Parla più pacatamente – Adam Zagajewski

Foto di Grzegorz Jakubowski

 

Parla più pacatamente: sei più vecchio di colui
che sei stato così a lungo; sei più vecchio
di te stesso – e continui a non sapere
cosa sono l’assenza, la poesia e l’oro.

Ha inondato la strada un’acqua bruna; una fulminea
tempesta ha confuso questa piatta, sonnolenta città.
Ogni temporale è congedo, centinaia di fotografi
sembrano girare su di noi, immortalando col flash
i secondi di angoscia e panico.

Sai cos’è il lutto, una disperazione così violenta
da soffocare il ritmo del cuore e il futuro.
Hai pianto fra estranei, in un negozio moderno,
dove continuava a volteggiare l’agile denaro.

Hai visto Venezia e Siena e, sulle tele, per strada,
tristi giovincelle Madonne, che volevano essere
comuni ragazze e ballare a carnevale.

Hai visto anche piccole città, per niente belle,
gente anziana, tediata dalla sofferenza e dal tempo.
In icone medievali brillavano gli occhi
di santi olivastri, ardenti occhi di animali selvatici.

Hai preso fra le dita ciottoli dalla spiaggia, la Galère,
e hai avuto per loro una tenerezza così grande
– per loro e per l’esile pino, per coloro
che erano lì con te e per il mare,
che è in verità possente, ma molto solo

– una tenerezza così grande, come fossimo tutti
orfani di una stessa casa, disgiunti per sempre
e condannati soltanto a brevi istanti di visione
nelle fredde galere della contemporaneità.

Parla più pacatamente: non sei più giovane,
la folgorazione deve trattare con settimane di digiuno,
devi scegliere e rinunciare, prendere tempo

e conversare a lungo con emissari di secchi paesi
e labbra screpolate, devi aspettare,
scrivere lettere, leggere libri di cinquecento pagine.
Parla più pacato. Non rinunciare alla poesia.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Desiderio, 1999”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Mów spokojniej

Mów spokojniej: jesteś starszy niż ten,
którym byłeś tak długo; jesteś starszy
od samego siebie – i wciąż jeszcze nie wiesz,
czym są nieobecność, poezja i złoto.

Ulicę zalała brunatna woda; krótka burza
wstrząsnęła tym płaskim, sennym miastem.
Każda burza jest pożegnaniem, setki fotografów
zdają się krążyć nad nami, utrwalając fleszem
sekundy lęku i paniki.

Wiesz, czym jest żałoba, rozpacz tak gwałtowna,
że dławi rytm serca i przyszłość.
Płakałeś wśród obcych, w nowoczesnym sklepie,
gdzie wciąż się obracał zwinny pieniądz.

Widziałeś Wenecję i Sienę i, na płótnach, na ulicy,
smutne młodziutkie Madonny, które chciały być
zwykłymi dziewczynami i tańczyć w karnawale.

Widziałeś też małe miasta, wcale nie piękne,
starych ludzi, znudzonych cierpieniem i czasem.
W średniowiecznych ikonach błyszczały oczy
śniadych świętych, płonące oczy dzikich zwierząt.

Brałeś w palce kamyki na plaży, la Galerę,
i zdarzało się, że miałeś dla nich czułość tak wielką
– dla nich i dla wiotkiej sosny, dla tych,
co byli tam z tobą i dla morza,
które jest co prawda potężne, ale bardzo samotne

– tak wielką, jakbyśmy wszyscy byli sierotami
z tego samego domu, rozłączonymi na zawsze
i zdanymi tylko na krótkie chwile widzenia
w chłodnych więzieniach współczesności.

Mów spokojniej: nie jesteś już młody,
olśnienie musi pertraktować z tygodniami postu,
musisz wybierać i rezygnować, grać na zwłokę

i rozmawiać długo z wysłannikami suchych krajów
i spierzchniętych ust, musisz czekać,
pisać listy, czytać książki o pięciuset stronicach.
Mów spokojniej. Nie rezygnuj z poezji.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Wydawnictwo a5, Kraków, 1999

Le formule del tuo inchiostro – Moka 

Portrait of Mary Pickford by Hartsook Photo, S.F. – L.A, 1918

 

Dimmi le formule che nascondi
nel tuo inchiostro, strega,
voglio scattarti una fotografia
che raccolga la tua vera essenza,
che ti catturi quando sei assente,
avvolta dalla tua poesia.
Non portarmi nei luoghi
dove sei stata felice con altri,
aiutami a rimanere sempre dentro
la tua testa,
aiutami a riempire il vuoto nella pancia
che implode quando ti abbraccio.
Tu mi hai salvato:
quanti segreti coprono le tue piccole spalle.

Moka

da “Difettosa”, silloge poetica – fotografica, Editore: Youcanprint, 2017

Moka, Difettosa, Editore: Youcanprint, 2017 – AMAZON
Moka, Difettosa, Editore: Youcanprint, 2017 – IBS
Moka, Difettosa, Editore: Youcanprint, 2017 – MONDADORI STORE

«Felice chi è diverso» – Sandro Penna

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Sandro Penna

da “Appunti”, 1938–1949, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1987

Una collina – Anthony Hecht

Foto di Bruno La Pietra

 

In Italia, dove cose così sanno accadere,
una volta ho avuto una visione – ma, capirete,
in nulla come quelle di Dante, o dei santi,
forse per niente una visione. Con amici
procedevo adagio in una piazza calda di sole,
di primo mattino. Una radiosa tarsia d’ombre
dagli ombrelloni si spargeva sul selciato, faceva
lucenti bassifondi dove una flottiglia
di carri era ormeggiata. Libri, monete, mappe
antiche, paesaggi da due soldi, orribili stampe
religiose erano in vendita. I colori, i rumori,
come le mani in volo, erano gesti di giubilo,
così che anche le contrattazioni
giungevano all’orecchio come volubile religiosità.
Poi, quando accadde, i rumori caddero improvvisi,
si fece scuro; svanirono carretti e gente
e perfino l’imponente Palazzo Farnese
era scomparso, con tutti i suoi marmi; al suo posto
una collina color topo e brulla. Faceva assai freddo,
quasi gelava, e prometteva neve.
Gli alberi erano ferrivecchi affastellati
contro un muro d’officina. Niente vento,
e il solo suono per un po’ fu lo scrocchiare fino
del ghiaccio rotto nel fango dal mio passo.
Vidi una striscia di tela impigliata a una siepe,
non altro segno di vita. E poi udii
come lo schiocco di una schioppettata. Un cacciatore,
pensai; almeno non sono solo. Ma subito
seguì il soffice schianto cartaceo
di un grosso ramo che crollava a terra non visto.

Fu tutto, se non per il gelo e il silenzio
che promettevano di durare in eterno, come la collina.

Anthony Hecht

(Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)

da “Le ore dure”, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

A Hill

In Italy, where this sort of thing can occur,
I had a vision once-though you understand
It was nothing at all like Dante’s, or the visions of saints,
And perhaps not a vision at all. I was with some friends,
Picking my way through a warm sunlit piazza
In the early morning. A clear fretwork of shadows
From huge umbrellas littered the pavement and made
A sort of lucent shallows in which was moored
A small navy of carts. Books, coins, old maps,
Cheap landscapes and ugly religious prints
Were all on sale. The colors and noise
Like the flying hands were gestures of exultation,
So that even the bargaining
Rose to the ear like a voluble godliness.
And then, when it happened, the noises suddenly stopped,
And it got darker; pushcarts and people dissolved
And even the great Farnese Palace itself
Was gone, for all its marble; in its place
Was a hill, mole-colored and bare. It was very cold,
Close to freezing, with a promise of snow.
The trees were like old ironwork gathered for scrap
Outside a factory wall. There was no wind,
And the only sound for a while was the little click
Of ice as it broke in the mud under my feet.
I saw a piece of ribbon snagged on a hedge,
But no other sign of life. And then I heard
What seemed the crack of a rifle. A hunter, I guessed;
At least I was not alone. But just after that
Came the soft and papery crash
Of a great branch somewhere unseen falling to earth.

And that was all, except for the cold and silence
That promised to last forever, like the hill.

Anthony Hecht

da “The hard hours: poems”, Atheneum, 1967

 

Non mi stupisco – Marco Luppi

Rui Veiga, Light, 2015

 

Del paradosso della poesia
così come quello di ogni altra cosa
tanto invisibile
quanto più rilevante.

Dell’arroganza diventata
più contagiosa della tristezza.

Della critica senza consapevolezza,
delle vittime
che elogiano
la propria ignoranza.

Di uomini troppo stupidi
per notare donne intelligenti
e di donne troppo intelligenti
per farsi notare.

Di chi fa finta di niente
facendo finta di fare.

Del sottile filo
che intercorre
tra l’essere fortunato
e l’essere fottuto.

Dell’umana violenza
per gli esseri viventi
né del culto
dei suoi defunti.

Di un dio che uccide due volte
tutti i suoi devoti.

Di chi paga per essere salvato
da un prete,
da una prostituta
o da un clown.

Della volgarità del bene
e della mediocrità del male.

Dell’odio che unisce
molto più
di quanto l’amore
riesca a fare.

Dei rapporti che ciclicamente passano
dall’amicizia all’odio
per poi conquistare
l’indifferenza necessaria a ripartire.

Dell’intraprendenza di certi maghi
che usano il vostro
buco di culo dentato
al posto del cilindro.

Della pochezza sufficiente
a qualunque travestimento.

Degli oroscopi
che subito dopo i necrologi
sono le cose più autorevoli
riportate sui quotidiani.

Della mancanza di limite
che hanno certe facce.

Di chi vomita parole a spruzzo
e di chi non le smorza
spingendole giù fino in fondo,
fino a imprimersele dentro.

Ché nel giorno di Natale
ci si affeziona
anche alle proprie
inferriate.

Ma io non sono io. Non più.
Non posso concedermelo.
La lucidità e il disincanto
ancora non mi appartengono.

Marco Luppi

(Peter Sloterdijk – “Ogni discorso critico, cambia il cartellino del  prezzo”).

da “Dalla parte della radice”, Eretica Edizioni, 2016

Marco Luppi, Dalla parte della radice, Eretica Edizioni, 2016