La Bellezza – Yves Bonnefoy

 

Sono bella, o mortali,
Come un sogno di pietra? No, non è
Questo triste assenso che mi aspetto da voi.
Il bambino piange sul sentiero e lo dimentico,

Sono la bellezza
Solo perché stuzzico il vostro sogno?
No, ho in fondo a me degli occhi spalancati,
Io sono nascosta, spaventata, sono pronta

A scagliarmi in avanti, a graffiare,
O a fare la morta se sento
Che la mia causa è persa nei vostri sguardi.

Chiedetemi di essere più del mondo.
Patite che io non sia che questo corpo inerte,
Curatemi con i vostri auspici, con i vostri ricordi.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “L’ora presente”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

∗∗∗

La Beauté

Suis-je belle, ô mortels,
Comme un rêve de pierre? Non, ce n’est pas
Ce triste assentiment que j’attends de vous.
L’enfant pleure sur le chemin et je l’oublie,

Ne suis-je la beauté
Que parce que je flatte votre rêve?
Non, j’ai au fond de moi des yeux grand ouverts,
Je suis tapie, effrayée, je suis prête

À me jeter en avant, à griffer,
Ou à faire la morte si je sens
Que ma cause est perdue dans vos regards.

Demandez-moi d’être plus que le monde.
Souffrez que je ne sois que ce corps inerte,
Pansez-moi de vos vœux, de vos souvenirs.

Yves Bonnefoy

da “L’heure présente”, Mercure de France, 2011

Estate di notte – Yves Bonnefoy

I

Mi sembra, stasera,
Che più vasto il cielo stellato
A noi si avvicini; e la notte
sia dietro tanti fuochi meno oscura.

Splendono anche le fronde sotto le fronde,
Si è ravvivato il verde, e l’arancio dei frutti maturi,
Lume d’angelo prossimo; un bàttito
D’occulta luce coglie l’albero universale.

A me sembra, stasera,
Che siamo entrati nel giardino, e l’angelo
Ne ha richiuso le porte senza ritorno.

II

Vascello di un’estate,
E tu come alla prua, come si chiude il tempo,
Sciorinando stoffe dipinte, sussurrando.

In quel sogno di maggio
L’eternità saliva tra i frutti dell’albero
E io ti offrivo il frutto che fa illimitato
L’albero senz’angoscia né morte, di un mondo condiviso.

Vagano i morti lontano al deserto di schiuma,
Non c’è deserto più se tutto è in noi,
Non c’è più morte, se le mie labbra sfiorano
L’acqua di una similitudine diffusa sul mare.

Oh sufficienza dell’estate, io t’ebbi pura
Come l’acqua mutata dalla stella, come un fruscìo
Di schiuma sotto i passi dove risale della sabbia
Un chiarore a benedire i nostri corpi senza luce.

III

Il movimento
Ci era apparso la colpa, ed erravamo
Nell’immoto come sotto la carena
Oscilla e non oscilla il fogliame dei morti.

Io ti dicevo la mia polena a prua
Felice, indifferente, che conduce
A occhi semichiusi il vascello di vivere,
Ne sogna il sogno, profonda è la sua pace, e s’inarca
Sul tagliamare ove pulsa l’antico amore.

Sorridente, discolorata, primigenia,
Il riflesso per sempre di una immobile stella
Nel gesto mortale.
Amata, nel fogliame del mare.

IV

Terra armata a salpare,
Guarda,
È la tua polena,
Chiazzata di rosso.

La stella, l’acqua, il sonno
Hanno consunto la spalla nuda
Che fremeva, e si piega
A Oriente ove gela il cuore.

L’olio assorto ha regnato
Sul corpo dalle ombre fluenti,
Tuttavia ella china la nuca
Come si pesa l’anima dei morti.

V

Giunto quasi l’istante
In cui non c’è più giorno, non più notte,
Tanto si è ingrandita la stella a benedire questo
Corpo bruno e ridente, illimitato,
Acqua che scorre senza chimera.

Le fragili mani terrestri scioglieranno
Il nodo triste
Dei sogni.
Il chiarore protetto poserà
Sulla distesa delle acque.

La stella ama la schiuma, e brucerà
Nella veste grigia.

VI

Fu a lungo estate. Un’immobile stella
Dominava l’avvicendarsi del sole. L’estate di notte
Recava l’estate di giorno nelle mani di luce.
Noi parlavamo a bassa voce, in fogliame di notte.

La stella indifferente; e la polena; e il chiaro
Cammino dall’una all’altra in acque e cieli calmi.
Ciò che è si moveva come un vascello che scivola
E vira, e la sua anima più non sa nella notte.

VII

Non avevamo forse l’estate da valicare, come un largo
Oceano immoto, e io semplice, steso
Sugli occhi e la bocca e l’anima della prua,
amando l’estate, bevendo i tuoi occhi senza ricordi,

Non ero forse il sogno dalle pupille assenti
Che prende e non prende, e solo vuol serbare
Del tuo colore d’estate l’azzurro di una pietra
Diversa per un’estate più vasta, dove niente ha fine?

VIII

Ma la tua spalla si làcera tra gli alberi,
Cielo stellato, e la tua bocca cerca
Il respiro dei fiumi terrestri per vivere
Fra noi la tua desiderante inquieta notte.

Oh nostra ancora immagine,
Tu rechi vicino al cuore la stessa ferita,
La stessa luce in cui uno stesso ferro fruga.

Dividiti, tu che sei assenza e le sue maree.
Accoglici, il nostro è sapore di frutti che cadono,
Confondici sulle tue vuote spiagge nella schiuma
Coi i relitti dei legni della morte,

Albero dai rami di notte sempre duplici, sempre.

IX

Acque del dormiente, albero d’assenza, ore senza approdo,
Nella vostra eternità sta per finire una notte.
Come nomineremo quest’altro giorno, anima mia,
Questo rosseggiare più basso, mischiato a sabbia nera?

Nelle acque del dormiente si offuscano le luci.
Un linguaggio si crea, che divide il chiaro
Rigoglio delle stelle nella schiuma.
Ed è quasi il risveglio, è già la rimembranza.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Pietra scritta”, 1965, in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Poesia in nove parti eterostrofica ed eterometrica.
I: il titolo è l’inversione del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare (Naughton 1984, p. 113). È significativo che nel testo l’Autore ricorra al pronome personale «nous», alternandolo al «je», segno che sta alludendo a un’esperienza amoroso-iniziatica, quella di una «nuova condivisione, e più libera» (Jackson 1978, p. 288). Ne è scenario un cielo serale luminoso, vicino e in espansione (la reiterazione dei due termini di etimologia identica «Se rapproche» v. 3, e «ange proche», v. 7); gli intensi cromatismi (v. 6) e la presenza sia dell’angelo che del «jardin» collocano il testo in un’atmosfera prossima a quella della Genesi (per un’uscita dal giardino si vedano invece i successivi Une variante de la sortie du jardin e Une autre variante, LCA). Il «sans retour» finale dà l’idea della fiducia assoluta e della risolutezza in essa riposta. Ma a chi parla di «giardino idilliaco»  e di «paradiso primordiale» (C. Andreucci, Le paysage que de Pierre écrite, Favre 1986, p. 229), Bonnefoy replica: «l’esperienza del giardino [dell’Eden] mi sembra quasi assente dal libro» ( Discussione, ivi, p. 247).
II: l’atmosfera idilliaca ancor più si precisa qui nella dimensione del sogno (v. 4) e del dono che espande la natura («illimite l’arbre, v. 6) e scopre quello che J. Thélot definisce «il paesaggio immaginario» della raccolta: «la costellazione pietra-foglie-mare-schiuma in cui la persona sviluppa per la prima volta in modo manifesto le sue mani e i suoi occhi, intercessori della condivisione e dell’incontro. Da ciò, e qui risiede il cambiamento profondo nell’opera di Yves Bonnefoy, il suo colore di gioia nuova, la venuta al giardino e la scoperta dell’amore» (1983, p. 180). La sacralità carnale dei gesti è ribadita, dopo l’apparizione dell’angelo in I, da «bénir nos corps» (v. 15), e celebra, in una notte di sogno, «una risalita del soggetto parlante e delle sue parole verso la presenza sensibile, se non anche sensuale, dell’estate, stagione decisamente d’elezione» (Pinet-Thélot 1998, p. 51).
III: i vv. 1-3 evocano vagamente l’ossimoro del titolo di DM, rafforzato anche dal successivo, al v. 4. Nella seconda strofa si evidenzia il ruolo metaforico del vascello, che sta per la vita («navire de vivre», v. 7), del suo sogno d’amore. Da rilevare due stilemi tipici: al v. 10 un verso interamente aggettivale di ritmo ternario; al v. 13 l’apposizione dell’aggettivo in apertura di verso, seguita da un lacerto nominale.
IV: ancora il ritmo ternario, stavolta nominale, al v. 5. Questo testo pare descrivere il momento successivo a un amplesso, per la nudità della spalla che «a frèmi puis se penche» (v. 7) e al calore della stretta fa seguire il raffreddarsi del cuore. Si noti il ricorrere dell’espressione metaforica dell’amata «ta figure de proue» (v.3), già in II, v. 2, poi in III, v. 5. Altro Leitmotiv quello dei «morts» in clausola, già di «le feuillage des morts» (III, v. 4), che stempera l’idillio nel ricondurlo alla sua dimensione intramondana e mortale di finitudine.
V: l’interesse del testo sta specialmente nella creazione al v. 2 di una dimensione di sospensione temporale tra giorno e notte. Ricorrono i termini «bénir», già in II, v. 15, e «Illimité» (v. 4), forma aggettivale del verbo «illimite» (II, v. 6), che espande la suggestione del corpo amato ancora caratterizzato da una triade d’aggettivi, i quali tratteggiano una progressiva estensione, che va dal monosillabico «brun» al «trisillabico «souriant», fino all’allungo tetrasillabico d’«Illimité» (vv. 3 -4) e avvince stella e schiuma in un analogo abbraccio tra cielo e terra. Saranno per l’appunto le mani terrestri a sciogliere l’inganno del sogno che esprime la metafora in præsentia concreto-astratto del v. 6.
VI: a una prima quartina di tono elegiaco-affabulatorio, che al v. 2 contiene il titolo dell’intero componimento, in un continuo alternarsi di notte e giorno, ne succede una seconda che scivola su acque chete con un moto che la reiterazione fonica della liquida “l”, delle fricative “s” e [∫], come dell’occlusiva-velare [3] connota: «CHemin de L’une à L’autre en eaux et cieLs tranquiLLes. / Tout ce qui est bougeat comme un vaisseau qui tourne / Et gLisse» (vv. 6-8).
VII: se il non-sapere di VI, v. 8, indica una deriva con implicito un senso di abbandono al moto dell’acqua, qui il testo rivela, nel suo intenso erotismo esitante «qui prend et ne prend pas» (v. 7), la tensione da eros verso un infinito e più grande e altro amore, agape, a cui Bonnefoy si mostrerà nel tempo sempre più sensibile.
VIII:
La mia proposta di lettura è, se ci si chiede chi sia qui la «stessa ferita», non avendola colta di sfuggita, di tornare alla prima strofa e di cercarvi la ferita. E la si trova: «Ma la tua spalla si làcera tra gli alberi». L’albero (dei morti) lacera il cielo con la sua “macchia nera”, simile a quella della “nostra immagine”. Vi è corrispondenza tra il cielo stellato (il bel cosmo) e l’immaginario. ( Notes d’Yves Bonnefoy cit., p. 267)
Domina un’atmosfera dai tratti vagamente decadente, per via dei frutti che cadono e dei relitti (vv. 9-11), con l’ambiguo, suggestivo finale, che nella ripetizione dell’aggettivo «doubles», non si sa se più chiasmo o anadiplosi, forse allude alla duplicità insita nell’immagine del v. 5, che ferisce la spalla a ogni «désirante nuit» (v. 4).
IX: al v. 1 si noti ancora il ritmo ternario in sequenza sostantivale seguita da complementi. Il testo fonde mirabilmente suggestioni rimbaudiane («dormeur», vv. 1 e 5, fa pensare al Dormiente nella valle) e baudelairiane («mon âme» rimanda all’apostrofe affettuosa rivolta all’amata in Una carogna, I Fiori del male, XXIX, v.1: «Rappelez-vous l’objet que nous vimes, mon âme») ed è stilema cortese. Il testo vive altresì di un’antitesi cromatica fra il paradigma dell’oscurità («nuit», «noir») e della luce del risveglio («jour», «lumières», «clair», «étoiles», «éveil»). Nell’imminenza del risveglio, che già è ricordo, appare una nota malinconica che vela l’entusiasmo della navigazione senza approdi e la riconduce alla consapevolezza del torbido (v. 5) e, come in M. Scève, del fatto che «il risveglio è uno spavento, e il senso, una vertigine» (J.-P. Attal, La quête d’Yves Bonnefoy, «Critique», XXI, 217, giugno 1965, pp. 535-44, qui p. 538). Come opportunamente scrive Finck,«se le poesie di L’été de nuit sono testi cruciali è perché, interiorizzando l’essenza a-temporale della poesia (il “sogno”), indicano anche la specificità della poesia moderna (la contestazione del “sogno”)» (1989, p. 142). (Fabio Scotto)

***

L’été de nuit

I

Il me semble, ce soir,
Que le ciel étoilé, s’élargissant,
Se rapproche de nous; et que la nuit,
Derrière tant de feux, est moins obscure.

Et le feuillage aussi brille sous le feuillage,
Le vert, et l’orangé des fruits mûrs, s’est accru,
Lampe d’un ange proche; un battement
De lumière cachée prend l’arbre universel.

Il me semble, ce soir,
Que nous sommes entrés dans le jardin, dont l’ange
A refermé les portes sans retour.

II

Navire d’un été,
Et toi comme à la proue, comme le temps s’achève,
Dépliant des étoffes peintes, parlant bas.

Dans ce rêve de mai
L’éternité montait parmi les fruits de l’arbre
Et je t’offrais le fruit qui illimite l’arbre
Sans angoisse ni mort, d’un monde partagé.

Vaguent au loin les morts au désert de l’écume,
Il n’est plus de désert puisque tout est en nous
Et il n’est plus de mort puisque mes lèvres touchent
L’eau d’une ressemblance éparse sur la mer.

Ô suffisance de l’été, je t’avais pure
Comme l’eau qu’a changée l’étoile, comme un bruit
D’écume sous nos pas d’où la blancheur du sable
Remonte pour bénir nos corps inéclairés.

III

Le mouvement
Nous était apparu la faute, et nous allions
Dans l’immobilité comme sous le navire
Bouge et ne bouge pas le feuillage des morts.

Je te disais ma figure de proue
Heureuse, indifférente, qui conduit,
Les yeux à demi clos, le navire de vivre
Et rêve comme il rêve, étant sa paix profonde,
Et s’arque sur l’étrave où bat l’antique amour.

Souriante, première, délavée,
À jamais le reflet d’une étoile immobile
Dans le geste mortel.
Aimée, dans le feuillage de la mer.

IV

Terre comme gréée,
Vois,
C’est ta figure de proue,
Tachée de rouge.

L’étoile, l’eau, le sommeil
Ont usé cette épaule nue
Qui a frémi puis se penche
À l’Orient où glace le cœur

L’huile méditante a régné
Sur son corps aux ombres qui bougent,
Et pourtant elle ploie sa nuque
Comme on pèse l’âme des morts.

V

Voici presque l’instant
Où il n’est plus de jour, plus de nuit, tant l’étoile
A grandi pour bénir ce corps brun, souriant,
Illimité, une eau qui sans chimère bouge.

Ces frêles mains terrestres dénoueront
Le nœud triste des rêves.
La clarté protégée reposera
Sur la table des eaux.

L’étoile aime l’écume, et brûlera
Dans cette robe grise.

VI

Longtemps ce fut l’été. Une étoile immobile
Dominait les soleils tournants. L’été de nuit
Portait l’été de jour dans ses mains de lumière
Et nous nous parlions bas, en feuillage de nuit.

L’étoile indifférente; et l’étrave; et le clair
Chemin de l’une à l’autre en eaux et ciels tranquilles.
Tout ce qui est bougeait comme un vaisseau qui tourne
Et glisse, et ne sait plus son âme dans la nuit.

VII

N’avions-nous pas l’été à franchir, comme un large
Océan immobile, et moi simple, couché
Sur les yeux et la bouche et l’âme de l’étrave,
Aimant l’été, buvant tes yeux sans souvenirs,

N’étais-je pas le rêve aux prunelles absentes
Qui prend et ne prend pas, et ne veut retenir
De ta couleur d’été qu’un bleu d’une autre pierre
Pour un été plus grand, où rien ne peut finir?

VIII

Mais ton épaule se déchire dans les arbres,
Ciel étoilé, et ta bouche recherche
Les fleuves respirants de la terre pour vivre
Parmi nous ta soucieuse et désirante nuit.

Ô notre image encor,
Tu portes près du cœur une même blessure,
Une même lumière où bouge un même fer.

Divise-toi, qui es l’absence et ses marées.
Accueille-nous, qui avons goût de fruits qui tombent,
Mêle-nous sur tes plages vides dans l’écume
Avec les bois d’épave de la mort,

Arbre aux rameaux de nuit doubles, doubles toujours.

IX

Eaux du dormeur, arbre d’absence, heures sans rives,
Dans votre éternité une nuit va finir.
Comment nommerons-nous cet autre jour, mon âme,
Ce plus bas rougeoiement mêlé de sable noir?

Dans les eaux du dormeur les lumières se troublent.
Un langage se fait, qui partage le clair
Buissonnement d’étoiles dans l’écume.
Et c’est presque l’éveil, déjà le souvenir.

Yves Bonnefoy

da “Pierre Écrite”, 1965, in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1977

Tristezze della luna – Charles Baudelaire

Foto di Tina Fersino

 

LXV. 

Piú pigra, questa sera, sta sognando la luna:
bellezza che su un mucchio di cuscini,
lieve e distratta, prima di dormire
accarezza il contorno dei suoi seni,

sulla serica schiena delle molli valanghe,
morente, s’abbandona a deliqui infiniti,
e volge gli occhi là dove bianche visioni
salgono nell’azzurro come fiori.

Quando su questa terra, nel suo pigro languore,
lascia che giú furtiva una lacrima fili,
un poeta adorante e al sonno ostile

nella mano raccoglie quell’umido pallore
dai riflessi iridati d’opale, e lo nasconde
lontano dagli occhi del sole, nel suo cuore.

Charles Baudelaire

(Traduzione di Giovanni Raboni)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male”,  Einaudi, Torino, 1999

***

LXV. Tristesses de la lune

Ce soir, la lune rêve avec plus de paresse;
Ainsi qu’une beauté, sur de nombreux coussins,
Qui d’une main distraite et légère caresse
Avant de s’endormir le contour de ses seins,

Sur le dos satiné des molles avalanches,
Mourante, elle se livre aux longues pâmoisons,
Et promène ses yeux sur les visions blanches
Qui montent dans l’azur comme des floraisons.

Quand parfois sur ce globe, en sa langueur oisive,
Elle laisse filer une larme furtive,
Un poète pieux, ennemi du sommeil,

Dans le creux de sa main prend cette larme pâle,
Aux reflets irisés comme un fragment d’opale,
Et la met dans son cœur loin des yeux du soleil.

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, Éditeur Auguste Poulet-Malassis, 1861

Il balcone – Charles Baudelaire

James VanDerZee, Nude by Fireplace, 1923

 

XXXVI.

Madre dei miei ricordi, unica tra le amanti.
Tu, il solo mio piacere, l’unico mio dovere!
Certo ricorderai l’incanto delle carezze,
la dolcezza del focolare il fascino delle sere,
madre dei miei ricordi, unica tra le amanti!

Le sere illuminate dall’ardere dei carboni,
e le sere al balcone, velate da vapori rosa.
Era dolce il tuo seno! generoso il tuo cuore!
Spesso ci dicevamo parole immortali
le sere illuminate dall’ardere dei carboni.

Come son belli i soli nelle calde serate!
Lo spazio è più profondo! è più possente il cuore!
Chinandomi su di te, regina delle adorate,
credevo di respirare l’essenza del tuo sangue.
Come son belli i soli nelle calde serate!

La notte s’innalzava spessa come un muro,
e nel buio le mie pupille indovinavano il tuo sguardo,
bevevano il tuo respiro, o dolcezza! o veleno!
Dormivano i tuoi piedi tra le mie mani fraterne.
La notte s’innalzava spessa come un muro.

Ho l’arte di evocare i momenti felici,
e rivivo il passato stretto fra le tue ginocchia.
Perché cercare altrove languide bellezze
altrove che nel tuo corpo e nel tuo cuore soave?
Ho l’arte di evocare i momenti felici!

Giuramenti, profumi, baci infiniti,
risorgeranno ai nostri occhi dall’abisso profondo,
come salgono verso il cielo i soli ringiovaniti
dopo essersi lavati in fondo ai mari oscuri?
– Giuramenti! Profumi! Baci infiniti!

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

I fiori del male 1857-1861, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

***

XXXVI. Le balcon

Mère des souvenirs, maîtresse des maîtresses,
Ô toi, tous mes plaisirs! ô toi, tous mes devoirs!
Tu te rappelleras la beauté des caresses,
La douceur du foyer et le charme des soirs,
Mère des souvenirs, maîtresse des maîtresses!

Les soirs illuminés par l’ardeur du charbon,
Et les soirs au balcon, voilés de vapeurs roses.
Que ton sein m’était doux! que ton cœur m’était bon!
Nous avons dit souvent d’impérissables choses
Les soirs illuminés par l’ardeur du charbon.

Que les soleils sont beaux dans les chaudes soirées!
Que l’espace est profond! que le cœur est puissant!
En me penchant vers toi, reine des adorées,
Je croyais respirer le parfum de ton sang.
Que les soleils sont beaux dans les chaudes soirées!

La nuit s’épaississait ainsi qu’une cloison,
Et mes yeux dans le noir devinaient tes prunelles,
Et je buvais ton souffle, ô douceur! ô poison!
Et tes pieds s’endormaient dans mes mains fraternelles.
La nuit s’épaississait ainsi qu’une cloison.

Je sais l’art d’évoquer les minutes heureuses,
Et revis mon passé blotti dans tes genoux.
Car à quoi bon chercher tes beautés langoureuses
Ailleurs qu’en ton cher corps et qu’en ton cœur si doux?
Je sais l’art d’évoquer les minutes heureuses!

Ces serments, ces parfums, ces baisers infinis,
Renaîtront-ils d’un gouffre interdit à nos sondes,
Comme montent au ciel les soleils rajeunis
Après s’être lavés au fond des mers profondes?
– Ô serments! ô parfums! ô baisers infinis!

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, Paris, Auguste Poulet-Malassis et de Broise, 1861

Marina – Paul Éluard

Foto di René Groebli

 

Ti guardo e il sole si innalza
Presto ricoprirà la nostra giornata
Svegliati con in mente cuore e colori
Per dissipare le pene della notte

Io ti guardo tutto è nudo
Fuori le barche hanno poca acqua
Bisogna dire tutto in poche parole
Il mare è freddo senza amore

È l’inizio del mondo
Le onde culleranno il cielo
Tu ti culli tra le lenzuola
Tiri il sonno a te

Svegliati che io segua le tue tracce
Ho un corpo per aspettarti e per seguirti
Dalle porte dell’alba alle porte dell’ombra
Un corpo per passare la mia vita ad amarti

Un cuore per sognare fuori del tuo sonno.

Paul Éluard

(Traduzione di Vincenzo Accame)

da “La fenice”, 1951, in “Paul Éluard, Ultime poesie d’amore”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

Marine

Je te regarde et le soleil grandit
Il va bientôt couvrir notre journée
Éveille-toi cœur et couleur en tête
Pour dissiper les malheurs de la nuit

Je te regarde tout est nu
Dehors les barques ont peu d’eau
Il faut tout dire en peu de mots
La mer est froide sans amour

C’est le commencement du monde
Les vagues vont bercer le ciel
Toi tu te berces dans tes draps
Tu tires le sommeil à toi

Éveille-toi que je suive tes traces
J’ai un corps pour t’attendre pour te suivre
Des portes de l’aube aux portes de l’ombre
Un corps pour passer ma vie à t’aimer

Un cœur pour rêver hors de ton sommeil.

Paul Éluard

da “Le Phénix”, 1951, in “Derniers poèmes d’amour”, Seghers, Paris, 1963