιά κεῖ πού ἀκινήτησε διαρκεῖ σάν ἄλλο οὐράνιο σῶμα
Ἡ ὕλη ἡλικία δέν ἔχει. Μόνον ν’ ἀλλάξει ξέοει. Θές πάρ’ την ἀπό τήν ἀρχή
Θές ἀπ’ τό τέλος. Ήρέμα κυλάει ἐμποός ἡ ἐπιστροφή κι ἐσύ τήν παρακολουθεῖς δῆθεν ἀδιάφορος
Τραβᾶς ὡστόσο τό σχοινί σ’ ὅρμο Μυρτῶον ἔρμο
Δίχως οὔτ’ ἕνα ἐλαιόδεντρο νά σοῦ ἀπουσιάσει
Ἂχ Θάλασσα πάνω πού ξυπνᾶς πῶς ξανακαινουριώινονται ὄλα!
Μικροί πῶς χαїδευτήκαμε καί παίξαμε πεντόβολο τά γονικά μας!
Γιά δές τί σηκωμό οηκώνει μές στ’ ἀτάραχα ὁ Σιρόκος ὁ ὓπνιος· καί πῶς στά δύο τά χωρίζει!
Ἀπό τή μιά μεριά ξυπνῶ καί κλαίω γιά τά πού μοῦ ἐπάρθηκαν ἀθύρματα
Καί ἀπό τήν ἄλλη κοιμοῦμαι
Τή στιγμή πού ὁ Ἐλευθέριος φεύγει καί ἡ Ἰωνία χάνεται
Μόλις πού διακρίνεται λοφίσκος μ’ ἁπαλά κοῖλα γεμάτος σγουρά χλοΐσματα
Κι ἀντικρύ ἀντερείσματα σκληρά
Πού νά φυλάγεσαι ἀπ’ ὅλα τά ἐνδεχόμενα· ἐνῶ πρόσφυγες μέλισσες
Κατά σμήνη βομβοῦν καί μιά γιαγιά μές στ’ ἁλιεύματα τῆς δυστυχίας βρίσκει
Νά βγάλει ἀπό τά λίγα της χρυσαφικά παιδιά κι ἐγγόνια

Ξεφόραιηον κι ἀπ’ τό ἕνα πλάι σέ κυλάει ὁ κίνδυνος καί ἀγνοεῖ
Πού σύ ὁ ἴδιος κάποτε θέλησες νά τόν ἀγνοήσεις
Αὐτά βέβαια στά ψέματιι τοῦ ρούχου πού φορᾶς δίχως τή φόδρα του ν’ ἀναποδογυρίσεις
Κεῖ πού ἀγγιχτήκιινε οἱ μουτζοῦρες μέ τά χρυσά νομίσματα
Ὅπως τά βδελυρά μέ τ’ ἅγια
                                               Παράξενο εἶναι
Πόσο ἀκατανόητα ζοῦμε ἀλλ’ ἀπ’ αὐτό κρεμόμαστε
Χλωρό περιστεράπι τοῦ βασιλικοῦ φιλί πού σοῦ ’δωσα ἐπάνω στό κρεβάτι μου
Καί στά γραφτά μου τρεῖς καί τέσσερις ἀνέμους ἀνορθάγραφους
Νά ζαλιστοῦν τά πέλαγα ὅμως
Γεμάτο νοῦ καί γνώση ν’ ἀκολουθεῖ τό δρόμο του κάθε πλεούμενο
Ταλαντεύονται τα γεγονότα καί στό τέλος πέφτουν πρίν κι ἀπό τούς ἀνθρώπους
Ἀλλά φανό θυέλλης ὁέν ἔχει τό σκοτάδι
Ποῦ ’ναι ἡ Μίλητος ποῦ εἶναι ἡ Πέργαμος ποῦ ἡ Ἀττάλεια καί ποῦ
Ἡ Κωνσταν Κωνσταντινο ντινοπολίς;
Στούς χίλιους ὕπνους ἕνας βγαίνει ὁ ξυηνητός ἀλλά γιά πάντοτε.

Ἄρτεμις Ἄρτεμις κράτα μου τόν σκύλο τῆς σελήνης
Δαγκώνει κυπαρίσσι καί ἀνησυχοῦν οἱ Αἰὼνιοι
Κοιμᾶται πιό βαθιά κεῖνος πού ἔχει περιβραχεῖ ἀπ’ τήν Ἱστορία
Μηρός μ’ ἕνα σπίρω ἂς τήν ἀνάψεις σάν οἰνόπνευμα
                                                                              Ποίηση μόνον εἶναι
Κεῖνο πού ἀπομένει. Ποίηση. Δίκαιη καί οὐσιαοτική κι εὐθεία
Ὅπως μπορεῖ καί νά τή φαντασθῆκαν οἱ πρωτόπλιιστοι
Δίκαιη ατά οτυφά τοῦ κήπου καί στό ρολόι ἀλιίθητεη.

Οδυσσέας Ελύτης

da “Δυτικά της λύπης”, Ίκαρος, Αθήνα, 1995