Estrazione della Pietra della follia I – Alejandra Pizarnik

Lauren Semivan, The Plumb Line, 2014

 

CANTRICE NOTTURNA
Joe, pachi die Musik von damals nacbt…

         Colei che morì per il suo vestito blu sta cantando.
Canta impregnata di morte al sole della sua ebbrezza. Dentro la sua canzone vi è un vestito blu, vi è un cavallo bianco, vi è un cuore verde tatuato degli echi dei battiti del suo cuore morto. Esposta a ogni tipo di perdizione, canta insieme a una bambina smarrita che è lei: il suo amuleto della buona sorte. E nonostante la nebbia verde sulle labbra e il freddo grigio sugli occhi, la sua voce corrode la distanza che si apre tra la sete e la mano che cerca il bicchiere. Lei canta.

A Olga Orozco
VERTIGINI O CONTEMPLAZIONE DI QUALCOSA CHE FINISCE

Questo lillà perde le foglie.
Da sé stesso cade
e nasconde la sua ombra antica.
Devo morire di cose come questa.

LANTERNA SORDA

         Gli assenti soffiano e la notte è densa. La notte ha il colore delle palpebre del morto.
        Tutta la notte faccio la notte. Tutta la notte scrivo. Parola per parola io scrivo la notte.

PRIVILEGIO
I

Già perduto il nome che mi chiamava,
il suo volto gira per me
come il suono dell’acqua nella notte,
dell’acqua che cade nell’acqua.
Ed è il suo sorriso l’ultimo sopravvissuto,
non la mia memoria.

II

Il più bello
nella notte tra quelli che se ne vanno,
oh bramato,
non ha fine il tuo non fare ritorno,
ombra tu sino al giorno dei giorni.

CONTEMPLAZIONE

        Morirono le forme impaurite e non ci furono più un fuori e un dentro. Nessuno ascoltava il luogo che il luogo non esisteva.
Con l’intenzione di ascoltare stanno ascoltando il luogo. Dentro la tua maschera balena la notte. Ti trafiggono con gracchiate. Ti martellano con uccelli neri. Colori nemici si uniscono nella tragedia.

NUIT DU CŒUR

         Autunno sul blu di un muro: sii rifugio delle piccole morte.

        Ogni notte, nell’arco di un grido, giunge un’ombra nuova. In solitudine danza la misteriosa autonoma. Condivido la sua paura di giovanissimo animale la prima notte delle partite di caccia.

RACCONTO D’INVERNO

        La luce del vento tra i pini, comprendo questi segni di tristezza incandescente?

        Un impiccato dondola all’albero marcato con la croce lilla.

        Fin quando è riuscito a scivolare fuori dal mio sogno e a entrare nella mia stanza, dalla finestra, complice il vento della mezzanotte.

NELL’ALTRA ALBA

        Vedo crescere fino ai miei occhi figure di silenzio, disperate.
Ascolto grigie, dense voci nell’antico luogo del cuore.

SFONDAZIONE

        Qualcuno volle aprire qualche porta. Fanno male le sue mani afferrate alla sua prigione di ossa di cattivo augurio.
        Tutta la notte si è dibattuta con la sua nuova ombra. Piovve dentro l’alba e martellavano con prefiche.
        L’infanzia implora dalle mie notti di cripta.
        La musica emette colori ingenui.
        Grigi uccelli all’alba stanno alla finestra chiusa come ai miei mali la mia poesia.

FIGURE E SILENZI

Mani contratte mi confinano nell’esilio.
Aiutami a non chiedere aiuto.
Vogliono farmi notte, mi moriranno.
Aiutami a non chiedere aiuto.

FRAMMENTI PER DOMINARE IL SILENZIO
I

          Le forze del linguaggio sono le dame solitarie, desolate, che cantano per mezzo della mia voce che ascolto in lontananza. E lontano, sulla nera sabbia, giace una bambina densa di musica ancestrale. Dove la vera morte? Ho voluto illuminarmi alla luce della mancanza di luce. I rami muoiono nella memoria. Colei che giace si annida in me con la sua maschera di lupa. Colei che non ce la fece più a resistere e implorò le fiamme e ardemmo.

II

        Quando alla casa del linguaggio viene fatto esplodere il tetto e le parole non trovano riparo, io parlo.

      Le dame rossovestite si smarrirono dentro le loro maschere pure se torneranno per singhiozzare tra i fiori.

         Non è muta la morte. Ascolto il canto degli affranti che sigilla gli squarci del silenzio. Ascolto il tuo dolcissimo pianto che fa sbocciare il mio grigio silenzio.

III

          La morte ha restituito al silenzio il suo prestigio ammaliante.
E io non dirò la mia poesia e io devo dirla. Anche se la poesia (qui, ora) non ha senso, è priva di destino.

SORTILEGI

         E le dame vestite di rosso per il mio dolore e con il mio dolore impiegate nel mio soffio, rannicchiate come feti di scorpioni nella parte più interna della mia nuca, le madri rossovestite che mi aspirano il solo calore che mi procuro con il mio cuore che a stento poté mai battere, a me che dovetti sempre imparare da sola a bere e mangiare e respirare e a me cui nessuno insegnò a piangere e cui nessuno insegnerà neppure le grandi dame che aderiscono alla faldella del mio respiro con bave rossicce e veli fluttuanti di sangue, il mio sangue, il mio solo, quello che io mi procacciai e adesso vengono a me ad abbeverarsi dopo aver ucciso il re che galleggia nel fiume e muove gli occhi e sorride ma è morto e quando qualcuno è morto, è morto per quanto possa sorridere e le grandi, le tragiche dame rossovestite hanno ucciso colui che è portato via dal fiume e io rimango ostaggio in perpetuo possesso.

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, LietoColle, 2018

∗∗∗

EXTRACCIÓN DE LA PIEDRA DE LOCURA I (1966)
CANTORA NOCTURNA
Joe, macht die Musik von damals nacht…

        La que murió de su vestido azul está cantando. Canta imbuida de muerte al sol de su ebriedad. Adentro de su canción hay un vestido azul, hay un caballo blanco, hay un corazón verde tatuado con los ecos de los latidos de su corazón muerto. Expuesta a todas las perdiciones, ella canta junto a una niña extraviada que es ella: su amuleto de la buena suerte. Y a pesar de la niebla verde en los labios y del frío gris en los ojos, su voz corroe la distancia que se abre entre la sed y la mano que busca el vaso. Ella canta.

A Olga Orozco
VÉRTIGOS O CONTEMPLACIÓN DE ALGO QUE TERMINA

Esta lila se deshoja.
Desde sí misma cae
y oculta su antigua sombra.
He de morir de cosas así.

LINTERNA SORDA

       Los ausentes soplan y la noche es densa. La noche tiene el color de los párpados del muerto.
        Toda la noche hago la noche. Toda la noche escribo. Palabra por palabra yo escribo la noche.

PRIVILEGIO
I

Ya perdido el nombre que me llamaba,
su rostro rueda por mí
como el sonido del agua en la noche,
del agua cayendo en el agua.
Y es su sonrisa la última sobreviviente,
no mi memoria.

II

El más hermoso
en la noche de los que se van,
oh deseado,
es sin fin tu no volver,
sombra tú hasta el día de los días.

CONTEMPLACIÓN

        Murieron las formas despavoridas y no hubo más un afuera y un adentro. Nadie estaba escuchando el lugar porque el lugar no existía.

Con el propósito de escuchar están escuchando el lugar. Adentro de tu máscara relampaguea la noche. Te atraviesan con graznidos. Te martillean con pájaros negros. Colores enemigos se unen en la tragedia.

NUIT DU CŒUR

            Otoño en el azul de un muro: sé amparo de las pequeñas muertas.

          Cada noche, en la duración de un grito, viene una sombra nueva. A solas danza la misteriosa autónoma. Comparto su miedo de animal muy joven en la primera noche de las cacerías.

CUENTO DE INVIERNO

         La luz del viento entre los pinos ¿comprendo estos signos de tristeza incandescente?

           Un ahorcado se balancea en el árbol marcado con la cruz lila.

          Hasta que logró deslizarse fuera de mi sueño y entrar a mi cuarto, por la ventana, en complicidad con el viento de la medianoche.

EN LA OTRA MADRUGADA

        Veo crecer hasta mis ojos figuras de silencio y desesperadas. Escucho grises, densas voces en el antiguo lugar del corazón.

DESFUNDACIÓN

         Alguien quiso abrir alguna puerta. Duelen sus manos aferradas a su prisión de huesos de mal agüero.
          Toda la noche ha forcejeado con su nueva sombra. Llovió adentro de la madrugada y martillaban con lloronas.
         La infancia implora desde mis noches de cripta.
         La música emite colores ingenuos.
        Grises pájaros en el amanecer son a la ventana cerrada lo que a mis males mi poema.

FIGURAS Y SILENCIOS

Manos crispadas me confinan al exilio.
Ayúdame a no pedir ayuda.
Me quieren anochecer, me van a morir.
Ayúdame a no pedir ayuda.

FRAGMENTOS PARA DOMINAR EL SILENCIO
I

        Las fuerzas del lenguaje son las damas solitarias, desoladas, que cantan a través de mi voz que escucho a lo lejos. Y lejos, en la negra arena, yace una niña densa de música ancestral. ¿Dónde la verdadera muerte? He querido iluminarme a la luz de mi falta de luz. Los ramos se mueren en la memoria. La yacente anida en mí con su máscara de loba. La que no pudo más e imploró llamas y ardimos.

II

        Cuando a la casa del lenguaje se le vuela el tejado y las palabras no guarecen, yo hablo.

       Las damas de rojo se extraviaron dentro de sus máscaras aunque regresarán para sollozar entre flores.

      No es muda la muerte. Escucho el canto de los enlutados sellar las hendiduras del silencio. Escucho tu dulcísimo llanto florecer mi silencio gris.

III

      La muerte ha restituido al silencio su prestigio hechizante. Y yo no diré mi poema y yo he de decirlo. Aun si el poema (aquí, ahora) no tiene sentido, no tiene destino.

SORTILEGIOS

        Y las damas vestidas de rojo para mi dolor y con mi dolor insumidas en mi soplo, agazapadas como fetos de escorpiones en el lado más interno de mi nuca, las madres de rojo que me aspiran el único calor que me doy con mi corazón que apenas pudo nunca latir, a mí que siempre tuve que aprender sola cómo se hace para beber y comer y respirar y a mí que nadie me enseñó a llorar y nadie me enseñará ni siquiera las grandes damas adheridas a la entretela de mi respiración con babas rojizas y velos flotantes de sangre, mi sangre, la mía sola, la que yo me procuré y ahora vienen a beber de mí luego de haber matado al rey que flota en el río y mueve los ojos y sonríe pero está muerto y cuando alguien está muerto, muerto está por más que sonría y las grandes, las trágicas damas de rojo han matado al que se va río abajo y yo me quedo como rehén en perpetua posesión.

Alejandra Pizarnik

da “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

Gli amanti – Julio Cortázar

Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant, Un Homme et une femme, Claude Lelouch, 1966

 

E chi li vede che se ne vanno per la città
se tutti sono ciechi?
Loro, si prendono per mano: qualcosa parla
fra le dita, dolci lingue lambiscono
l’umido palmo, corrono per le falangi,
e sopra sta la notte piena d’occhi.

Sono gli amanti, la loro isola fluttua alla deriva
verso morti di cespuglio, verso porti
che fra lenzuola si aprono.
Si disordina tutto attraverso gli amanti,
tutto trova la sua cifra giocata;
loro, però, neppure sanno che
mentre rotolano nell’amara arena
che è loro c’è una pausa nell’opera del nulla,
e che il tigre è un giardino che gioca.

Albeggia nei carri dell’immondizia,
cominciano a uscire i ciechi,
il ministero apre i suoi portoni.
Gli amanti arresi si guardano e si toccano
una volta di più prima di fiutare il giorno.
E già sono vestiti, già se ne vanno per la strada.
Ed è solo allora
quando sono morti, quando sono vestiti,
che la città li recupera ipocrita
e gli impone i doveri quotidiani.

Julio Cortázar

(Traduzione di Gianni Toti)

da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995

***
Los Amantes

¿Quién los ve andar por la ciudad
si todos están ciegos?
Ellos se toman de la mano: algo habla
entre sus dedos, lenguas dulces
lamen la húmeda palma, corren por las falanges,
y arriba está la noche llena de ojos.

Son los amantes, su isla flota a la deriva
hacia muertes de césped, hacia puertos
que se abren entre sábanas.
Todo se desordena a través de ellos,
todo encuentra su cifra escamoteada;
pero ellos ni siquiera saben
que mientras ruedan en su amarga arena
hay una pausa en la obra de la nada,
el tigre es un jardín que juega.

Amanece en los carros de basura,
empiezan a salir los ciegos,
el ministerio abre sus puertas.
Los amantes rendidos se miran y se tocan
una vez más antes de oler el día.
Ya están vestidos, ya se van por la calle.
Y es sólo entonces
cuando están muertos, cuando están vestidos,
que la ciudad los recupera hipócrita
y les impone los deberes cotidianos.

Julio Cortázar

da “Salvo el crepúsculo”, Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984

«Paura. Di te. Amarti» – Pedro Salinas

Foto di Paul Apal’kin

[VI]

Paura. Di te. Amarti
è il rischio piú alto.
Molteplici, la tua vita e tu.
Ti ho, quella di oggi;
ormai ti conosco, penetro
in labirinti, facili
grazie a te, alla tua mano.
E i miei ora, sí.
Però tu sei
il tuo stesso piú oltre,
come la luce e il mondo:
giorni, notti, estati,
inverni che si succedono.
Fatalmente, ti trasformi,
e sei sempre tu,
nel tuo stesso mutamento,
con la fedeltà
costante del mutare.

Dimmi, potrò io vivere
in quegli altri climi,
o futuri, o luci
che stai elaborando,
come il frutto il suo succo,
per un domani tuo?
O sarò appena qualcosa
nata per un giorno
tuo (il mio giorno eterno),
per una primavera
(in me fiorita sempre),
e non potrò piú vivere
quando giungeranno
successive in te,
inevitabilmente,
le forze e i venti
nuovi, le altre luci,
che attendono già il momento
di essere, in te, la tua vita?

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[VI]

Miedo. De ti. Quererte
es el más alto riesgo.
Múltiples, tú y tu vida.
Te tengo, a la de hoy
ya la conozco, entro
por laberintos, fáciles
gracias a ti, a tu mano.
Y míos ahora, sí.
Pero tú eres
tu propio más allá,
como la luz y el mundo:
días, noches, estíos,
inviernos sucediéndose.
Fatalmente, te mudas
sin dejar de ser tú,
en tu propia mudanza,
con la fidelidad
constante del cambiar.

Di, ¿podré yo vivir
en esos otros climas,
o futuros, o luces
que estás elaborando,
como su zumo el fruto,
para mañana tuyo?
¿O seré sólo algo
que nació para un día
tuyo (mi día eterno),
para una primavera
(en mí florida siempre),
sin poder vivir ya
cuando lleguen
sucesivas en ti,
inevitablemente,
las fuerzas y los vientos
nuevos, las otras lumbres,
que esperan ya el momento
de ser, en ti, tu vida?

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Arte poetica – Jorge Louis Borges

Foto di Kyle Thompson

 

Guardare il fiume che è di tempo e acqua
e pensare che il tempo è un altro fiume,
saper che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di esser veglia e che la morte
che il nostro corpo teme è quella morte
d’ogni notte che noi chiamiamo sonno.

Avvertire in un giorno o un anno il simbolo
dei giorni d’ogni uomo e dei suoi anni,
dell’oltraggioso scorrere degli anni
fare una musica, un sussurro, un simbolo,

vedere un oro triste nel tramonto
e nella morte il sonno è la poesia,
che è povera e immortale. La poesia
torna come l’aurora ed il tramonto.

Talora nelle grigie sere un volto
ci guarda dal profondo d’uno specchio;
l’arte dev’esser come quello specchio
che ci rivela il nostro stesso volto.

Ulisse, è fama, stanco di prodigi,
pianse d’amore quando scorse Itaca
umile e verde. L’arte è questa Itaca
di verde eternità, non di prodigi.

È anche come il fiume interminabile
che passa e resta, e replica uno stesso
Eraclito incostante ch’è lo stesso
e un altro, come il fiume interminabile.

Jorge Louis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “L’artefice”, Adelphi, Milano, 1999

∗∗∗

Arte poética

Mirar el río hecho de tiempo y agua
y recordar que el tiempo es otro río,
saber que nos perdemos como el río
y que los rostros pasan como el agua.

Sentir que la vigilia es otro sueño
que sueña no soñar y que la muerte
que teme nuestra carne es esa muerte
de cada noche, que se llama sueño.

Ver en el día o en el año un símbolo
de los días del hombre y de sus años,
convertir el ultraje de los años
en una música, un rumor y un símbolo,

ver en la muerte el sueño, en el ocaso
un triste oro, tal es la poesía
que es inmortal y pobre. La poesía
vuelve como la aurora y el ocaso.

A veces en las tardes una cara
nos mira desde el fondo de un espejo;
el arte debe ser como ese espejo
que nos revela nuestra propia cara.

Cuentan que Ulises, harto de prodigios,
lloró de amor al divisar su Ítaca
verde y humilde. El arte es esa Ítaca
de verde eternidad, no de prodigios.

También es como el río interminable
que pasa y queda y es cristal de un mismo
Heráclito inconstante, que es el mismo
y es otro, como el río interminable.

Jorge Louis Borges

da “El hacedor”, Buenos Aires, Emecé, 1960

Succederà – Juan Gelman

Juan Gelman

 

Quando anima e spirito
e corpo sapranno,
e la luna sarà bella perché io la amai
ed il mondo sarà appeso al filo
della memoria e sanguinerà la luce dietro
il bagno della sua grazia,
obbligheremo il futuro
a ritornare ancora. Allora
tutti gli occhi saranno uno
e la parola tornerà a parolare
contro le sue creature.
Avrà termine l’eternità e questa poesia
cercherà ancora il suo
equipaggio e ciò
che non seppe nominare, tanto lontano.

Juan Gelman

(Traduzione di Laura Branchini)

da MONDESSERE

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Luglio/Agosto 2014, N. 295, Crocetti Editore

∗∗∗

Sucederá

Cuando alma y espíritu
y cuerpo sepan,
y la luna sea bella porque la amé
y el mundo esté parado al filo
de la memoria y
sangre la luz detrás
del baño de su gracia,
obligaremos al futuro
a volver otra vez.
Allí todos los ojos serán uno
y la palabra volverá a palabrear
contra sus criaturas.
Se acabará la eternidad y el poema
buscará todavía su tripulación y lo
que no pudo nombrar, tan lejos.

Juan Gelman

da “Mundar”, Ediciones Era, 2013