Cerco una strada per il mio nome – Izet Sarajlic

Foto di Izis Bidermanas

 

Passeggio per la strada della nostra giovinezza
e cerco una strada per il mio nome.

Le strade ampie, rumorose le lascio ai grandi della storia.
Cosa stavo facendo mentre si faceva la storia?
Semplicemente ti amavo.

Cerco una strada piccola, semplice, quotidiana,
lungo la quale, inosservati dalla gente,
possiamo passeggiare anche dopo la morte.

Non importa se non ha molto verde,
e neanche propri uccelli.

È importante che in essa possano trovare rifugio
sia l’uomo che il cane in fuga dalla battuta di caccia.

Sarebbe bello che fosse lastricata di pietra,
ma tutto sommato questa non è la cosa più importante.

La cosa più importante è
che nella strada con il mio nome
a nessuno capiti mai una disgrazia.

Izet Sarajlic

1968

(Traduzione di Sinan Gudžević e Raffaella Marzano)

da “Qualcuno ha suonato”, Multimedia, Salerno, 2001

∗∗∗

Tražim ulicu za svoje ime

Šetam gradom naše mladosti
i tražim ulicu za svoje ime.

Velike, bučne ulice –
njih prepuštam velikanima istorije.

Šta sam ja radio dok je trajala istorija?
Prosto tebe volio.

Malu ulicu tražim, običnu, svakodnevnu,
kojom se, neopaženi od svijeta,
možemo prošetati i poslije smrti.

U početku ona ne mora imati mnogo zelenila,
čak ni svoje ptice.
Važno je da u njoj, bježeći pred hajkom,
uvijek mognu da se sklone i čovjek i pas.

Bilo bi lijepo da bude popločana,
ali, na kraju, ni to nije ono najvažnije.

Najvažnije je to
da u ulici s mojim imenom
nikada nikog ne zadesi nesreća.

Izet Sarajlić

da “Knjiga oproštaja”, Rabić, Sarajevo, 1998

La frazione – Milo De Angelis

 

Eppure era per la gioia.
Le luci tremano, nella vetrina,
e vorrebbero entrare in un significato.
Qui è impossibile
legare i minuti a qualcuno:
il tempo non si accorcia
con un progetto,
tutto ha la sua lunghezza.
Non coincide con ciò che pensa, non può.
Eppure era per la gioia
troppo viva per non crederci. Prendeva
con le mani amori e amori
che si convertivano in uno solo.

Appoggiata al vetro
una fronte gelida
(«farò della mia vita una porcheria»)
mentre una radio parla
lingue sconosciute
e nessuno dice il significato
che forse uscirà, a distanza, controvento.
Fuori c’è Milano. Novembre.

Adesso la diversità oscura tutto. Una porta
si apre, passa gente. Altri
premono senza sbocco. Anche questo polso
batte, vuole qualcosa,
una grande risata, vicinissima.
Ma è tempo ormai di non far durare le cose.
Nulla comincerà
prima di questo passo. Ci deve essere una prova,
una caduta senza discorsi, in disordine.

Milo De Angelis

da “Somiglianze”, Guanda, Milano, 1976

Eracle e noi – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grande e possente, ti dicono, figlio d’un Dio, e con tanti maestri in sovrappiù: –
il vecchio Lino, figlio d’Apollo, che gl’insegna a leggere e a scrivere; Èurito
l’arte dell’arco; Eumolpo, figlio di Filammone,
la lira e il canto; e, cosa più importante, il figlio d’Ermete, Arpàlico,
le cui terribili, folte sopracciglia occupavano metà della sua fronte,
gl’insegnò a dovere l’arte degli Argivi: – lo sgambetto; – con quella
si conquista praticamente tutto, nel pugilato, nella lotta, perfino nelle Lettere.
Quanto a noialtri, figli di mortali, senza maestri, con la sola nostra volontà,
con perseveranza e discernimento e sacrifici siamo diventati quello che siamo. Non ci sentiamo affatto
inferiori, non abbassiamo gli occhi. Nostre uniche pergamene
tre parole: Makrònissos, Ghiaros e Leros. E se maldestri dovessero sembrarvi un giorno i nostri versi, ricordate solo che furono scritti
sotto il naso delle guardie, la baionetta puntata sempre alle costole.
Né servono giustificazioni – prendeteli nudi come sono, l’austero Tucidide vi dirà più del prezioso Senofonte.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Ripetizioni”, in “Pietre Ripetizioni Sbarre”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

Ο Ηρακλής κι εμείς

Μεγάλος και τρανός, σου λένε, τέκνο Θεού, κι ένα σωρό δασκάλοι από πάνω: —
ο γερο-Λίνος, γιος του Απόλλωνα, ναν του μαθαίνει γράμματα· ο Εύρυτος
την τέχνη του τοξότη· ο Εύμολπος, γιος του Φιλάμμωνα,
τραγούδι και λύρα· και, το πιο σπουδαίο απ’ όλα, ο γιος του Ερμή, ο Αρπάλυκος,
που τα παχιά, τα τρομερά του φρύδια πιάναν το μισό του κούτελο,
του ’μαθε για καλά την τέχνη των Αργείων: — την τρικλοποδιά· — με τούτην
κερδίζονται τα πιο πολλά, στην πυγμαχία, στην πάλη, και στα Γράμματα ακόμα.
Όμως εμείς, τέκνα θνητών, δίχως δασκάλους, με δικιά μας μόνο θέληση
μ’ επιμονή κι επιλογή και βάσανα, γίναμε αυτό που γίναμε. Καθόλου
δε νιώθουμε πιο κάτου, μήτε χαμηλώνουμε τα μάτια. Μόνες
περγαμηνές μας: τρεις λέξεις: Μακρόνησος, Γυάρος και Λέρος. Κι αν αδέξιοι
μια μέρα σάς φανούν οι στίχοι μας, θυμηθείτε μονάχα πως γραφτήκαν
κάτω απ’ τη μύτη των φρουρών, και με τη λόγχη πάντα στο πλευρό μας.
Κι ούτε χρειάζονται δικαιολογίες, —πάρτε τους γυμνούς, έτσι όπως είναι,—
πιότερα ο Θουκυδίδης ο στεγνός θα σας πει απ’ τον περίτεχνο τον Ξενοφώντα.

Γιάννης Ρίτσος

Λέρος, 23.III.68

da “Πέτρες Eπαναλήψεις Kιγχλίδωμα” © Ery Ritsou, 1970

 

La donna mancina – Peter Handke

Edith Clever e Bruno Ganz nel film La donna mancina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lei saliva con altri
da una stazione del metrò
mangiava con altri a una tavola calda
aspettava con altri in una lavanderia
ma una volta l’ho vista da sola
davanti a un giornale murale

Usciva con altri da un grattacielo d’uffici
si pigiava con altri ad una bancarella
era seduta con altri presso un campo-giochi di sabbia
ma una volta l’ho vista dalla finestra
giocare a scacchi da sola

Era sdraiata con altri su un prato del parco
rideva con altri in un
labirinto di specchi
gridava con altri sull’ottovolante
e poi sola la vidi soltanto
camminare nei miei desideri

Ma oggi nella mia casa aperta:
la cornetta era girata dall’altra parte
la matita era a sinistra dell’agenda
a sinistra la tazza del tè e il manico pure
a sinistra
e vicino la mela sbucciata in senso inverso
(e non finita di sbucciare)
le tende raccolte a sinistra
e la chiave della porta di casa nella tasca sinistra
della mia giacca
Ti sei tradita, o mancina!
O era per lasciarmi un messaggio?

Vederti IN UN CONTINENTE STRANIERO
io vorrei
perché finalmente in mezzo agli altri
ti vedrei sola
e tu fra mille altri vedresti
ME
e finalmente ci verremmo incontro.

Peter Handke

(Traduzione dal tedesco di Anna Maria Carpi)

da “La donna mancina”, Garzanti, 1979

∗∗∗

Die linkshändige Frau

In der Nacht saß die Frau allein im Wohnraum und hörte Musik,
immer wieder dieselbe Platte: »The Lefthanded Woman«.

Sie kam mit andern aus einem Untergrundschacht
Sie aß mit andern in einem Schnellimbiß

Sie saß mit andern in einem Waschsalon
aber einmal habe ich sie allein vor einem Zeitungsaushang stehen
sehen
Sie kam mit andern aus einem Büroturm
Sie drängte mit andern an einen Marktstand
Sie saß mit andern um einen Sandspielplatz
aber einmal habe ich sie durch ein Fenster
allein schachspielen sehen

Sie lag mit andern auf einem Parkrasen
Sie lachte mit andern in einem Spiegelkabinett
Sie schrie mit andern auf einer Achterbahn
Und dann sah ich sie allein nur noch durch
meine Wunschträume gehen

Aber heute in meinem offenen Haus:
der Telefonhörer auf einmal andersherum
der Bleistift links neben dem Notizblock
daneben die Teetasse mit dem Henkel nach links
daneben der andersherum geschälte Apfel
(nicht zu Ende geschält)
Die Vorhänge von links aufgezogen
Und die Haustürschlüssel in der linken Jackentasche
Du hast dich verraten, Linkshänderin!
Oder wolltest du mir ein Zeichen geben?

Ich möchte dich IN EINEM FREMDEN ERDTEIL sehen
Denn da werde ich dich unter den andern endlich allein sehen
Und du wirst unter tausend andern MICH sehen
Und wir werden endlich aufeinander zugehen

Peter Kandke

da “Die linkshändige Frau” © Suhrkamp Verlag Frankfurt am Main, 1976

 

Confessione del fuggiasco – Juan Vicente Piqueras 

Michael Kenna, Crumbling Boardwalk, Shiga, Honshu, Japan. 2003

 

Sono felice solo quando me ne sto andando.

Non tra quattro muri, ognuno con le sue spade,
ma tra qui e lì, una casa e l’altra,
entrambe estranee, preferibilmente.

Ormai non posso, né voglio, starmene fermo.
Né ora né dopo. Né qui né lì.
In ogni caso là, dove sei tu,
chiunque tu sia, mettimi il tuo nome
sulle labbra assetate, insaziabili.

Io non sono io né posso avere una casa.
Non dico ormai perché non lo sono mai stato,
non l’ho mai avuta, sono sempre stato straniero
dentro e fuori di me. Sono ciò che non sono:
il mendicante che dorme sotto il ponte
che unisce le mie due rive e io attraverso
senza che possa, né giorno né notte, fermarmi.

Scrivo perché cerco, perché aspetto.
Ma oramai non so che cosa, l’ho dimenticato.
Scrivendo spero
di poterlo ricordare. Persevero nelle intemperie.

Nonvivo tra parentesi
nello spazio vivo e il tempo morto
dell’attesa di che cosa, tra due qui.

Mai in ma tra. Esci da me,
chiunque tu sia, lasciami in pace
o falla finita ormai con me e con l’amaro
miele di stare solo parlando da solo.

Ho deciso che la mia patria sia
non decidere, non stare da nessuna parte
bensì in transito, ponti, navi, treni,
dove io sia soltanto il passeggero
che so di essere, mentre sento
che mi inquieta la pace,
che la quiete mi spaventa,
che la sicurezza non mi alletta,
e sono felice soltanto quando so di essere fugace.

Juan Vicente Piqueras 

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Andata”, in “Avverbi di luogo”, LietoColle, 2019

∗∗∗

Confesión del fugitivo

Sólo soy feliz yéndome.
No entre cuatro paredes, con sus sendas espadas,
sino entre aquí y allí, una casa y otra,
ajenas ambas preferiblemente.

No puedo ya, ni quiero, estarme quieto.
Ni ahora ni después. Ni aquí ni allí.
En todo caso ahí, donde estás tú,
seas quien seas tú, ponme tu nombre
en los labios sedientos, insaciables.

Yo no soy yo ni puedo tener casa.
No digo ya porque nunca lo fui,
nunca la tuve, siempre fui extranjero
dentro y fuera de mí. Soy lo que no:
el mendigo que duerme bajo el puente
que une mis dos orillas y yo cruzo
sin poder, día y noche, detenerme.

Escribo porque busco, porque espero.
Pero ya no sé qué, se me ha olvidado.
Espero que escribiendo
llegue a acordarme. Insisto en la intemperie.

Sinvivo entre paréntesis
en el espacio vivo y tiempo muerto
de la espera de qué, entre dos aquíes.
Nunca en sino entre. Sal de mí,
seas quien seas tú, déjame en paz
o acaba ya conmigo y con la miel
amarga de estar solo hablando solo.

He decidido que mi patria sea
no decidir, no estar en ningún sitio
sino de paso, puentes, naves, trenes,
donde yo sea sólo el pasajero
que sé que soy, sintiendo
que me inquieta la paz,
que la quietud me asusta,
que la seguridad no me interesa,
y sólo soy feliz cuando me sé fugaz.

Juan Vicente Piqueras 

da “Ida”, in “Adverbios de lugar”, Visor Libros, 2003